Rassegna AI
Da questo mese i testi generati da una macchina portano un segno invisibile, e la prima cosa da mettere nel regolamento è che quel segno non è una prova
Anthropic ha cominciato a marcare in modo invisibile tutto quello che i suoi modelli producono, testi compresi, e la marcatura resta attaccata alle parole anche dopo un copia e incolla: lo chiede l'articolo 50 del regolamento europeo e vale sui modelli nuovi in Europa dal 2 agosto. È la notizia che rende urgente il regolamento d'istituto, ma va letta insieme al suo rovescio, perché la stessa azienda avverte che trovare la marcatura non prova chi ha scritto e non trovarla non prova niente: nella stessa giornata Spotify sceglie la strada opposta al divieto, e il rapporto IBM sui costi delle violazioni misura quanto pesano gli strumenti che il personale usa senza dirlo.

La giornata conviene aprirla dalla prima notizia, perché è quella che vi tocca in due modi opposti. Da questo mese i testi prodotti da uno dei principali sistemi di intelligenza artificiale portano un segno invisibile che resta attaccato alle parole anche dopo un copia e incolla, e per le immagini ci sono metadati firmati. In sala docenti la conclusione affrettata sarà che finalmente si potrà dimostrare chi ha copiato, e invece è l’azienda stessa a dire il contrario: trovare quel segno non dice chi ha scritto, e non trovarlo non dice niente. Se una regola va scritta nel regolamento prima di settembre, quindi, è questa, cioè che nessun voto e nessuna sanzione possono fondarsi sul responso di un programma. Poi va detto ai docenti che cosa fare al posto del sospetto, e la risposta è cambiare la consegna: un compito legato a quello che si è fatto in classe non lo scrive nessuna macchina. Vale anche per i vostri documenti, perché lo stesso segno finirà nelle circolari e nelle relazioni scritte con quegli strumenti, e lì l’unica cosa che conta è che una persona le abbia rilette e ne risponda.
La seconda notizia sembra lontanissima dalla scuola e contiene la lezione più pronta all’uso. Spotify non ha vietato gli artisti artificiali: li lascia nel catalogo, chiede che si dichiarino e smette di consigliarli. E soprattutto distingue fra chi usa la macchina per produrre, che non viene segnato, e chi finge di essere una persona che non esiste, che viene segnato. È esattamente la frase che serve nel patto educativo: usare uno strumento non è barare, spacciarsi per un altro sì. Da mettere in un’ora di educazione civica a settembre, e da applicare al sito dell’istituto, dove i testi firmati da nessuno sono più di quanti si pensi.
Le ultime due notizie sono lavoro d’agosto, quello che a settembre non si fa più. Dal rapporto IBM sui costi delle violazioni si prendono due numeri e si usano come lista: nel 43% degli incidenti compare uno strumento che l’organizzazione non sapeva di avere, e il 92% delle violazioni legate all’intelligenza artificiale entra da un accesso lasciato aperto. Tradotto: contate quanti utenti del registro elettronico e della posta d’istituto non lavorano più con voi, e scrivete ai fornitori per sapere chi entra nei vostri dati e come vi avvisano se subiscono un incidente. Le nuove risposte dell’Agenzia per la cybersicurezza dicono con quale criterio si verifica, e il criterio vale anche per chi non è nel perimetro NIS: non conta avere il documento, conta poter dimostrare con una data che quello che c’è scritto è stato fatto. La quinta notizia, infine, è per chi fa orientamento: i cantieri dei data center cercano elettricisti veri, e la frase da portare al colloquio con le famiglie è che quelle competenze richiedono anni e nessun corso breve le sostituisce.
Compiti e valutazione
I testi che Claude produce portano una firma invisibile che sopravvive al copia e incolla, e l’azienda stessa avverte che non prova chi ha scritto
Anthropic ha comunicato di aver introdotto marcature invisibili su tutto quello che i suoi modelli generano, per rispondere all’articolo 50, paragrafo 2, del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, che chiede ai fornitori di rendere riconoscibili i contenuti prodotti da un sistema. Per il testo si tratta di una filigrana incorporata nella struttura della risposta, impercettibile a chi legge, che viaggia insieme alle parole anche dopo un copia e incolla e resiste a modifiche successive. Per i file si usa lo standard C2PA, cioè metadati di provenienza firmati digitalmente, applicati ai formati .svg, .png e .jpg. La marcatura riguarda tutte le vie di accesso al modello ed è attiva sui modelli nuovi rilasciati nell’Unione europea dal 2 agosto 2026, con un periodo di transizione per estenderla a quelli già in circolazione. Anthropic dichiara però due limiti espliciti: trovare la marcatura non prova che il testo sia stato scritto dal sistema, perché il modello riscrive anche testi di altri, e non trovarla non prova il contrario, perché una parafrasi pesante, uno screenshot o un testo molto breve possono cancellarla. La marcatura riguarda i prodotti di questa azienda e non tutti gli strumenti in circolazione.
