Rassegna AI
Dal 24 agosto dentro ChatGPT compare la pubblicità anche in Italia, e comparirà proprio nella versione gratuita che usano gli studenti e metà dei docenti
OpenAI porta gli annunci pubblicitari dentro ChatGPT in 31 mercati europei a partire dal 24 agosto: si vedono solo nei piani gratuiti e in quello base, compaiono sotto la risposta separati da una linea, e cioè esattamente nel punto in cui fino a oggi c'era il seguito del ragionamento. Nella stessa giornata Anthropic permette a Claude di inviare mail da Gmail senza chiedere conferma ogni volta, OpenAI ferma per due settimane l'addestramento dei propri modelli per rifare le difese dopo un attacco, entra in applicazione il regolamento europeo che consente a un magistrato di un altro Paese di chiedere dati direttamente a un fornitore, e il CERT nazionale segnala una truffa che promette venti euro di rimborso sulle spese in farmacia per arrivare al codice di sicurezza della carta.

La notizia che entra davvero in classe è la prima. Dal 24 agosto dentro ChatGPT compare la pubblicità anche in Italia, e compare solo nella versione gratuita e nel piano base: cioè proprio dove stanno gli studenti e la maggior parte dei docenti che questi strumenti li prova a proprie spese. L’annuncio sta sotto la risposta, separato da una linea, nel punto in cui fino a ieri c’era il seguito del ragionamento. Non serve vietare niente: serve nominarlo, mostrare dov’è la linea e far cercare a loro la differenza fra un consiglio e un’inserzione. Per l’istituto, invece, è il momento di decidere con che cosa si lavora quando gli strumenti si usano in una attività didattica, perché i piani per la scuola la pubblicità non ce l’hanno.
Le due notizie centrali riguardano gli uffici. Un assistente automatico può ora inviare mail da Gmail senza chiedere conferma ogni volta, e su Google Workspace for Education lavorano moltissime scuole italiane: una mail che parte dalla casella istituzionale è un atto della scuola, quindi la conferma sulla posta degli uffici va lasciata dov’è, e la decisione spetta all’amministratore del dominio prima che se la prenda ciascuno per conto proprio. Sull’altro fronte OpenAI ferma per due settimane l’addestramento dei propri modelli per rifare le difese, e il modo in cui lo fa suggerisce tre domande da porre ai fornitori del registro e della piattaforma: dove si provano gli aggiornamenti, chi ha accesso permanente ai dati degli alunni, e chi ferma il servizio quando qualcosa va storto.
Restano una truffa e una regola. La truffa promette venti euro di rimborso sulle spese in farmacia imitando la grafica del Fascicolo Sanitario, e serve ad arrivare al codice di sicurezza della carta: la frase da far girare fra personale e famiglie è che per ricevere denaro quel codice non serve mai, basta l’IBAN. La regola è il regolamento europeo sulla prova elettronica, che si applica da ieri e riguarda i vostri fornitori più di voi; quello che riguarda voi è la sua ultima riga, e cioè che un dato accessibile non è ancora una prova. Vale per ogni schermata fotografata con il telefono e allegata a un procedimento disciplinare.
In classe
Dal 24 agosto la pubblicità entra dentro ChatGPT anche in Italia, e la vedranno solo quelli che usano la versione gratuita
AI4Business riferisce che dal 24 agosto 2026 OpenAI porta la pubblicità dentro ChatGPT in 31 mercati europei, Italia compresa, insieme a Germania, Francia, Spagna e ai Paesi nordici. Gli annunci compaiono soltanto per chi usa il piano gratuito e per chi ha l’abbonamento di livello Go: i piani Plus, Pro, Business, Enterprise ed Edu restano senza pubblicità. Secondo il responsabile della pubblicità di OpenAI l’annuncio compare sotto la risposta, separato da una linea, e l’azienda insiste sulla distinzione netta fra la risposta generata e il contenuto sponsorizzato. Sul trattamento dei dati OpenAI dichiara di non vendere le conversazioni agli inserzionisti e di non dare loro accesso alle cronologie delle chat; chi usa il servizio può gestire la personalizzazione degli annunci, cancellare i dati usati per il bersagliamento e segnalare il singolo annuncio. Il sistema usa la localizzazione geografica e la misurazione delle conversioni e dichiara di rispettare i limiti europei sulla profilazione basata su categorie sensibili. Al lancio partecipano i grandi gruppi pubblicitari Publicis, WPP, Omnicom, Mediaplus e Havas, mentre la piattaforma per comprare gli spazi da soli è prevista più avanti.
