Rassegna AI
Dentro un documento consegnato in PDF si possono nascondere istruzioni per il software che lo legge, e chi ruba le buste paga dei colleghi adesso le fa controllare all’intelligenza artificiale
Un gruppo dell'Università di Torino ha dimostrato che del testo invisibile dentro un PDF cambia la valutazione che ne fa un modello linguistico, con percentuali di riuscita fino al 99%, e il primo caso studiato è la lettura automatica dei curriculum: la stessa cosa vale per un elaborato consegnato in formato digitale e per una messa a disposizione che arriva in segreteria. Nella stessa giornata il CERT-AgID descrive una truffa a nome INPS che chiede buste paga, CUD e un selfie e usa un modello di intelligenza artificiale per controllare che i documenti rubati siano quelli giusti, mentre sul negozio di Chrome vengono trovate 737 finte estensioni VPN, cioè proprio il genere di programma che gli studenti installano per aggirare il filtro della rete scolastica.

La giornata si apre con una notizia che sembra parlare di aziende e parla invece di come si valuta. Un gruppo dell’Università di Torino ha dimostrato che dentro un PDF si possono nascondere istruzioni che l’occhio non vede e che il modello incaricato di leggerlo esegue, cambiando il giudizio sul documento con percentuali di riuscita fino al 99%. Il caso studiato è il curriculum letto da un software di selezione, e in una scuola le situazioni sono due: le messe a disposizione che arrivano in segreteria, se qualcuno ha cominciato a farle ordinare da uno strumento automatico, e gli elaborati consegnati in formato digitale, se un docente li fa correggere da un modello. La regola da scrivere prima che cominci l’anno sta in una riga: il voto lo mette la persona che ha letto l’elaborato. E il controllo per smascherare il trucco è alla portata di chiunque, cioè copiare il testo del PDF e incollarlo nel Blocco note.
La seconda notizia riguarda i colleghi uno per uno, e va comunicata prima del rientro. Il CERT-AgID descrive una truffa a nome INPS che porta a un finto portale in cinque passaggi e chiede documento d’identità, buste paga, CUD e un selfie, con l’obiettivo di aprire uno SPID a nome della vittima e dirottarne lo stipendio. La novità è che i truffatori hanno messo un modello di intelligenza artificiale a controllare i file caricati, per lavorare su grandi numeri: vuol dire che il vecchio criterio del messaggio scritto male non serve più, e che l’unica difesa è verificare su un canale diverso da quello da cui è arrivata la richiesta. In segreteria la regola si scrive da sé: nessuna variazione di dati bancari e nessun invio di cedolini sulla base di una mail, mai.
Le ultime tre sono lavoro di agosto. Sul negozio di Chrome sono state trovate 737 finte estensioni VPN che portavano il traffico su server degli attaccanti, cioè proprio il genere di programma che gli studenti installano per saltare il filtro della rete: la mossa che le chiude tutte insieme è chiedere a chi gestisce i dispositivi di consentire solo le estensioni di un elenco approvato, e non costa niente perché è già compresa in quello che avete. Il pezzo sui preventivi di automazione serve per le proposte che arriveranno alle segreterie a settembre, con tre domande che l’articolo non fa e che in una scuola vengono prima di tutte: dove finiscono i documenti con dati di minori, il collaudo su pratiche vostre e chi paga quando il modello cambia versione. Infine i robot umanoidi, che a un comprensivo non dicono nulla e agli istituti tecnici dicono una cosa sola: non comprate l’oggetto che fa scena, comprate la macchina che insegna il mestiere che le imprese del vostro distretto non riescono a coprire.
Valutazione automatica
In un documento consegnato si possono scrivere istruzioni che l’occhio non vede e che il software incaricato di valutarlo esegue
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino, composto da Federico Torrielli, Stefano Locci, Amon Rapp e Luigi Di Caro, ha pubblicato per Springer uno studio su una tecnica che consente di manipolare i modelli linguistici attraverso i documenti. Il meccanismo consiste nell’inserire dentro un PDF del testo che chi legge non vede, ma che il modello incaricato di analizzare quel documento legge insieme al resto e interpreta come un’istruzione da eseguire, cambiando così la valutazione che ne dà. Il tasso di riuscita misurato arriva fino al 99%, e le prove sono state condotte su ChatGPT, Gemini e Claude. Gli scenari indicati dallo studio sono tre, e sono tutti casi in cui una macchina legge documenti al posto di una persona: la selezione automatica dei candidati, dove è il curriculum a contenere le istruzioni nascoste; l’ambito sanitario, con il rischio di valutazioni errate a partire da cartelle cliniche manipolate; la revisione degli articoli scientifici, dove un testo con comandi nascosti può ottenere un giudizio falsato. Come contromisura i ricercatori propongono di marcare i testi con sequenze di caratteri non visibili, con una capacità di rilevare le alterazioni dichiarata fra l’87% e il 97%.
