Rassegna AI
L’artigianato ha perso quattrocentotrentaquattromila addetti in dieci anni, e chi spiega come funziona la firma invisibile dei testi toglie l’illusione di poter scoprire chi ha usato l’intelligenza artificiale
L'ufficio studi della CGIA conta un calo del 25,1% degli addetti dell'artigianato fra il 2015 e il 2025 e avverte che il pericolo non è la macchina che sostituisce l'artigiano ma il concorrente che ha imparato a usarla, il che riguarda da vicino gli istituti professionali e chi orienta. Nella stessa giornata Anthropic spiega come funziona davvero la marcatura dei testi prodotti da Claude, e la spiegazione dice due cose che vanno lette insieme: nei documenti non finiscono caratteri nascosti, ma la marcatura si dirada sui testi brevi e sparisce con una riscrittura, quindi come strumento per scoprire chi ha usato l'intelligenza artificiale in un compito non funziona.

Questa è un’edizione di fine settimana lungo: le testate italiane si sono quasi fermate per tre giorni, quindi le notizie qui sotto coprono l’arco che va da venerdì a domenica e non le sole ultime ore. La più utile per chi lavora a scuola è la seconda, e chiude in anticipo una discussione che tornerà al primo collegio di settembre. Anthropic ha spiegato come funziona la firma invisibile dei testi prodotti da Claude, e la spiegazione dice che quella marcatura funziona male sui testi brevi, si dirada nei passaggi fattuali e sparisce se il testo viene riscritto. Tradotto: non servirà mai a stabilire se un compito lo ha scritto uno studente o una macchina. Chi vi propone strumenti per riconoscere i testi generati sta vendendo una cosa che non funziona, e un falso positivo su un elaborato non è un errore tecnico, è un’accusa a un minore. La strada che regge è un’altra: chiedere il percorso e non solo il prodotto, e scrivere nel patto di corresponsabilità che chi consegna un lavoro ne risponde, comunque lo abbia prodotto.
La prima notizia riguarda l’orientamento e va maneggiata con attenzione, perché quel meno 25,1% di addetti nell’artigianato verrà usato agli open day come argomento per sconsigliare i percorsi professionali. È una lettura sbagliata: il calo degli addetti convive con botteghe che non trovano nessuno da formare, cioè con una domanda che c’è e non viene soddisfatta. La frase da tenere è quella della CGIA, secondo cui il pericolo non è la macchina che sostituisce l’artigiano ma il concorrente che ha imparato a usarla e risponde al cliente due giorni prima. Se è così, quello che manca in uscita da un professionale non è la competenza tecnica ma la parte che sembra amministrazione: il preventivo, la risposta al cliente, la scheda del prodotto.
Le ultime due si preparano in agosto e si usano, semmai, a emergenza avvenuta. Chi ruba un archivio oggi se lo fa leggere per intero da un modello tenuto sul proprio computer, quindi in una segreteria non esistono più i documenti innocui perché sepolti fra gli altri: serve una mappa di quali cartelle contengono dati sanitari, documenti d’identità e relazioni sui casi. E dalla notizia sugli Stati Uniti, dove le aziende private sono state autorizzate a contrattaccare, si ricava per contrasto la cosa che quasi nessun istituto ha messo per iscritto: la pagina con nomi e numeri di chi fa che cosa nell’ora in cui la segreteria si blocca. In Italia contrattaccare è un reato anche per chi lo ordina, e le settantadue ore per la notifica cominciano comunque.
