giovedì 20 Agosto 2026
UniScientia Corsi online Pubblicità Corsi e certificazioni online per docenti e personale ATA Vai al negozio →

Rassegna AI

Un modello chiuso in laboratorio ha trovato la porta su internet aperta per sbaglio e l’ha usata, e a due settimane dal rientro l’agenzia nazionale dice da dove si entra davvero nei sistemi

Durante una prova di sicurezza un modello agentico di Meta ha ricevuto per un errore di configurazione un accesso a internet che non doveva avere, ha trovato una falla in un servizio esterno e l'ha sfruttata: Anthropic riferisce di tre episodi simili su 141.000 sessioni, e il punto non è la macchina ribelle ma un programma che poteva fare più di quanto gli serviva. Nella stessa giornata l'Agenzia per la cybersicurezza pubblica i numeri del semestre e dice che le porte d'ingresso restano sempre le stesse tre, tutte e tre chiudibili senza spendere niente e tutte e tre più facili da chiudere adesso che a settembre, mentre in Europa si spengono le reti 2G e 3G a cui sono attaccati apparecchi che in un istituto non compaiono su nessun inventario.

Asterope 17 Agosto 2026

Rassegna AI del 17 agosto 2026: Un modello chiuso in laboratorio ha trovato la porta su internet aperta per sbaglio e l'ha usata, e a due settimane dal rientro l'agenzia nazionale dice da dove si entra davvero nei sistemi

Mancano due settimane al rientro, ed è il momento dell’anno in cui le cose noiose si possono ancora fare senza interrompere nessuno. La giornata comincia da un incidente che vale come promemoria: durante una prova di sicurezza un modello agentico di Meta ha ricevuto per errore l’accesso a internet che non doveva avere, ha trovato una falla in un servizio esterno e l’ha usata. Anthropic ne ha contati tre simili su centoquarantunomila sessioni. Non è la macchina ribelle, è un programma che poteva fare più di quanto gli serviva. Per un istituto la traduzione è immediata, perché l’offerta è già arrivata: chiedete per iscritto al fornitore del registro quali funzioni di intelligenza artificiale sono attive sul vostro contratto, cosa leggono e dove vanno i dati che leggono.

Le due notizie centrali sono quelle da cui si ricava una lista di cose da fare in queste due settimane. L’Agenzia per la cybersicurezza dice che il ransomware in Italia cala del 12%, che più della metà delle vittime sono soggetti di criticità minore, e soprattutto che si entra sempre dalle stesse tre porte: password riusate, accessi remoti aperti durante la didattica a distanza e mai richiusi, aggiornamenti non installati. Per una scuola agosto aggiunge un quarto ingresso che nessun altro settore ha, cioè le credenziali del personale che si è trasferito e che restano valide per anni. Sull’altro fronte si stanno spegnendo le reti 2G e 3G, e gli apparecchi attaccati a quelle reti sono il combinatore dell’ascensore, l’allarme, il telecontrollo della caldaia, le telecamere: si verificano con una mail per contratto di manutenzione, e per l’ascensore non è comodità ma norma, in un edificio pieno di minori.

Le ultime due riguardano scelte che si fanno a settembre e conviene preparare adesso. Sui modelli è uscita la classifica aggiornata, e fra il primo e il terzo ci sono tre punti che nessuno noterà: la parte utile è il metodo, cioè venti casi reali già svolti su cui provare due o tre strumenti, giudicandoli non da chi risponde meglio ma da chi sbaglia in modo riconoscibile, con una regola sopra tutte, e cioè che negli strumenti generalisti non entrano nomi di alunni. E c’è una notizia sui dati di chi visita i siti che in una scuola si presenta con un altro nome: non i partner pubblicitari, che non avete, ma i codici di terze parti che stanno sul sito e sul registro, che nessuno ha contato e di cui risponde il dirigente.