Il commento. Lo studio parla di selezione del personale e di riviste scientifiche, ma la stessa cosa riguarda due situazioni che in una scuola si presentano nelle prossime settimane. La prima è la segreteria del personale, che a settembre riceve centinaia di messe a disposizione con il curriculum allegato: se qualcuno ha cominciato a farle ordinare o riassumere da uno strumento automatico, per risparmiare il tempo che effettivamente non c’è, da oggi sapete che quell’ordine può deciderlo il candidato e non il vostro criterio. La seconda riguarda la didattica ed è quella che pesa di più: se un docente fa correggere o valutare da un modello gli elaborati consegnati in formato digitale, uno studente sufficientemente sveglio può scrivere nel proprio file, in caratteri invisibili, l’istruzione di giudicarlo un ottimo lavoro. Non è fantascienza e non serve saper programmare, si fa con il programma di videoscrittura che hanno tutti. Da qui tre cose pratiche. La prima è un controllo che chiunque può fare in venti secondi su un documento sospetto: aprirlo, premere "seleziona tutto", copiare e incollare nel Blocco note. Quello che compare lì è esattamente ciò che legge la macchina, e se salta fuori un paragrafo che nessuno vedeva avete trovato il trucco. La seconda è una regola da mettere nero su bianco prima che cominci l’anno: il voto lo mette la persona che ha letto l’elaborato. Uno strumento può aiutare a preparare una griglia o a segnalare cosa guardare, ma la valutazione è un atto e sta in capo a chi la firma, per ragioni che vengono prima della tecnologia e che il regolamento europeo, non a caso, colloca fra gli usi ad alto rischio. La terza è per i consigli di classe che consegnano prove in formato digitale: se la consegna avviene in PDF, chiedere l’elaborato anche in un formato che si legge senza sorprese, oppure convertirlo, toglie il problema alla radice. E c’è un uso didattico di questa notizia migliore di qualunque circolare sull’uso corretto dell’intelligenza artificiale: raccontatela in classe. Mostra a un ragazzo che quegli strumenti si possono ingannare, che chi li usa per giudicare si assume un rischio, e apre la domanda giusta, cioè se valga la pena di essere valutati da qualcosa che si può imbrogliare.
D.R.
Fonte: Hardware Upgrade
Truffe al personale
La truffa a nome INPS chiede busta paga, CUD e un selfie, e usa l’intelligenza artificiale per controllare che i documenti rubati siano quelli giusti
Il CERT-AgID, la struttura che si occupa della sicurezza informatica delle pubbliche amministrazioni, ha segnalato l’11 agosto 2026 un consistente aumento delle campagne di smishing, cioè di messaggi SMS fraudolenti, che sfruttano il nome, il logo e la grafica dell’INPS. Il messaggio invita a controllare i propri dati per garantire la continuità dell’erogazione dei servizi e porta a un sito contraffatto che riproduce l’aspetto dei portali istituzionali e conduce la vittima lungo cinque passaggi. Nel corso della procedura vengono chiesti i dati anagrafici, il documento di identità, le buste paga, il CUD e un selfie. La novità di questa ondata è un ulteriore livello di controllo sui file caricati, affidato a un modello di intelligenza artificiale che dall’analisi risulta essere Gemini 1.5 Pro: il sistema rifiuta le immagini non pertinenti e descrive con precisione quello che ha ricevuto per errore, per esempio una macchina da caffè al posto di un documento, ma accetta senza obiezioni carte d’identità palesemente non valide, come quelle che riportano la filigrana FACSIMILE. Il CERT-AgID ha avviato le procedure di disattivazione dei domini individuati, ha informato l’INPS e ha diffuso gli indicatori di compromissione alle organizzazioni accreditate. Fra i rischi indicati ci sono il furto di identità, l’apertura di identità digitali SPID a nome della vittima e il dirottamento di stipendi e pensioni verso conti controllati dai truffatori.