Il commento. Ieri abbiamo scritto dei rilevatori, quei programmi che dichiarano di indovinare se un testo lo ha scritto una macchina, e del giudice che ha annullato una sanzione fondata su uno di loro. Questa notizia è un’altra cosa e conviene tenerle separate, perché in sala docenti finiranno confuse entro settembre. Il rilevatore indovina guardando lo stile, e sbaglia. La marcatura non indovina: ce la mette il fornitore dentro al testo, ed è un fatto tecnico. Il punto è che nemmeno questo secondo strumento risolve il problema disciplinare, e lo dice l’azienda che lo ha costruito. Se un elaborato porta la marcatura, non sapete chi ha fatto cosa: potrebbe essere un tema scritto dall’alunno e poi fatto correggere alla macchina, che è una cosa diversa dal tema scritto dalla macchina, e in molti casi non è nemmeno vietata. Se non la porta, non avete niente in mano, perché basta riscrivere a mano o passare da uno strumento diverso. Ne esce una regola da scrivere nel regolamento d’istituto prima dell’inizio delle lezioni, e va scritta in modo che non lasci margine: nessuna sanzione e nessuna valutazione possono fondarsi sul responso di un programma, né di un rilevatore né di un verificatore di marcature. Poi, perché la regola non resti lettera morta, va detto ai docenti che cosa si fa al posto di quello: si cambia la consegna e si chiede di raccontare. Un compito che chiede di collegare il testo alla discussione di martedì, alla visita d’istituto o all’errore fatto nella verifica precedente è un compito che quegli strumenti non sanno svolgere, e cinque minuti in cui l’alunno spiega come ci è arrivato valgono più di qualsiasi responso. C’è poi il lato che riguarda voi come autori, e a settembre pesa: circolari, relazioni, progetti, sezioni del PTOF e materiali didattici scritti con l’aiuto di questi strumenti da adesso possono portare quel segno addosso. Non è un problema, a una condizione, ed è la stessa che vale per questa rassegna: che ci sia una persona che ha riletto e che risponde di quel testo. Se il documento esce con la firma del dirigente, la revisione va fatta davvero e conviene lasciarne traccia, cioè la versione con la data e il nome di chi ha riletto. La cosa da non fare, e qualcuno la proporrà, è cancellare la marcatura per far passare per interamente proprio un documento che non lo è: in un atto amministrativo non è un accorgimento tecnico, è un’altra faccenda.
D.R.
Fonte: Hardware Upgrade
Educazione civica
Spotify non vieta gli artisti artificiali, li lascia nel catalogo e smette di consigliarli: è una lezione pronta per settembre
Spotify introdurrà da metà settembre 2026 un contrassegno chiamato "AI Persona". Dall’11 agosto gli artisti possono dichiarare da soli la propria natura artificiale attraverso Spotify for Artists, e la società afferma di usare anche verifiche umane e strumenti di indagine basati sull’intelligenza artificiale per individuare identità sintetiche. La conseguenza è la parte nuova: la musica degli artisti che portano quel contrassegno resta nel catalogo e continua a essere trovabile con la ricerca, ma viene esclusa per impostazione predefinita sia dalle raccomandazioni personalizzate sia da quelle editoriali, cioè dai meccanismi che portano gli ascolti. L’annuncio tiene ferma una distinzione: non viene contrassegnata la musica realizzata con strumenti di intelligenza artificiale, ma l’artista la cui identità pubblica è generata artificialmente. Il segno riguarda dunque chi firma, non la tecnologia usata per produrre.