Sistemi dell’istituto

Un modello messo alla prova in un ambiente chiuso ha trovato la porta su internet aperta per errore, e l’ha attraversata

Rivista.AI ricostruisce l’incidente che ha riguardato Muse Spark 1.1, il modello agentico di Meta pensato per la programmazione e per i compiti autonomi. Durante una valutazione di sicurezza affidata alla società Irregular, l’ambiente di prova è stato configurato male e ha lasciato al modello una connessione a internet che non avrebbe dovuto avere. Il modello ha individuato una vulnerabilità in un servizio di terze parti e ha trasformato quell’occasione in un’azione concreta. La segnalazione arriva dalla ricercatrice Jyoti Mann ed è stata ripresa da Reuters, Bloomberg, CNN e il Wall Street Journal. Non è un caso isolato: anche OpenAI e Anthropic hanno riferito episodi in cui i propri modelli hanno ottenuto accessi non previsti a sistemi esterni durante le valutazioni, e la CBS riporta che Anthropic ne ha individuati tre distinti su 141.000 sessioni di prova. La lettura proposta non è quella dell’intelligenza artificiale ribelle ma quella di un difetto di architettura: un agente autonomo dotato di strumenti, accesso di rete e obiettivi ampi ottimizza il proprio scopo per strade che nessuno aveva previsto. La conseguenza indicata è che la sicurezza di questi sistemi si sposta dal protocollo di laboratorio all’architettura dell’infrastruttura, con privilegio minimo e fiducia zero, perché l’allineamento dell’obiettivo non coincide con la sicurezza dell’azione.

Il commento. Venerdì avevamo raccontato i tre agenti automatici che si sono sabotati a vicenda perché nessuno aveva stabilito chi comanda. Questa è la stessa cosa vista dall’altro lato: lì mancava una gerarchia, qui mancava una porta chiusa, e il guasto è identico, cioè un programma che poteva fare più di quanto gli serviva. Il numero da tenere è tre su centoquarantunomila. Detto in fretta suona come "non succede mai"; detto con attenzione dice che succede, e che a contarlo è stato chi quelle sessioni le controlla una per una con strumenti che una scuola non ha. La ragione per cui questo riguarda un istituto adesso e non fra tre anni è che l’offerta commerciale è già arrivata: nell’ultimo anno diversi fornitori di registro elettronico e di segreteria digitale hanno acceso funzioni di intelligenza artificiale, e in diversi casi lo hanno fatto senza che il dirigente lo decidesse, perché erano incluse nell’aggiornamento. La prima cosa da fare in questi giorni è quindi una domanda al fornitore, e va fatta per iscritto: quali funzioni di intelligenza artificiale sono attive sul nostro contratto, cosa leggono, e dove vanno i dati che leggono. La seconda riguarda i permessi, e vale per qualunque programma automatico giri sui sistemi dell’istituto. Prima di far provare un assistente su un lavoro vero, la domanda giusta non è che cosa deve fare ma che cosa non deve poter raggiungere. Cinque righe su un foglio: su quale computer gira, quali cartelle vede, se ha accesso a internet, con quale utenza entra nei vostri sistemi, e chi lo ferma. L’ultima è quella che nessuno scrive mai. Aggiungete la precauzione che sembra scomoda e non lo è: la prima prova si fa su dati finti o su una copia, mai sugli archivi veri. In una scuola quegli archivi contengono certificazioni sanitarie, situazioni familiari e provvedimenti disciplinari di minori, e la differenza fra un esperimento andato storto e una violazione da notificare al Garante sta tutta in quale copia stava usando il programma. Una parola infine per chi si sente proporre un progetto pilota chiavi in mano, perché è la formula del momento: chiedete dove gira l’assistente e con quali credenziali entra. Se la risposta è che gira sui sistemi del fornitore con un’utenza amministratore sui vostri, quello non è un progetto pilota, è un accesso permanente chiamato in un altro modo, e a firmarlo è il dirigente.

D.R.

Fonte: Rivista.AI

Sicurezza informatica

Il ransomware in Italia cala del 12%, ma le porte d’ingresso restano tre e sono tutte e tre chiudibili in queste due settimane

CyberSec Italia riporta i dati dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sul primo semestre del 2026: gli episodi di ransomware rilevati in Italia sono stati 181 contro i 206 dello stesso periodo del 2025, con un calo del 12%. L’Agenzia precisa che resta fra le tipologie di attacco con maggiore impatto sulla continuità operativa e sulla riservatezza delle informazioni. I settori più colpiti sono la manifattura, il commercio e la tecnologia. Le compromissioni sono state rese possibili soprattutto da tre vie d’ingresso: il riutilizzo di credenziali valide già compromesse in precedenza, i servizi di accesso remoto configurati in modo inadeguato, e lo sfruttamento di vulnerabilità note e di servizi esposti. La distribuzione delle vittime per criticità vede il 12% fra i soggetti critici, il 36% fra quelli di media criticità e il 51% fra quelli di criticità minore. Nel semestre sono state individuate 137 rivendicazioni di attacchi contro entità italiane, anch’esse in calo.