Il commento. Nessuna categoria è esposta a questa truffa quanto il personale della scuola, e il motivo è che il rapporto con l’INPS non è occasionale ma quotidiano: ricostruzioni di carriera, riscatti, domande di pensione, pratiche di malattia e maternità, cedolini. Un SMS che parla di continuità dell’erogazione dei servizi, ricevuto ad agosto da un docente in ferie che sta aspettando davvero l’esito di una pratica, trova il terreno pronto. E i documenti richiesti sono esattamente quelli che un dipendente pubblico ha sottomano, perché li scarica dal cedolino: busta paga e CUD. La prima cosa da fare non costa nulla e va fatta prima del rientro, non dopo: una comunicazione al personale, breve e con le parole giuste, che dica tre cose. L’INPS non chiede documenti tramite un collegamento arrivato per SMS; nessun ente vi chiede un selfie con il documento per non interrompervi un servizio; e se un messaggio vi mette fretta, quella fretta è la truffa. Meglio mandarla adesso, quando la gente legge dal telefono in spiaggia, che il primo settembre insieme alle altre venti circolari. La seconda cosa riguarda voi che state in segreteria, e vale come regola stabile: quando un collega si presenta o scrive per chiedere una variazione di dati bancari, o quando qualcuno vi chiede via mail una copia del proprio CUD o del cedolino, la verifica dell’identità si fa di persona o richiamando un numero che avevate già, mai rispondendo all’indirizzo da cui è arrivata la richiesta. Chi è caduto nella truffa ha consegnato al truffatore tutto il necessario per scrivervi al posto suo, in modo convincente. La terza è la parte da spiegare a chi in questi giorni vi chiederà se un messaggio è falso, perché è cambiato il metro di giudizio: quello che qui fa l’intelligenza artificiale non difende nessuno, sta dalla parte dei truffatori e fa il controllo qualità sui documenti rubati, così da lavorare su grandi numeri scartando da sola chi carica una fotografia sbagliata. Il vecchio criterio dell’italiano sgrammaticato e del logo storto non funziona più, perché queste campagne sono ormai pulite e coerenti. L’unica difesa che regge è procedurale, cioè verificare su un canale diverso da quello che ha portato la richiesta. Notate infine il dettaglio che chiude il cerchio con la prima notizia di oggi: il loro controllo automatico accetta un documento con scritto sopra FACSIMILE. Nemmeno chi attacca sa davvero cosa sta facendo il modello che ha messo in mezzo, ed è lo stesso rischio di chi affida a uno di questi strumenti una verifica seria senza che nessuno guardi il risultato.
D.R.
Fonte: CERT-AgID
Laboratori e postazioni
Settecentotrentasette finte estensioni VPN sul negozio di Chrome, cioè proprio quello che gli studenti installano per saltare il filtro della scuola
Il gruppo di ricerca sulle minacce della società Socket ha individuato sul negozio delle estensioni di Chrome 737 componenti aggiuntivi malevoli, distribuiti attraverso 40 account riconducibili a un solo soggetto, per un totale di quasi 75.000 installazioni concentrate soprattutto in Russia. Le estensioni dirottavano il traffico dell’utente verso server proxy di tipo SOCKS5 controllati dagli attaccanti, una posizione che permette di raccogliere gli indirizzi IP e i dati che passano dal browser. Di queste, 264 imitavano il nome e l’aspetto di servizi legittimi molto noti, fra cui Proton VPN, NordVPN e Surfshark, e vendevano abbonamenti a server premium che non sono mai esistiti, aggiungendo una truffa commerciale al furto dei dati. Al momento della pubblicazione della notizia Google aveva rimosso dal negozio oltre 200 estensioni, mentre circa 500 restavano ancora scaricabili. La raccomandazione degli analisti è di installare le VPN soltanto dai siti ufficiali dei fornitori e di diffidare delle estensioni gratuite che promettono lo stesso servizio.