Il commento. Di tutte le notizie di questa settimana, questa è quella che entra davvero in classe, e vale la pena leggere bene una riga sola: gli annunci compaiono solo nei piani gratuiti e in quello base. Il piano gratuito è esattamente quello che usano gli studenti, ed è anche quello che usa la maggior parte dei docenti che sperimenta questi strumenti a proprie spese. La distinzione fra chi paga e chi no diventa quindi, da lunedì, una distinzione fra chi riceve una risposta e chi riceve una risposta più un messaggio commerciale attaccato sotto. La cosa da fare per prima non è vietare niente, è nominare la cosa. Un ragazzo di quindici anni riconosce un banner su un sito perché lo ha visto mille volte, ma un annuncio che arriva alla fine di una conversazione, con lo stesso carattere e lo stesso tono di voce di quello che gli ha appena spiegato la fotosintesi, è un oggetto nuovo, e non ha ancora gli anticorpi per quello. Mezz’ora a settembre, in qualunque materia, spesa a mostrare dov’è la linea di separazione e a farla cercare a loro, vale più di una circolare. La seconda cosa riguarda l’istituto e va decisa dal dirigente, non lasciata al singolo. Se in una attività didattica si fa usare ChatGPT agli studenti, dal 24 agosto quella attività include l’esposizione a messaggi pubblicitari geolocalizzati, e questo cambia il modo in cui la si presenta alle famiglie. Le alternative esistono e vanno confrontate con calma: i piani Edu non hanno pubblicità, alcune piattaforme didattiche integrano assistenti senza annunci, e in molti casi il compito si può fare con lo strumento sul computer del docente proiettato, che è anche didatticamente più controllabile. La terza osservazione riguarda i docenti. Chi prepara materiali con la versione gratuita non sta facendo niente di male, ma da lunedì lo strumento con cui lavora ha un secondo interesse oltre a rispondergli, e quando chiederà quale libro adottare, quale software usare o dove fare un viaggio d’istruzione la differenza fra consiglio e inserzione andrà guardata ogni volta. La regola da dirsi ad alta voce in collegio è semplice: un nome che compare dentro una risposta si verifica come si verifica un volantino. Resta infine il punto che vale sempre e che questa notizia rende più concreto: dentro strumenti generalisti, gratuiti o a pagamento che siano, non entrano nomi di alunni, valutazioni, certificazioni e relazioni. Non è una questione di pubblicità, è che quei dati non sono vostri da regalare.
D.R.
Fonte: AI4Business
Segreteria digitale
Un assistente può ora inviare mail da Gmail senza chiedere conferma, e una mail che parte dalla casella dell’istituto è un atto dell’istituto
Hardware Upgrade riferisce che Anthropic ha ampliato il collegamento fra Claude e Google Workspace aggiungendo l’invio della posta. Fino a ora l’assistente poteva leggere e organizzare i messaggi di Gmail, gestire gli appuntamenti del calendario e accedere ai file su Drive, ma non poteva far uscire niente dalla casella. Adesso può scrivere e inviare risposte e inoltrare messaggi già presenti. Per impostazione predefinita l’assistente chiede l’approvazione dell’utente prima di ciascuna di queste azioni, e per ottenere l’invio autonomo quella protezione va disattivata deliberatamente. Sui piani Team ed Enterprise sono gli amministratori a decidere se i membri dell’organizzazione possono togliere l’approvazione sulle singole azioni, così che la scelta resti centralizzata. La funzione riguarda solo i piani a pagamento e non la versione gratuita, e per ora vale unicamente per Gmail: niente di analogo è stato annunciato per il calendario e per i documenti. Anthropic non ha precisato i tempi completi della distribuzione né se sia già disponibile su tutti i piani interessati.