Orientamento e mestieri
L’artigianato ha perso un quarto degli addetti in dieci anni, e il pericolo indicato non è la macchina ma il concorrente che va più veloce
Italpress riprende l’elaborazione dell’ufficio studi della CGIA di Mestre sullo stato dell’artigianato italiano. Nel 2025 le sedi di imprese artigiane attive sono scese a 1,22 milioni di unità, ma il dato più pesante riguarda le persone: nel 2015 gli addetti del comparto erano 1,7 milioni, nel 2025 poco meno di 1,3 milioni, con un calo del 25,1% pari a circa 434.000 persone in meno in dieci anni. Le cause indicate agiscono insieme: la concorrenza della grande distribuzione e del commercio elettronico, che comprimono i prezzi grazie alle economie di scala; il cambiamento delle abitudini di acquisto, con meno acquisti frequenti; il peso dei costi fissi, cioè affitti, utenze e tasse, che incide in modo sproporzionato sulle attività piccole; e la demografia, con l’invecchiamento della popolazione e la denatalità che riducono insieme la clientela e i giovani che entrano nei mestieri. Sull’intelligenza artificiale l’analisi non prevede una sostituzione ma una divisione del comparto in due gruppi: chi la userà come un assistente instancabile e chi se la troverà davanti come concorrente, sotto forma di produzione standardizzata, dai mobili stampati in tre dimensioni alla progettazione automatica. La formula usata dalla CGIA è che il pericolo vero non è che l’intelligenza artificiale porti via il lavoro agli artigiani, ma che chi la sa usare diventi molto più veloce.
Il commento. Questa notizia riguarda la scuola più di quanto sembri, e per due strade diverse. La prima è l’orientamento, ed è la più delicata perché tocca quello che si dice alle famiglie. Quel meno 25,1% verrà usato a dicembre, agli open day, come argomento per sconsigliare i percorsi professionali, e sarebbe una lettura sbagliata dei dati: il calo degli addetti convive con la difficoltà crescente delle botteghe a trovare qualcuno da formare, cioè con una domanda di lavoro che c’è e non viene soddisfatta. Le due cose insieme dicono una cosa sola, ed è che quel settore ha meno persone e non meno bisogno di persone. La seconda strada riguarda il contenuto di quei percorsi, ed è dove la frase della CGIA diventa un programma didattico. Se il rischio per un giovane artigiano non è la macchina che lo sostituisce ma il coetaneo che risponde al cliente due giorni prima di lui, allora quello che manca in uscita da un istituto professionale non è la competenza tecnica, che c’è: è la parte che nessuno insegna perché sembra amministrazione. Preparare un preventivo leggibile, descrivere il lavoro fatto, rispondere a un cliente che chiede la stessa cosa per la quarta volta, mettere online la scheda di un prodotto. Sono esattamente le attività in cui questi strumenti aiutano di più, e sono esattamente quelle che in un laboratorio si considerano un contorno. Un consiglio concreto per chi programma le attività di quest’anno e per i tutor dei PCTO: una parte del monte ore in azienda vale di più se passa dall’ufficio invece che solo dal banco di lavoro. Uno studente che torna sapendo com’è fatto un preventivo, e come si risponde a una richiesta, ha in mano una cosa che il titolare della bottega spesso non ha il tempo di insegnargli. C’è infine una considerazione sui numeri che vale per il consiglio di classe più che per l’orientamento. Le imprese artigiane del territorio sono quelle che vi ospitano gli studenti, e in dieci anni ne sono sparite molte: se le convenzioni per i percorsi si stanno facendo più difficili da rinnovare, non è disinteresse, è aritmetica. Vale la pena tenerne conto quando si programma, e muoversi prima di ottobre.
D.R.
Fonte: Italpress
Compiti e valutazione
La firma invisibile nei testi non è un carattere nascosto, e sparisce se il testo è corto o se viene riscritto
Hardware Upgrade riporta la spiegazione tecnica con cui Anthropic ha descritto il funzionamento della marcatura applicata ai testi prodotti da Claude. Il meccanismo non consiste nell’inserire caratteri nascosti nel testo, come si era letto in diverse ricostruzioni, ma nell’orientare le scelte del modello fra parole equivalenti: quando in un punto della frase sono possibili più sinonimi ugualmente plausibili, la scelta non è casuale ma guidata da una chiave crittografica, e questo consente a chi verifica di stimare la probabilità che quel testo provenga da Claude. I vantaggi dichiarati sono tre: non occupa spazio aggiuntivo, un testo marcato e uno non marcato sono indistinguibili per chi legge, e la marcatura non contiene informazioni sull’utente né sulle conversazioni. I limiti sono altrettanto espliciti: funziona male sui testi brevi, si dirada nei passaggi puramente fattuali dove esiste una sola formulazione corretta e non ci sono sinonimi fra cui scegliere, nel codice sorgente resta marcabile soltanto nelle sezioni arbitrarie come i commenti, e una riscrittura sostanziale della prosa può eliminarla del tutto. L’implementazione risponde agli obblighi dell’AI Act europeo in vigore dal 2 agosto e viene applicata su scala mondiale.