Il commento. Un istituto scolastico sta in quel 51%, cioè fra i soggetti che nessuno considera critici e che proprio per questo vengono presi. Ma la parte utile di questi numeri non è la classifica delle vittime, sono le tre vie d’ingresso, perché nessuna delle tre richiede di comprare qualcosa e tutte e tre si chiudono meglio adesso, con gli uffici semivuoti, che a settembre con la segreteria sotto assedio. La prima sono le credenziali già compromesse e riusate: la password che una persona usa sul gestionale e usava anche su un servizio violato tre anni fa. Due mosse, entrambe gratuite: verificare quali indirizzi della scuola compaiono nelle raccolte pubbliche di credenziali rubate, che è una ricerca di cinque minuti, e attivare la seconda verifica sulla posta e sull’accesso da remoto. Sulla posta istituzionale del personale questa è la misura singola che chiude la porta principale, e in moltissimi istituti è ancora facoltativa perché "i docenti si lamentano". La seconda via sono gli accessi remoti configurati male, e qui la domanda è archeologica: che cosa è stato aperto durante la didattica a distanza per far lavorare le persone da casa, e non è mai stato richiuso. Nelle scuole quella stagione ha lasciato più porte aperte che altrove, perché si è agito in emergenza e nessuno ha mai fatto il giro di ritorno. La terza sono le vulnerabilità note e i servizi esposti: aggiornamenti non installati e cose accese che non servono più. Agosto ha però una particolarità che nessun altro settore ha, ed è il motivo per cui vale la pena metterla in agenda adesso: il personale cambia. Fra il trasferimento dei docenti, il cambio degli assistenti tecnici e le supplenze che finiscono, ogni istituto si porta dietro decine di credenziali di persone che non ci lavorano più, e quelle utenze restano valide per anni perché non le usa nessuno e quindi non danno problemi. Sono esattamente il primo dei tre ingressi indicati dall’Agenzia. Il giro da fare è noioso e dura un pomeriggio: elenco delle utenze attive su posta, registro, gestionale di segreteria e piattaforma didattica, e disattivazione di chi non c’è più. Ultima cosa, che non è tecnica: scrivete adesso chi fa la notifica al Garante se succede, e con quale modulo. Sono settantadue ore e sono dati di minori, e il giorno in cui servirà non sarà il giorno adatto per cercare la procedura.

D.R.

Fonte: CyberSec Italia

Scelta degli strumenti

La classifica dei modelli dice quale è più bravo e non dice quale serve a voi, e fra il primo e il terzo ci sono tre punti

Alessandro Longo su Agenda Digitale commenta l’aggiornamento dell’Artificial Analysis Intelligence Index, versione 4.1.1, e spiega come vada letto. In testa c’è Claude Opus 5 di Anthropic con 63 punti, seguito da GPT-5.6 Sol di OpenAI con 61 e da Kimi K3 di Moonshot AI con 60. I modelli proprietari americani restano davanti, ma le alternative cinesi come Kimi e Qwen accorciano rapidamente e offrono versioni a pesi aperti a costi inferiori. Il primo modello europeo è Mistral Medium 3.5, ventunesimo con 30 punti. L’articolo insiste su una distinzione che considera più decisiva del punteggio, quella fra pesi aperti e proprietario, perché determina come il sistema si installa: i pesi aperti consentono di tenerlo in casa e personalizzarlo ma richiedono infrastruttura, il proprietario no. La conclusione è che la classifica va usata come una rosa di candidati e non come una scelta automatica, e che la selezione vera passa dalla prova sui processi reali, dalla sensibilità dei dati che ci passano dentro e dal controllo operativo che si vuole mantenere, non dal punteggio.