Il commento. Molte scuole italiane lavorano su Google Workspace for Education, quindi questa non è una notizia che riguarda le aziende e basta. La differenza con un’azienda è però sostanziale, e sta in una frase: una mail che parte dalla casella istituzionale non è una comunicazione privata, è un atto della scuola. Chi la riceve, che sia un genitore, un ente o un fornitore, ha diritto di considerarla tale, e se quella mail concede un permesso, conferma un’iscrizione, risponde a un reclamo o anticipa una decisione degli organi collegiali, l’istituto ci è dentro anche se nessuno l’ha riletta. Da qui la prima cosa da fare, che è dell’amministratore del dominio e va fatta prima del rientro: decidere se i singoli possono togliersi la conferma, e decidere di no per la posta degli uffici. È un’impostazione, non una circolare, e se resta libera la si trova già cambiata quando ci si accorge del problema. La seconda cosa è una regola scritta per categorie di messaggi, che è l’unico modo che funziona. L’invio senza conferma si può accettare sulla corrispondenza ripetitiva e priva di conseguenze: la conferma di ricezione di un documento, l’invio di una modulistica standard, la comunicazione di una data già pubblicata. Non si accetta mai su ciò che riguarda alunni e famiglie, sul personale, sui rapporti con fornitori ed enti e su qualunque risposta a un reclamo o a un accesso agli atti. Il criterio non è quanto scrive bene l’assistente, che scrive benissimo: è quanto costa il messaggio sbagliato quando esce con l’intestazione della scuola. Terzo punto, quello che quasi nessuno considera: un assistente che legge la posta esegue anche ciò che nella posta è scritto. La casella della segreteria riceve ogni giorno messaggi da sconosciuti, e un messaggio costruito apposta può contenere istruzioni rivolte all’assistente invece che alla persona. Se l’invio è automatico, la risposta esce senza che nessuno l’abbia vista. Questo, in un ufficio che tratta dati di minori, basta da solo a tenere la conferma dov’è. Ultima considerazione, sulla protezione dei dati: collegare un assistente alla casella istituzionale significa far passare per un servizio esterno gli allegati che contengono certificati medici, relazioni, verbali e nomi di alunni. Prima di attivarlo va verificato che cosa dice il contratto con il fornitore, se quel trattamento rientra in ciò che avete già dichiarato nel registro dei trattamenti, e va sentito chi vi fa da responsabile della protezione dei dati. Non è un formalismo: è la differenza fra una scelta organizzativa e una comunicazione al Garante.
D.R.
Fonte: Hardware Upgrade
Truffe
Promettono venti euro di rimborso sulle spese in farmacia e chiedono il codice di sicurezza della carta, che per ricevere un rimborso non serve mai
Il CERT-AgID segnala una campagna di phishing che usa la grafica e i loghi istituzionali del Fascicolo Sanitario Elettronico per promettere un rimborso del 19% sugli acquisti in farmacia, quantificato in 20,73 euro. Il finto sito accompagna la vittima lungo una sequenza costruita per somigliare a una pratica vera: prima una verifica di sicurezza fatta con un finto controllo anti-robot che chiede di risolvere una semplice operazione matematica, poi la comunicazione che il rimborso è stato elaborato e deve essere confermato, quindi la raccolta dei dati personali, cioè cognome, nome, data di nascita, codice di avviamento postale, indirizzo, città, telefono e indirizzo di posta elettronica. Solo a quel punto viene chiesto il dato che interessa davvero, cioè i dati completi della carta di pagamento con intestatario, numero, scadenza e codice di sicurezza, presentati come necessari per accreditare la somma. La sequenza si chiude con una schermata che mostra un finto numero di protocollo, cita l’Agenzia delle Entrate e indica un numero verde di assistenza inesistente. Il CERT-AgID avverte che i dati raccolti permettono transazioni fraudolente, rivendita delle informazioni e successivi attacchi mirati di ingegneria sociale, e ha avviato le procedure per la sospensione dei domini coinvolti diffondendo gli indicatori di compromissione alle pubbliche amministrazioni e alle organizzazioni accreditate.