Il commento. Questa è la notizia più utile della giornata per una scuola, e lo è perché chiude una discussione che ricomincerà puntualmente al primo collegio di settembre. La marcatura non serve, e non servirà, a scoprire se un elaborato lo ha scritto uno studente o una macchina. I motivi stanno tutti nell’articolo e sono tre, tutti e tre fatali proprio nel caso scolastico. Il primo: funziona male sui testi brevi, e un tema, una relazione di laboratorio o la risposta a una domanda aperta sono testi brevi. Il secondo: si dirada nei passaggi fattuali, cioè proprio dove lo studente riporta date, formule, definizioni. Il terzo, decisivo: una riscrittura sostanziale la elimina, e riscrivere è esattamente quello che fa un ragazzo sveglio. Aggiungete che riguarda solo i testi di un fornitore fra i molti, e avete il quadro completo. Chi in questi mesi vi propone strumenti per riconoscere i testi generati sta vendendo una cosa che non funziona, e ne abbiamo scritto il 10 agosto a proposito di come quei programmi stiano diventando una prova che colpisce soprattutto chi scrive in una lingua non sua, cioè gli studenti stranieri e i ragazzi con disturbi specifici. Un falso positivo su un compito non è un errore tecnico: è un’accusa a un minore, e non si ritira. La domanda giusta quindi non è come scoprirlo, è come valutare in modo che la questione conti di meno. Tre cose che funzionano e che non richiedono tecnologia. La prima: spostare una parte del peso sulle prove in presenza e sull’orale, che non è tornare indietro ma riconoscere che il prodotto scritto a casa non dice più quello che diceva. La seconda: chiedere il percorso e non solo il risultato, cioè le fonti consultate, le versioni intermedie, la spiegazione di una scelta. Uno studente che ha fatto il lavoro sa rispondere in due minuti, chi ha incollato no. La terza è una regola da scrivere nel patto di corresponsabilità con parole semplici: chi consegna un lavoro ne risponde, comunque lo abbia prodotto, e questo vale sia per l’errore sia per il merito. È l’unica formulazione che regge, perché non dipende da uno strumento di verifica che l’anno prossimo potrebbe non esistere più. E vale la pena dirla anche in senso positivo, perché è la parte che di solito non si dice: uno studente che usa questi strumenti, controlla quello che esce e sa spiegare perché ha tenuto una cosa e scartato un’altra sta facendo esattamente il lavoro che gli chiederà chiunque lo assuma.
D.R.
Fonte: Hardware Upgrade
Acquisti
I data center si stanno mangiando le memorie, e il conto arriverà sulle forniture informatiche dei prossimi mesi
Rivista.AI ricostruisce come la domanda di semiconduttori per i data center dedicati all’intelligenza artificiale stia creando una scarsità globale di memorie. La corsa assorbe la capacità produttiva destinata ai chip per server e riduce la disponibilità per l’elettronica di consumo, con il risultato di prezzi più alti per telefoni, computer e altri dispositivi. Dentro questo quadro l’articolo colloca la vicenda di Apple, che sta cercando fornitori cinesi di memorie, in particolare CXMT per le DRAM e YMTC per le NAND, trovando l’opposizione esplicita dell’amministrazione statunitense: secondo il segretario al Commercio Howard Lutnick la posizione della Casa Bianca è chiaramente contraria, nonostante Apple abbia annunciato un investimento di 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti in quattro anni. La conclusione va oltre il caso singolo: l’intelligenza artificiale sta trasformando porzioni sempre più ampie della filiera tecnologica mondiale in strumenti di politica industriale, al punto che perfino la scelta di un fornitore di memorie diventa una questione strategica nazionale.