Il commento. Questa notizia arriva con una lezione già dentro, e vale per l’educazione civica come per qualsiasi consiglio di classe che a settembre discuterà di intelligenza artificiale. Una delle piattaforme più grandi del mondo ha davanti lo stesso problema che avete voi, cioè distinguere il lavoro di una persona da un prodotto automatico, e non ha scelto il divieto: ha scelto di chiedere una dichiarazione e di cambiare le conseguenze. Chi si dichiara resta, ma non viene più spinto. È esattamente la posizione che una scuola può tenere sui compiti, ed è più difendibile del divieto, perché un divieto generale sull’uso di questi strumenti è impossibile da controllare e insegna soltanto a nasconderlo. La distinzione tecnica dell’annuncio è la parte da portare in classe, perché è controintuitiva e chiarisce le idee: non viene segnato chi usa la macchina per produrre, viene segnato chi finge di essere una persona che non esiste. Tradotto per i ragazzi: usare uno strumento non è barare, spacciarsi per un altro sì. È la stessa frase che serve nel patto educativo, e detta così la capiscono senza prediche. Un’attività che costa un’ora e funziona in qualsiasi indirizzo: fate cercare agli studenti un profilo o un canale che pubblica contenuti senza che si capisca chi c’è dietro, e chiedete di elencare quali indizi userebbero per decidere se fidarsi. Scoprono da soli che l’indizio più solido non è tecnico, è che qualcuno metta il proprio nome e il proprio ruolo su quello che pubblica. Da qui la parte che riguarda l’istituto, e conviene guardarla in faccia prima che lo faccia qualcun altro: se sul sito della scuola o sui canali dell’istituto ci sono testi firmati da nessuno, oppure da una redazione che non è composta da nessuno, quella è la stessa cosa che Spotify ha deciso di smettere di consigliare. Non serve un progetto: bastano nome, cognome e ruolo in fondo a quello che pubblicate, e una data. Vale anche per le pagine dei progetti, dove spesso il testo lo ha scritto una persona che poi non compare da nessuna parte.
D.R.
Fonte: Rivista.AI
Dati e accessi
Nel 43% degli incidenti c’entra uno strumento che l’organizzazione non sapeva di avere, e nove volte su dieci si entra da un accesso lasciato aperto
IBM ha pubblicato con il Ponemon Institute l’edizione 2026 del rapporto Cost of a Data Breach, costruito su 602 organizzazioni che hanno subito una violazione fra marzo 2025 e febbraio 2026, in 17 settori e 16 paesi o macroregioni, con oltre 3.500 interviste dirette. Il costo medio globale di una violazione sale a 4,99 milioni di dollari, il 12% in più dell’anno precedente, mentre in Italia la media è di 3,55 milioni di euro contro i 3,31 milioni del 2025. Il tempo medio per accorgersi di una violazione e contenerla torna a crescere dopo cinque anni di miglioramenti e arriva a 247 giorni. Gli attacchi condotti con strumenti di intelligenza artificiale crescono del 56%, e i vettori più frequenti sono i falsi audiovisivi e l’impersonificazione (45%), il codice malevolo generato da questi strumenti (19%) e il phishing sintetico (17%). Il 92% delle violazioni collegate all’intelligenza artificiale nasce da controlli di accesso assenti o inadeguati, e solo il 46% delle organizzazioni applica controlli specifici alle utenze non riferite a una persona, come chiavi e integrazioni fra sistemi. Gli incidenti in cui compare uno strumento adottato senza autorizzazione passano dal 20% al 43%, con perdita o compromissione di dati nel 49% dei casi. In Italia il primo punto di ingresso è la catena di fornitura, con il 18% dei casi. Il 68% delle organizzazioni violate non aveva politiche strutturate sull’uso dell’intelligenza artificiale.