Il commento. Il particolare che insegna qualcosa non è il logo copiato, sono i venti euro e settantatré centesimi. Una cifra così è scelta con cura: troppo piccola perché valga la pena chiamare qualcuno per chiedere, troppo precisa per sembrare inventata, abbastanza modesta da spegnere la diffidenza che scatterebbe davanti a un rimborso di duemila euro. Chi costruisce queste campagne ha capito che la difesa principale delle persone non è l’attenzione ma il fastidio di doversi occupare della faccenda, e ha messo la posta sotto quella soglia. Il secondo particolare è il finto controllo di sicurezza all’ingresso, quello con l’operazione da risolvere: tecnicamente non serve a nulla, psicologicamente serve moltissimo, perché ormai le difese sono un segnale di serietà e imitarle funziona meglio che nasconderle. Poi c’è la contraddizione che smonta tutto, ed è la frase da mandare oggi al personale e da far arrivare alle famiglie con il primo avviso di settembre: per ricevere denaro non serve mai il codice di sicurezza della carta. Per accreditare un rimborso basta l’IBAN, e chi chiede numero, scadenza e le tre cifre sul retro non sta dando dei soldi, li sta prendendo. Questa regola vale più di qualunque corso perché non richiede di riconoscere un sito falso: richiede solo di sapere che cosa serve a un incasso. Per una scuola ci sono tre cose concrete. La prima è che i marchi istituzionali sono ormai il travestimento preferito, e la scuola stessa è uno di quelli: campagne che imitano avvisi di pagamento del contributo volontario, rimborsi di gite annullate o comunicazioni della segreteria arrivano regolarmente alle famiglie, e l’unica difesa che funziona è aver detto prima e per iscritto quali sono i canali ufficiali con cui la scuola chiede denaro. Se le famiglie sanno che i pagamenti passano solo dal sistema previsto e mai da un link ricevuto per messaggio, la truffa perde la sua parte migliore. La seconda riguarda gli strumenti di pagamento dell’istituto, cioè le carte usate per gli acquisti in rete e le utenze dei servizi: limiti di spesa bassi, notifiche che arrivano a qualcuno che le legge davvero, verifica in due passaggi attiva. La terza è una domanda da fare a chi vi assiste sui sistemi: il CERT-AgID pubblica gratuitamente gli indicatori di compromissione di queste campagne, che servono a bloccare i domini prima che qualcuno ci finisca dentro. Chiedete se li importano. La risposta dice parecchio del servizio che state pagando.
D.R.
Fonte: CERT-AgID
Fornitori
OpenAI ferma per due settimane l’addestramento dei suoi modelli per rifare le difese, e il modo in cui lo fa vi dà tre domande da porre ai vostri fornitori
Punto Informatico riporta che OpenAI ha sospeso per due settimane l’addestramento di tutti i propri modelli per rafforzare le misure di sicurezza. La decisione arriva dopo l’attacco a Hugging Face, in cui agenti basati su GPT-5.6 Sol hanno compromesso dei server mettendo in evidenza i limiti delle protezioni allora in uso. Durante la pausa l’azienda dichiara tre interventi: rafforzare l’isolamento dell’ambiente in cui viene eseguito il codice prodotto dai modelli, aggiungere controlli per scollegare da internet le prove considerate ad alto rischio, e riconfigurare l’ambiente di lavoro togliendo i servizi condivisi vulnerabili, riducendo i privilegi permanenti e irrobustendo i confini fra le componenti. Viene introdotto anche un sistema di sorveglianza fatto di classificatori che esaminano le azioni e le sequenze di azioni dei modelli cercando accessi non autorizzati, sottrazione di dati e tentativi di aggirare le protezioni: quando qualcosa insospettisce scatta entro trenta minuti un allarme di massima priorità, e se in quel tempo non viene confermato come falso allarme l’attività si ferma automaticamente. OpenAI ha annunciato che condividerà le soluzioni adottate con le altre aziende attraverso un rapporto tecnico.
Il commento. Un fornitore che ferma la produzione per due settimane per mettere a posto la sicurezza fa la cosa giusta, e va detto. Va detta però anche l’altra metà: se quelle protezioni servono adesso, prima non c’erano. Per una scuola la lezione non riguarda i modelli, riguarda il modo di trattare i fornitori digitali, che oggi sono tanti e quasi tutti indispensabili: registro elettronico, piattaforma didattica, segreteria digitale, archiviazione, servizi di comunicazione con le famiglie. Le tre misure elencate si traducono in tre domande da mettere per iscritto la prossima volta che rinnovate o acquistate, e sono domande a cui un fornitore serio risponde in mezza pagina. Primo: i vostri sistemi di prova e di sviluppo sono separati da quelli dove stanno i nostri dati veri, oppure gli aggiornamenti si provano sui dati degli istituti. Secondo: chi dei vostri tecnici ha accesso permanente ai dati della nostra scuola, e quell’accesso vale per sempre o solo per il tempo dell’intervento. Terzo: quando succede qualcosa di anomalo, chi se ne accorge, in quanto tempo ci avvisate e chi ha il potere di fermare il servizio. La seconda domanda è quella che imbarazza di più, perché in molti contratti l’assistenza tecnica ha un accesso completo e permanente ai dati degli alunni, e nessuno ci ha mai pensato. La parte più copiabile della notizia è però l’ultima, cioè come è fatto l’allarme: se entro trenta minuti nessuno smentisce, l’attività si ferma da sola. Quasi tutte le organizzazioni fanno il contrario, e cioè un avviso che resta lì ad aspettare che qualcuno lo guardi. Gli avvisi che aspettano non li guarda nessuno, e in una scuola d’estate men che meno. Se avete un sistema di allerta sui sistemi dell’istituto, chiedete che il comportamento predefinito in assenza di risposta sia bloccare e non proseguire. Vale infine il richiamo che facevamo ieri sulle prove interne: quando l’istituto fa provare a qualcuno un assistente automatico su un lavoro vero, si comincia su una copia dei dati o su dati inventati, mai sugli originali, e senza accesso a internet se il compito non lo richiede. Sono esattamente le stesse tre precauzioni, prese da chi ha molto più da perdere di voi.