Il commento. Una scuola non compra computer come li compra un’azienda, e la differenza è tutta a suo svantaggio in un anno come questo. L’azienda che vede salire i prezzi anticipa l’ordine; un istituto deve passare da una procedura, da una determina, spesso da fondi vincolati a una scadenza, e fra il momento in cui si decide e quello in cui si ordina passano settimane o mesi. Se in quelle settimane il listino si muove, il preventivo su cui è stata costruita la determina non basta più, e il risultato pratico è che si comprano meno macchine di quelle previste oppure si riapre tutto da capo. Tre cose concrete per chi ha acquisti informatici da fare entro l’anno. La prima: chiedete ai fornitori preventivi con una validità dichiarata, e leggetela. Un preventivo valido trenta giorni, in un mercato che si muove, è un preventivo che scade prima della vostra procedura, e conviene saperlo prima di costruirci sopra un atto. La seconda: se avete più interventi previsti nell’arco dell’anno scolastico, valutate di accorparli adesso invece di distribuirli, perché la disponibilità sta scendendo da mesi e non è un problema di magazzino che rientra a settembre. La terza vale per il parco macchine che avete già e che qualcuno sta proponendo di rottamare: in un anno in cui la memoria costa, aggiungere memoria a un computer di quattro o cinque anni resta l’intervento con il miglior rapporto fra spesa e anni guadagnati, e su un laboratorio intero la differenza è di un ordine di grandezza. Vale la pena farlo valutare prima di scrivere una richiesta di sostituzione. Sul piano generale, questa vicenda dice una cosa che riguarda ogni acquisto tecnologico dei prossimi anni: se un’azienda con seicento miliardi da investire non riesce a scegliere liberamente da chi comprare un componente, la continuità di fornitura ha smesso di essere un dettaglio. Nelle richieste di offerta è ragionevole cominciare a chiedere tempi di consegna garantiti per iscritto, e non solo il prezzo.
D.R.
Fonte: Rivista.AI
Archivi della segreteria
Chi ruba i documenti adesso li fa leggere a un modello tenuto sul proprio computer, e non esistono più i file innocui perché sepolti in mezzo agli altri
CyberSec Italia riferisce l’allarme dell’intelligence sudcoreana su Kimsuky, il gruppo di cyberspionaggio collegato a Pyongyang, che sta impiegando l’intelligenza artificiale per automatizzare le proprie attività. Il dettaglio che rende la segnalazione significativa è la scelta degli strumenti: il gruppo usa programmi che permettono di far girare i modelli in locale, sulla propria macchina, come Ollama, GPT4All e Msty, insieme a tecniche di recupero delle informazioni dai documenti. La ragione è esplicita: così il materiale analizzato non viene caricato su alcun servizio esterno, cosa particolarmente rilevante quando quel materiale contiene dati sottratti durante operazioni di spionaggio. Oltre alla preparazione di messaggi di adescamento più convincenti, le tracce indicano ambizioni più ampie, con strumenti per la costruzione di agenti automatici, software di trascrizione da voce a testo e strumenti di programmazione assistita. Sul movente economico l’articolo riporta che i gruppi nordcoreani hanno sottratto circa 2 miliardi di dollari in criptovalute nel 2025, con una crescita del 51% sull’anno precedente, e circa 3 miliardi dal 2017 attraverso 58 attacchi a piattaforme di scambio.
Il commento. La Corea del Nord è lontana e non è quella la parte che vi riguarda. La parte che vi riguarda sta nel mezzo, ed è che chi ruba un archivio oggi ha un modo economico per leggerlo tutto. Fino a ieri questo era un paracadute silenzioso di cui nessuno sapeva di godere: chi portava via il contenuto di un server di segreteria si ritrovava con decine di migliaia di file da spulciare a mano, guardava le cartelle con i nomi promettenti e lasciava perdere il resto, perché non valeva il tempo. Un modello che gira sul computer di chi ha rubato, senza passare da nessun fornitore e senza costi per domanda, può invece leggere tutto e rispondere a richieste come "quali documenti contengono diagnosi" o "dove si parla di situazioni familiari". In una scuola quella frase descrive esattamente il contenuto di un archivio di segreteria: certificazioni sanitarie, diagnosi funzionali, piani educativi individualizzati, relazioni dei servizi sociali, provvedimenti disciplinari, documenti d’identità dei genitori. Sono dati particolari di minori, cioè la categoria che il regolamento europeo protegge di più. Le conseguenze pratiche sono due. La prima: smettere di ragionare per documenti importanti e documenti innocui. In un archivio letto per intero il valore sta nelle combinazioni, e la cosa che mette nei guai spesso non è la diagnosi ma la mail di tre anni fa in cui qualcuno spiegava come si era deciso di gestire quel caso. La seconda riguarda gli obblighi: se subite una violazione e dovete valutare cosa notificare al Garante entro settantadue ore e cosa comunicare alle famiglie, non potete più sostenere che i dati sensibili fossero difficilmente raggiungibili perché sepolti fra migliaia di file. Non lo sono più, e chi valuta lo sa. Da qui una cosa noiosa che quest’anno ha smesso di essere rimandabile, e che si fa in un pomeriggio di agosto meglio che in qualunque altro momento: sapere che cosa c’è nelle cartelle. Non serve una catalogazione perfetta, serve una mappa di quali cartelle contengono dati sanitari, quali contengono documenti d’identità, quali le relazioni sui casi, e chi vi ha accesso. Se doveste ricostruirla il giorno dopo un attacco la ricostruireste in emergenza, con le settantadue ore che corrono e le famiglie che chiamano.