Il commento. Le cifre in milioni non sono la vostra misura e non conviene usarle: una scuola non ha un fatturato da cui calcolare un danno, e il conto di una violazione a scuola si paga in un’altra moneta, cioè dati di minori finiti dove non dovevano, una segnalazione al Garante entro settantadue ore e le famiglie da informare. Quello che vale per voi sono tre percentuali, e si leggono in fila. La prima è quel 43% di incidenti in cui compare uno strumento che nessuno aveva autorizzato: nella scuola non si chiama shadow AI, si chiama il docente che incolla i testi degli alunni in un servizio gratuito intestato a sé per farsi correggere i compiti, o la segreteria che passa un elenco di nominativi in un traduttore online. Non è malafede, è che lo strumento funziona e nessuno ha detto quale si può usare. La seconda è il 92% delle violazioni che nasce da controlli di accesso assenti o fatti male, e nella scuola questo ha un nome e un mese: settembre. È il momento in cui vanno chiusi gli accessi dei docenti trasferiti a giugno, del personale ATA che ha cambiato istituto, dei supplenti dell’anno scorso, dell’animatore digitale che non c’è più. Aprite l’elenco degli utenti del registro elettronico e della posta d’istituto e contate quanti non lavorano più con voi: quel numero, nella maggior parte degli istituti, è a due cifre. Aggiungete la parte che non guarda nessuno, cioè le utenze non intestate a una persona: gli accessi dati al fornitore del registro, alla ditta della mensa, a chi gestisce il sito o i totem, spesso per un lavoro finito due anni fa. La terza percentuale è il 18% italiano della catena di fornitura, ed è quella che vi riguarda più delle altre, perché i vostri dati non stanno da voi: stanno nel registro elettronico, nella piattaforma dei materiali didattici, nel gestionale della segreteria. La cosa concreta da fare in agosto, che poi a settembre non farete più, è una lettera di due righe a ciascun fornitore che tratta dati per conto vostro, e le domande sono queste: chi delle vostre persone accede ai nostri dati, con quale utenza, e in quanto tempo e con quale procedura ci avvisate se subite un incidente. La risposta va tenuta nel fascicolo del responsabile del trattamento, perché quel contratto lo avete già firmato ma quasi nessuno ha mai verificato che cosa ci sia dietro. Chi non risponde vi ha già risposto.
D.R.
Fonte: Cyber Security 360
Adempimenti
L’Agenzia per la cybersicurezza spiega come farà i controlli, e distingue esplicitamente le pubbliche amministrazioni
L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha pubblicato una nuova sezione di risposte alle domande frequenti, numerate da MVE.1 a MVE.5, dedicata alle attività di monitoraggio, vigilanza ed esecuzione nei confronti dei soggetti sottoposti alla disciplina NIS. La prima articola la vigilanza in quattro ambiti: monitoraggio, analisi e supporto; verifiche e ispezioni; misure di esecuzione; sanzioni amministrative pecuniarie. La seconda precisa che il monitoraggio ha carattere sistematico e continuativo e non è un evento isolato, con una finalità di accompagnamento dei soggetti nell’applicazione della normativa. La terza stabilisce che le ispezioni preventive, quelle che non richiedono una violazione già riscontrata, sono previste soltanto nei confronti dei soggetti essenziali, mentre per i soggetti importanti i controlli restano legati alla presenza di elementi o informazioni che facciano ritenere possibile una violazione. La quarta descrive le misure di esecuzione, che passano da intimazioni e diffide a rimediare alle carenze rilevate. La quinta chiarisce che l’entità delle sanzioni pecuniarie e l’ambito delle misure accessorie variano a seconda del soggetto, distinguendo fra soggetti essenziali, soggetti importanti e pubbliche amministrazioni.
Il commento. La prima domanda da farsi non è che cosa dicono queste risposte, è se il vostro istituto sia fra i soggetti a cui si applicano, e questa non è una cosa che si deduce: si verifica. Non si ricava dalla dimensione della scuola né dal tipo di indirizzo, e non è materia da passaparola fra dirigenti ad agosto. Chi è nel perimetro lo è perché è stato registrato sulla piattaforma dell’Agenzia e ha designato un punto di contatto: se nel vostro istituto non risulta né la registrazione né il nome di quella persona, la cosa da fare è chiedere formalmente all’ente di riferimento e mettere per iscritto la risposta, invece di dare per buono che non vi riguardi. Un istituto che scopre a controllo iniziato di essere dentro parte con un mese di svantaggio e senza nessuno che possa rispondere. Detto questo, la parte utile di queste risposte vale anche per chi è fuori dal perimetro, perché descrive come ragiona chi controlla, e il criterio è sempre lo stesso: non conta avere il documento, conta poter dimostrare che quello che il documento dice è stato fatto davvero. È la differenza fra un regolamento sulle copie di sicurezza e il registro delle prove di ripristino. Un documento senza le tracce dietro, davanti a chi verifica, è peggio di niente, perché dimostra che sapevate. Le tracce non sono altri documenti, sono cose con una data: il verbale della riunione in cui avete deciso, la richiesta di assistenza con la data della soluzione, l’esito dell’ultima prova di ripristino, l’elenco degli accessi revocati e quando. Tre cose che stanno in un pomeriggio di agosto e servono a qualunque istituto, dentro o fuori dal perimetro. Scrivete su una pagina chi decide sulla sicurezza informatica nella scuola, con nome e ruolo, e distinguete quello che tocca a voi da quello che tocca all’ente proprietario dell’edificio e da quello che tocca ai fornitori. Fissate adesso in calendario la data della prossima prova di ripristino di un backup, perché senza una data non si fa mai, e provare a recuperare un file è l’unico modo di sapere se il salvataggio funziona. Tenete un quaderno, anche un foglio di calcolo, dove finiscono gli incidenti anche piccoli, con il giorno e cosa avete fatto: la chiavetta smarrita, la mail sospetta aperta da qualcuno, il registro inaccessibile per tre ore. Quel quaderno è la cosa che nessuno ha e che tutti chiedono, e in una scuola serve anche a distinguere per tempo l’inconveniente dalla violazione da segnalare.