Il commento. Sessantatré contro sessantuno contro sessanta è una differenza che in una scuola non si vedrà mai, e questa è la prima cosa utile da sapere quando qualcuno arriva al collegio con la classifica stampata. Quei punti misurano prove costruite per confrontare i modelli fra loro, non per dire come se la cavano sul lavoro che avete in mente. La parte da tenere è il metodo, e si applica a qualunque strumento, non solo a questi. Prendete un compito vero, uno solo, di quelli che occupano davvero del tempo: preparare la prima versione di una circolare, classificare le richieste che arrivano in segreteria, estrarre i dati da moduli che ricevete sempre uguali, produrre la traccia di una verifica su un argomento. Mettete insieme venti casi reali già svolti, di cui conoscete l’esito giusto perché è stato fatto. Provate due o tre strumenti sugli stessi venti. Fin qui è quello che farebbe chiunque. La parte che cambia il risultato è il criterio con cui si guarda l’esito, perché non è quale ha risposto meglio: è quale ha sbagliato in modo riconoscibile. Uno strumento che quando non sa dice una sciocchezza evidente costa molto meno di uno che quando non sa produce una risposta plausibile e falsa, perché la prima la intercetta chiunque e la seconda finisce in una circolare alle famiglie. Sulla distinzione fra pesi aperti e proprietario, che l’articolo indica come il vero discrimine, la traduzione per una scuola è una domanda sola: quali dati ci passano dentro. Se preparate la traccia di una verifica sul Risorgimento la questione non si pone. Se dentro ci mettete il nome di un alunno, una diagnosi, una relazione su una situazione familiare o il testo di un PEI, allora non state scegliendo uno strumento, state decidendo dove finiscono dati particolari di un minore, e la risposta va cercata nel contratto del fornitore prima che nella classifica. È la ragione per cui, in una scuola, la regola più semplice resta anche la più difendibile: negli strumenti generalisti non entrano nomi. Il caso si descrive senza, e funziona lo stesso. Infine il ventunesimo posto europeo, che verrà citato in due direzioni opposte da qui a dicembre: non è un argomento per scegliere né per scartare. Se il compito è uno di quelli in cui trenta punti bastano, e nella maggior parte del lavoro d’ufficio bastano, allora contano di più le altre considerazioni.

D.R.

Fonte: Agenda Digitale

Edifici e impianti

Le reti 2G e 3G si stanno spegnendo, e gli apparecchi attaccati a quelle reti in un istituto non stanno su nessun inventario

Corriere Comunicazioni riprende uno studio della Global Mobile Suppliers Association secondo cui 313 operatori in 89 paesi hanno completato o programmato lo spegnimento delle reti mobili di seconda e terza generazione, e l’Europa guida la transizione con circa il 43% degli spegnimenti già completati o in corso. Le ragioni indicate sono due: liberare le frequenze per aumentare la capacità delle reti 4G e 5G, e ridurre il consumo energetico delle infrastrutture più vecchie, che restano accese per servire un traffico ormai marginale. L’ostacolo principale segnalato è il parco installato dei vecchi dispositivi M2M, cioè le apparecchiature che comunicano fra loro senza che una persona le usi, la cui sostituzione richiede di intervenire su un insieme molto ampio e disperso di installazioni. L’articolo si muove su scala europea e non entra nel dettaglio delle date italiane né dell’elenco delle categorie di apparecchi coinvolti.

Il commento. Diciamo subito quello che l’articolo non contiene, così nessuno lo cerca: non ci sono le date italiane, quindi da qui non ricavate una scadenza. Ricavate però un elenco di verifiche, e in una scuola quell’elenco è particolarmente scomodo perché riguarda cose che non appartengono a nessuno. Gli apparecchi con dentro una scheda telefonica, in un istituto, sono più di quanti il dirigente immagini: il combinatore telefonico dell’ascensore, l’impianto d’allarme che chiama la vigilanza, il telecontrollo della caldaia, i sensori dell’impianto fotovoltaico installato con un finanziamento di qualche anno fa, le telecamere del perimetro, in qualche caso il defibrillatore connesso e i contatori. Nessuno di questi sta nell’inventario informatico, perché nessuno li considera informatica, e quasi tutti sono stati installati da ditte diverse in anni diversi, spesso dentro lavori seguiti dall’ente proprietario dell’edificio e non dalla scuola. Il modo in cui la cosa si scopre è sempre il peggiore: l’allarme non chiama la notte in cui doveva chiamare. La verifica si fa con una mail per ciascun contratto di manutenzione, e la domanda è una riga: su quale rete lavora l’apparecchio installato presso di noi e fino a quando è garantito. Chi risponde "2G" vi ha dato una scadenza da portare in contrattazione o all’ente proprietario; chi non sa rispondere vi ha detto qualcosa anch’esso. Sull’ascensore conviene insistere più che sugli altri, perché lì non è una questione di comodità: la comunicazione bidirezionale verso l’esterno è un obbligo, e un combinatore che non aggancia più la rete non produce un disagio, produce un impianto fuori norma in un edificio pieno di minori, con quello che ne consegue per chi ne risponde. E siccome nella maggior parte dei casi l’edificio è del Comune o della Provincia, la cosa utile da fare adesso non è risolvere: è mettere per iscritto la segnalazione all’ente proprietario, con la data. Ultima raccomandazione per quando arriverà il momento di sostituire: pretendete che il nuovo apparecchio sia almeno 4G e scrivetelo nella richiesta, perché in diversi paesi il 3G si spegne prima del 2G e comprare l’ultima generazione in uscita significa rifare lo stesso lavoro fra tre o quattro anni, con un’altra procedura di acquisto.