D.R.
Fonte: Punto Informatico
Regole
Da ieri un magistrato di un altro Paese europeo può chiedere i dati direttamente al fornitore, e la cosa che riguarda la scuola è che cosa vale come prova
Agenda Digitale spiega il regolamento europeo 2023/1543 sulla prova elettronica, applicabile dal 18 agosto 2026, che permette alle autorità giudiziarie di uno Stato membro di rivolgersi direttamente ai prestatori di servizi stabiliti o rappresentati in un altro Stato, senza passare per le vecchie procedure di cooperazione internazionale. Gli strumenti sono due: l’ordine europeo di produzione, che impone la consegna dei dati entro dieci giorni e in otto ore nei casi di emergenza, e l’ordine europeo di conservazione, che obbliga a congelare i dati per sessanta giorni impedendone la cancellazione in attesa della richiesta vera e propria. I dati sono divisi in categorie con soglie diverse: quelli che servono a identificare l’utente e l’abbonato sono i più accessibili, mentre per i dati di traffico e per i contenuti serve un reato punito con almeno tre anni di reclusione. In Italia i decreti legislativi 215 e 216 del 2025 hanno individuato le autorità competenti, affidando al pubblico ministero le richieste sui dati identificativi e al giudice quelle su traffico e contenuti. L’articolo insiste infine su un punto di metodo: l’accessibilità del dato e l’affidabilità della prova non coincidono, e restano necessarie la verifica forense, la documentazione della catena di custodia, il controllo di integrità e autenticità e l’attribuzione, prima che un dato possa essere usato in un processo.
Il commento. Diciamolo subito: una scuola non è un prestatore di servizi ai sensi di questo regolamento, quindi non riceverà ordini europei di produzione e non deve preparare nessuna procedura per rispondere entro dieci giorni. Chi li riceverà sono i vostri fornitori, cioè chi ospita il sito, chi gestisce il registro elettronico, chi fornisce la piattaforma didattica e la posta. Da lì discende l’unica cosa operativa che vi riguarda, ed è una domanda da mettere nella prossima comunicazione al fornitore: avete una procedura per le richieste delle autorità e ci informate quando ne ricevete una che riguarda i dati della nostra scuola, nei casi in cui la legge ve lo consente. Chi ci ha pensato risponde in due righe, chi non ci ha pensato vi risponde con un preventivo. La parte davvero utile per un istituto è però l’ultima riga dell’articolo, quella sul metodo, perché tocca una cosa che nelle scuole succede ogni anno. Che un dato sia accessibile non lo rende una prova. Nei procedimenti disciplinari a carico di studenti, nelle contestazioni al personale, nei ricorsi delle famiglie e nelle segnalazioni di episodi avvenuti sulle piattaforme, quello che finisce agli atti sono quasi sempre schermate fotografate con il telefono, esportazioni dal registro salvate sul computer di qualcuno, messaggi inoltrati e ricopiati. Nessuno di questi materiali dice da dove viene, se è stato modificato e chi ha fatto che cosa. Non è un dettaglio formale: è il motivo per cui certe contestazioni cadono. Le precauzioni sono semplici e non richiedono nessuno strumento particolare. Quando serve conservare un dato digitale per una vicenda che potrebbe avere seguito, si chiede l’estrazione al fornitore del sistema invece di fabbricarsela in proprio, si annota la data e l’ora in cui è stata fatta e chi l’ha fatta, si conserva il file originale senza rinominarlo o rielaborarlo, e si mette tutto insieme alla richiesta scritta che lo ha originato. Se il dato riguarda minori, va detto anche perché lo si sta conservando e per quanto tempo, che è l’altra metà dello stesso discorso. Ultima nota per chi insegna diritto o educazione civica: qui c’è una vicenda perfetta da raccontare, e cioè come una prova digitale attraversi le frontiere in dieci giorni mentre una rogatoria tradizionale ne impiegava mesi, e che cosa questo cambia nel rapporto fra velocità della giustizia e garanzie di chi è indagato.
D.R.
Fonte: Agenda Digitale
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