D.R.
Fonte: CyberSec Italia
Orientamento
I cantieri dei data center si portano via gli elettricisti specializzati, e questa è la notizia da raccontare alle famiglie che scelgono un professionale
Key4biz riferisce, riprendendo il New York Times, che negli Stati Uniti la costruzione delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale sta facendo salire la richiesta di tecnici specializzati in alta tensione, sottostazioni, sistemi di raffreddamento e distribuzione ridondante dell’energia. Aziende, sindacati e centri di formazione stanno ampliando i programmi di apprendistato e i corsi tecnici, ma l’articolo avverte che formare professionisti realmente esperti richiede anni e non si ottiene con percorsi abbreviati. Per chi ha quelle competenze si aprono salari elevati e carriere relativamente stabili. L’articolo segnala però due limiti. Il primo riguarda la durata: una parte significativa di quell’occupazione è legata alla fase di costruzione degli impianti, quindi i benefici possono rivelarsi temporanei quando i centri di calcolo entrano in funzione. Il secondo riguarda la qualità del lavoro: errori nella progettazione, nell’installazione o nella manutenzione possono provocare interruzioni dei servizi, danni agli impianti e rischi per la sicurezza delle persone.
Il commento. L’articolo parla degli Stati Uniti e lo mettiamo qui per due ragioni che riguardano da vicino chi fa orientamento. La prima è che questa notizia smonta, con dati di mercato e non con le buone intenzioni, il discorso che ogni dicembre porta le famiglie a scegliere il liceo per paura: che il futuro sia solo dei laureati e che i mestieri tecnici siano un ripiego. Le infrastrutture dell’intelligenza artificiale, cioè la cosa più avanzata di cui si parli oggi, non cercano soltanto informatici, cercano elettricisti, quadristi, frigoristi, manutentori. E cercano quelli veri: la frase più utile dell’articolo, da usare tale e quale al colloquio con i genitori, è che quelle competenze richiedono anni e nessun corso breve le sostituisce. È il modo più onesto di dire che cinque anni di laboratorio valgono qualcosa di misurabile. La seconda ragione è meno lieta e la vivete già: quelle stesse persone servono a voi, e il mercato le paga più della scuola. Gli insegnanti tecnico-pratici e i docenti di laboratorio di elettrotecnica, manutenzione, energia, si trovano con difficoltà crescente, perché chi ha quelle competenze ha alternative meglio retribuite. Se in un istituto tecnico o professionale la cattedra di laboratorio si copre a novembre con un supplente senza esperienza di cantiere, la qualità dell’indirizzo scende, e non per colpa di nessuno dentro la scuola. Le cose che si possono fare stanno tutte nella stessa direzione, cioè tenere legate le imprese del territorio: convenzioni per i percorsi per le competenze trasversali fatte con chi lavora sugli impianti e non solo con chi ha un ufficio, interventi di tecnici esterni in laboratorio nelle ore di compresenza, e la richiesta di materiale dismesso quando un’azienda rifà un impianto. Chiedetelo mentre l’investimento si sta progettando, non dopo. Un’ultima cautela, che è di onestà verso gli studenti: l’articolo dice che buona parte di quei posti dipende dalla fase di costruzione, e i cantieri finiscono. Il mestiere resta buono, la corsa dietro al singolo cantiere no, e chi orienta dovrebbe dirlo. Il messaggio giusto non è che i data center assumeranno per sempre, è che una qualifica tecnica solida apre più porte di quante ne aprano tre corsi brevi messi in fila.
D.R.
Fonte: Key4biz
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