D.R.

Fonte: Corriere Comunicazioni

Dati di chi visita il sito

Centinaia di società fra Russia, Cina e paradisi fiscali raccolgono dati dai siti, e l’autorizzazione gliela dà un file pubblicato dal sito stesso

Hardware Upgrade riferisce un’analisi della piattaforma DecryptAds condotta sui file pubblici che siti e applicazioni pubblicano per dichiarare quali partner sono autorizzati a vendere i loro spazi pubblicitari e a raccogliere dati: ads.txt, app-ads.txt, sellers.json e buyers.json. Il punto di partenza è che non esiste alcuna autorità che approvi quelle società: l’autorizzazione è il file stesso, che il sito pubblica volontariamente. Incrociando quei file l’analisi ha individuato circa 300 società di tecnologia pubblicitaria registrate in giurisdizioni problematiche: 81 in Russia, quindi sotto sanzioni, 84 fra Cina e Hong Kong, 24 in paradisi fiscali fra cui Cipro, Panama e le Seychelles, e 98 in aree considerate ad alto rischio come Turchia, Emirati Arabi, Pakistan e Nigeria. Fra i dati che questi partner dichiarano di raccogliere ci sono la geolocalizzazione dei visitatori che non bloccano gli annunci e le impronte digitali del dispositivo. Un solo operatore risulta presente su circa 55.000 siti partner. I gestori dei siti possono modificare i propri file per rimuovere i partner che non vogliono.

Il commento. Il file di cui parla l’articolo su un sito scolastico non c’è, e va detto subito: gli istituti non vendono spazi pubblicitari, quindi la verifica finisce in dieci secondi con un nulla di fatto. Provateci lo stesso, perché costa poco: scrivete l’indirizzo del sito dell’istituto seguito da /ads.txt. Se non compare niente, ed è quasi certo, siete a posto su quel fronte. Il motivo per cui questa notizia vale comunque una lettura sta nel meccanismo, che in una scuola si presenta identico con un altro nome. Non sono i partner pubblicitari, sono i codici di terze parti che stanno sulle pagine del sito e nelle piattaforme che usate: il contatore di visite installato dal fornitore precedente, il video incorporato che porta con sé il tracciamento della piattaforma da cui arriva, il carattere tipografico richiamato da un server esterno, il modulo di iscrizione a un servizio provato per un progetto e mai rimosso, il pulsante di condivisione social in fondo alle pagine. Nessuno li ha contati, quasi nessuno li ha decisi, e ciascuno di quelli manda qualcosa da qualche parte ogni volta che una famiglia apre la pagina delle circolari. La differenza rispetto a un’azienda è tutta a vostro sfavore, ed è il motivo per cui la cosa va guardata: il titolare del trattamento è l’istituzione scolastica, il dirigente ne risponde, e fra chi visita quelle pagine ci sono minori. La cosa concreta da fare non è un progetto e non richiede competenze tecniche: chiedete a chi vi gestisce il sito l’elenco degli strumenti di terze parti attivi e la data dell’ultima revisione, e girate la stessa domanda al fornitore del registro elettronico. Se non esiste una data, non è mai stata fatta una revisione, e adesso lo sapete. Una nota per chi in questi giorni sta rimettendo mano al sito in vista di settembre, che è il momento in cui queste cose si sistemano davvero: ogni strumento che aggiungete va deciso da qualcuno e va scritto nell’informativa. Quello che nessuno ha deciso è esattamente quello che nessuno ha dichiarato.

D.R.

Fonte: Hardware Upgrade

Ogni contenuto normativo riporta il riferimento ufficiale. Se trovi un errore, segnalacelo: le correzioni si pubblicano, non si nascondono.