Il commento. Questa notizia in una scuola ha un lettore preciso, ed è l’assistente tecnico. Le estensioni del browser sono il software meno governato che esista, perché non sembrano software: si installano con due clic, non chiedono la password dell’amministratore, non passano da nessuna procedura. E una finta VPN gratuita ha nella scuola un pubblico garantito, perché è lo strumento con cui gli studenti aggirano il filtro dei contenuti sulla rete dell’istituto. Vale la pena dirlo con franchezza in consiglio d’istituto: ogni volta che un ragazzo installa una di quelle estensioni per arrivare a un sito bloccato, tutto il traffico di quella postazione passa da un server di qualcun altro, e su una macchina della scuola quel traffico comprende gli account con cui i ragazzi entrano nella piattaforma didattica. Tre cose da fare in mezz’ora, adesso che i laboratori sono spenti e l’assistenza risponde ancora. La prima: aprite su qualche postazione di laboratorio e di segreteria l’indirizzo chrome://extensions e guardate l’elenco. Quello che c’è e che nessuno sa perché c’è, va tolto, e nelle segreterie il colpevole più frequente non sono gli studenti ma i programmi gratuiti per unire e convertire i PDF, che si portano dietro un’estensione. La seconda vale il triplo delle altre e va chiesta a chi vi gestisce i dispositivi: nella console di amministrazione di Google Workspace for Education o nella gestione dei dispositivi Windows si può impedire l’installazione delle estensioni e consentire solo quelle di un elenco approvato. È gratuita, è già compresa in quello che avete, e chiude questa intera categoria di problemi su tutte le macchine in una volta sola. La terza riguarda le postazioni di segreteria, dove il browser è il posto da cui si accede al portale degli stipendi, alle piattaforme ministeriali e ai dati del personale: lì le estensioni non dovrebbero esserci affatto, se non quelle che servono a lavorare. Non leggete infine la storia come chiusa perché Google sta rimuovendo: la rimozione dal negozio impedisce le nuove installazioni ma non ripulisce da sola i computer dove il componente è già entrato, e nel momento in cui la notizia esce cinquecento di quelle estensioni sono ancora lì da scaricare. Che una cosa stia su un negozio ufficiale non è mai stata una garanzia, ed è la frase da ripetere ai ragazzi quando spiegate perché non si installa quello che capita sul computer della scuola.
D.R.
Fonte: Punto Informatico
Acquisti
Come si legge il preventivo di un progetto di automazione prima di firmarlo, riga per riga
Il Giornale delle PMI pubblica un intervento di Massimo Di Ciliegi sui due modi in cui viene fatto pagare un progetto di automazione con intelligenza artificiale, cioè le ore a consuntivo e il prezzo fisso, e su come una piccola organizzazione può verificare il conto invece di subirlo. Le indicazioni sono quattro. Pretendere unità di misura verificabili, per esempio il numero di fatture lavorate o di pratiche istruite, al posto di voci generiche come "attività di sviluppo". Scomporre il preventivo blocco per blocco, con quantità e prezzo unitario, invece di accettare una cifra unica per l’intero lavoro. Definire il perimetro con i numeri, per esempio fino a 1.200 documenti al mese, quattro tipologie e due lingue, invece di espressioni come soluzione scalabile. Stabilire dove vivono i contatori, perché se il conteggio delle quantità esiste soltanto dentro i sistemi del fornitore non è verificabile da chi paga. La conclusione operativa è che il prezzo fisso conviene quando il perimetro è noto, mentre le ore con un tetto massimo sono più adatte quando restano incognite iniziali. I dati citati sono tre: secondo Istat nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti usa almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, secondo il Politecnico di Milano il 76% delle PMI non ha investito e non prevede di farlo, e secondo una previsione Gartner entro il 2028 metà dei progetti di intelligenza artificiale supererà il budget stanziato.
Il commento. L’articolo è scritto per le imprese e va detto subito che una scuola non compra con gli stessi strumenti: qui ci sono la determina, il mercato elettronico, i fondi vincolati e un DSGA che risponde di quello che firma. Ma le proposte arrivano già, e arriveranno numerose a settembre, perché il fornitore che oggi vende automazione a una PMI ha capito che le segreterie scolastiche fanno lo stesso lavoro ripetitivo: protocollare, smistare, istruire pratiche, rispondere alle stesse domande delle famiglie. Le quattro indicazioni dell’articolo funzionano benissimo come domande da fare a quel fornitore, e chi risponde con la parola scalabile ha già detto che il perimetro non lo conosce neanche lui. Al posto delle fatture passive, chiedete i numeri vostri: quante domande di iscrizione, quanti decreti, quante istanze di accesso, quante pratiche di ricostruzione all’anno. Un’avvertenza che nell’articolo non c’è: chi lo firma dirige una piattaforma di automazione, quindi vende esattamente ciò di cui parla. Il consiglio resta valido, ma va usato come lista di controllo su chi lo propone, non come manuale d’acquisto. Ci sono poi tre cose che quella lista non contiene e che per una scuola pesano più che per un’azienda. La prima è che qui i documenti contengono dati di minori e dati di salute: un fornitore che tratta quei dati per conto vostro va nominato responsabile del trattamento, e prima ancora bisogna sapere dove finiscono i documenti quando il sistema li elabora, se restano in Europa e se vengono usati per addestrare qualcosa. Se questa risposta non è scritta nel contratto, non è una dimenticanza da sistemare dopo: è il motivo per non firmare. La seconda è il collaudo, che nella scuola si può fare meglio che altrove perché avete archivi veri: pretendete la prova su un campione di pratiche vostre dell’anno scorso, non sulla dimostrazione preparata dal fornitore, e fissate prima sotto quale percentuale di esiti corretti il lavoro non si considera consegnato. La differenza fra le due prove sta tutta nei casi sporchi, che nella scuola sono la regola e non l’eccezione. La terza la mette in conto quasi nessuno: questi sistemi appoggiano su modelli che cambiano versione ogni pochi mesi, e quando cambiano cambiano anche i risultati. Chiedete adesso chi paga la ritaratura, perché quel costo ricade su qualcuno e nei contratti pluriennali arriva sempre nell’anno in cui il fondo è già impegnato.