D.R.
Fonte: CyberSec Italia
Se succede
Negli Stati Uniti le aziende private potranno contrattaccare chi le attacca, e in Italia quella stessa cosa è un reato
Cyber Security 360 riferisce che il presidente statunitense ha firmato un memorandum che consente ad aziende private americane di condurre operazioni informatiche offensive contro organizzazioni criminali transnazionali, sotto la supervisione del governo federale. Il quadro assegna la vigilanza al Dipartimento per la sicurezza interna e a quello di giustizia, impone alle aziende partecipanti una cauzione di almeno un milione di dollari, e comprende operazioni di sorveglianza informatica e operazioni di impatto informatico, con bersagli individuati fra chi conduce attacchi ransomware, frodi finanziarie e organizzazioni criminali straniere. L’articolo sottolinea che si tratta di un’eccezione su scala mondiale, perché in nessuna altra parte del mondo l’attacco informatico da parte di privati è permesso in questa forma, e raccoglie le preoccupazioni degli esperti sul rischio di escalation, sulla difficoltà di coordinamento fra privati e agenzie governative e sulla possibilità che la partecipazione privata mascheri azioni statali. Sul confronto europeo è netto: in Italia le operazioni offensive da parte di privati sono vietate, e chi le compie ricade negli articoli 615-ter, accesso abusivo a sistema informatico, e 635-bis, danneggiamento di dati.
Il commento. Con la vita quotidiana di un istituto questa notizia c’entra poco, ed è giusto dirlo invece di costruire un collegamento che non c’è: nessuna scuola si troverà mai a valutare se contrattaccare. Il motivo per cui vale la pena tenerla è un altro, ed è la riga finale sull’Italia, perché indica in negativo una cosa che in positivo quasi nessun istituto ha scritto: che cosa si fa quando succede. Nel momento in cui la segreteria si blocca e compare la richiesta di riscatto, la reazione naturale è chiamare la ditta che tiene i computer e chiedere di risolvere. In quel momento arrivano due proposte ricorrenti, e conviene sapere prima come si risponde. La prima è pagare, e la posizione da tenere è che non decide il tecnico e non decide il DSGA: è una decisione del dirigente, con l’ente proprietario informato, e con una consapevolezza che spesso manca, cioè che pagare non fa venire meno l’obbligo di notifica al Garante, perché i dati sono comunque usciti. La seconda proposta è quella che questa notizia rende attuale: qualcuno che si offre di risalire agli attaccanti, di entrare nel server da cui è partito l’attacco, o di far togliere i file pubblicati intervenendo direttamente. In Italia quella cosa è un reato, e non del tecnico che la esegue ma anche di chi la ordina, cioè della scuola. Il fatto che negli Stati Uniti sia appena diventata legale renderà queste proposte più frequenti e più presentabili, perché arriveranno con l’aria della normalità internazionale. La procedura corretta è un’altra e va scritta adesso, su una pagina, con nomi e numeri di telefono: chi isola le macchine, chi avvisa il dirigente, chi contatta il responsabile della protezione dei dati, chi fa la denuncia alla polizia postale, chi informa l’ente proprietario dell’edificio e chi predispone la notifica al Garante entro settantadue ore. È una pagina che si scrive in un’ora di agosto e che nessuno riesce a scrivere nell’ora in cui servirebbe.
D.R.
Fonte: Cyber Security 360
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