D.R.
Fonte: Il Giornale delle PMI
Orientamento e laboratori
Nel primo semestre sono stati consegnati 19.100 robot umanoidi e più del 97% arriva dalla Cina, ma la notizia utile riguarda i vostri laboratori
Agenda Digitale pubblica un’analisi di Luigi Gambardella sui robot umanoidi e sul divario fra la Cina e l’industria italiana. Il dato di partenza è che nel primo semestre del 2026 sono stati spediti circa 19.100 robot umanoidi, con una crescita del 272% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e che oltre il 97% di quelle macchine proviene da produttori cinesi. Secondo l’articolo il vantaggio cinese non sta nella singola macchina ma in quello che le sta dietro, cioè i volumi di produzione, la filiera dei componenti, i dati raccolti sul campo e la capacità industriale di ripetere il prodotto su larga scala. Sul fronte italiano viene citato Gene.01, il robot umanoide sviluppato dall’Istituto Italiano di Tecnologia, indicato come una risposta seria sul piano della ricerca. La conclusione dell’analisi è che la leadership cinese sui volumi e sulla componentistica rende decisiva la costruzione di una filiera europea, sostenuta da capitali, certificazioni e domanda industriale.
Il commento. Cominciamo dalla parte onesta: a un istituto comprensivo questa notizia non dice niente, e non ci proviamo nemmeno a costruire un collegamento. Riguarda invece da vicino gli istituti tecnici e professionali a indirizzo meccanico, meccatronico ed elettrotecnico, gli ITS, e chi in quelle scuole tiene i rapporti con le imprese del territorio. Per loro il dato va letto al contrario di come lo racconta l’articolo: non conta l’umanoide, conta quello che c’è dentro, cioè attuatori, riduttori, sensori, motori e schede di controllo, che sono gli stessi componenti dei bracci robotici e delle macchine automatiche installate nelle aziende dove mandate i ragazzi in PCTO. Da qui due conseguenze concrete. La prima riguarda il laboratorio: la tentazione, quando si compra con i fondi di un progetto, è prendere l’oggetto che fa scena all’open day, e l’umanoide da tavolo è il capofila della categoria. Un braccio didattico a sei assi, una cella con un PLC e un sistema di visione insegnano quello che un’azienda del vostro distretto sta effettivamente cercando, e costano meno. La domanda da fare prima dell’acquisto è sempre la stessa: quale competenza esce da questa macchina, e chi in azienda assume quella competenza. La seconda riguarda l’orientamento, e qui il numero serve per una volta. Se l’Europa proverà a costruirsi una filiera, chi la compone sono le officine meccaniche di precisione, gli stampisti, chi fa cablaggi, cioè le imprese dei nostri distretti, e quello che cercheranno non sono progettisti di robot ma manutentori, programmatori di macchine e tecnici capaci di far ripartire una linea. È un mestiere che le famiglie continuano a considerare di serie B mentre le aziende non riescono a coprirlo, ed è esattamente la conversazione da preparare per gli open day di dicembre. Un’ultima avvertenza, perché la tentazione arriverà con i primi bandi: nessuno di questi dati giustifica un progetto sull’intelligenza artificiale generica in una scuola secondaria di primo grado. Un laboratorio che serve è quello in cui i ragazzi costruiscono qualcosa che si muove e capiscono perché non funziona, e per quello bastano attrezzature che avete già.
D.R.
Fonte: Agenda Digitale
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