Rassegna AI
Una mail partita dall’indirizzo vero di un ente pubblico ha convinto una banca a consegnare i documenti dei clienti, e per una segreteria scolastica che riceve richieste di dati sugli alunni la lezione è una sola: si richiama prima di rispondere
Revolut ha consegnato passaporti, selfie e IBAN di alcuni clienti a una richiesta fraudolenta partita dalla posta di un vero ente governativo, e se n'è accorta solo quando ha richiamato l'ente per conto proprio. Nella stessa giornata Microsoft sposta Teams e Microsoft 365 su indirizzi nuovi entro inizio ottobre, i dispositivi connessi immessi sul mercato dal 12 settembre devono dare i dati a chi li usa, un'indagine Adecco mette i manager italiani all'ultimo posto su tredici Paesi per preparazione all'intelligenza artificiale, e l'Abruzzo apre uno sportello da 10 milioni per la digitalizzazione che riguarda le imprese e non gli istituti statali.

Anche questa edizione della domenica nasce in buona parte da fonti internazionali, portate qui in italiano e rilette pensando a chi lavora in una scuola.
Se avete tempo per una cosa sola, leggete la prima, e fatela leggere a chi apre la posta in segreteria. Una banca ha consegnato i documenti dei clienti a una richiesta falsa partita dall’indirizzo vero di un ente pubblico, e se n’è accorta solo telefonando all’ente. Le scuole ricevono ogni settimana richieste di dati su alunni e personale da mittenti che ispirano fiducia, e la regola che ne esce è breve: si richiama l’ufficio a un numero preso dal suo sito, prima di rispondere, e si annota tutto.
Le due notizie successive sono cambiamenti silenziosi che conviene anticipare. Teams cambia indirizzo entro inizio ottobre, e le scuole che filtrano la navigazione sulla rete degli studenti devono aggiornare il filtro prima dei consigli di classe; i dispositivi connessi che si comprano per aule e laboratori, da ieri, devono essere progettati per dare i dati a chi li usa, e chi prepara un acquisto può scriverlo nella richiesta di offerta. Chiudono l’edizione un’indagine sui manager italiani, ultimi su tredici Paesi per preparazione all’intelligenza artificiale, che riguarda le aziende ma descrive un divario che molte scuole conoscono, e un bando abruzzese che non è per gli istituti statali ma interessa formatori ed enti gestori.
Dati degli alunni
La richiesta arriva dall’indirizzo vero di un ente e supera tutti i controlli, ma è falsa: una banca consegna i documenti dei clienti e scopre la frode solo quando telefona all’ente
Security Affairs riferisce il 12 settembre 2026 che la banca digitale Revolut ha comunicato di aver consegnato a un soggetto non autorizzato i dati di verifica dell’identità di un numero limitato di clienti, senza indicare quanti. La richiesta era arrivata via mail da un account illegittimo che operava dentro il dominio ufficiale di un ente governativo, che la banca non ha nominato. Revolut spiega che il messaggio portava credenziali di autenticazione del dominio valide, e che per questo è stato evaso nella convinzione ragionevole che la richiesta fosse autentica. Sono usciti nome, data di nascita, professione, indirizzo, mail e telefono, copie di passaporti e patenti, i selfie usati per il riconoscimento, estratti conto con IBAN e lo storico delle transazioni in bitcoin. La frode è emersa quando Revolut ha contattato l’ente per conto proprio, e l’ente ha confermato di non aver mai inviato quella richiesta. La banca ha bloccato l’indirizzo, avvisato l’ente e informato le forze dell’ordine e le autorità di vigilanza.
Il commento. Una segreteria scolastica riceve richieste di dati molto più spesso di quanto si pensi, e quasi sempre da mittenti che ispirano fiducia: un comando dei carabinieri che chiede la frequenza di un alunno, un tribunale o un avvocato in una separazione, i servizi sociali del Comune, un’azienda sanitaria, un altro istituto che chiede il fascicolo di un trasferimento. Questa notizia mostra che l’indirizzo giusto non basta a rendere giusta la richiesta. I controlli sulla posta dicono da quale casella è partito il messaggio, non chi c’era davanti. Lo stesso vale per la PEC, che nella scuola è spesso considerata una garanzia assoluta: certifica la casella, non la legittimità di quello che chiede. E i dati di un minore, con l’indirizzo di casa e il nome di chi ha l’affidamento, in mani sbagliate possono fare danni che un estratto conto non fa. La cosa istruttiva è che la verifica che ha scoperto la frode è la più semplice di tutte, una telefonata all’ente a un numero trovato per conto proprio. La banca l’ha fatta dopo, voi potete farla prima. Tre cose concrete per questo avvio d’anno. Primo, una regola scritta per l’ufficio: qualunque richiesta di dati su alunni o personale che arrivi dall’esterno si verifica richiamando l’ufficio mittente a un numero preso dal suo sito istituzionale, mai da quello indicato nel messaggio. Secondo, chi può autorizzare l’invio va detto per nome, e di norma è il dirigente o chi ha la sua delega, non l’assistente amministrativo che apre la posta quel giorno. Terzo, ogni richiesta e ogni risposta vanno annotate in un registro, anche semplice: se un giorno il responsabile della protezione dei dati o il Garante vi chiederanno a chi avete dato che cosa, sarà l’unico documento che conta. Un ente vero non si offende se lo richiamate.
D.R.
Fonte: Security Affairs
Strumenti della scuola
Teams cambia indirizzo entro inizio ottobre, proprio mentre si convocano consigli di classe ed elezioni: se la rete della scuola filtra la navigazione, il collegamento potrebbe non aprirsi più
Computerworld riferisce l’11 settembre 2026 che Microsoft sta spostando due dei suoi servizi su indirizzi nuovi: Microsoft 365 viene reindirizzato a copilot.cloud.microsoft e Teams a teams.cloud.microsoft. Secondo l’articolo tutti i reindirizzamenti dovrebbero concludersi entro l’inizio di ottobre, e per Teams sono possibili eccezioni limitate fino al 31 dicembre 2026, dopo le quali non ci saranno altri rinvii. Microsoft invita le organizzazioni a controllare la configurazione dei dispositivi, dei proxy, dei firewall, dei filtri per la navigazione e degli altri controlli di rete, per verificare che gli utenti raggiungano i nuovi indirizzi. Chi finora bloccava l’indirizzo di Copilot, per esempio per impedire l’accesso con account personali, può ottenere lo stesso risultato con il controllo TenantRestrictions. Le organizzazioni che non riescono a rispettare la scadenza devono rivolgersi al proprio referente Microsoft.
Il commento. Molte scuole usano Microsoft 365 con Teams per i collegi, i consigli di classe a distanza, i colloqui con le famiglie e il lavoro con le classi, e molte hanno anche una cosa che un’azienda spesso non ha: un filtro della navigazione sulla rete degli studenti, installato proprio perché in quella rete ci sono dei minori. Quel filtro è una scelta giusta, ma lavora con un elenco, e l’elenco è stato scritto con gli indirizzi di allora. Il rischio concreto è un mattino di ottobre in cui Teams si apre dalla sala docenti e non dai laboratori, o si apre a casa e non a scuola, e nessuno capisce perché. Capita nel mese peggiore, quello dei consigli di classe di inizio anno e delle elezioni degli organi collegiali. Chi usa Google Workspace for Education non è toccato da questa notizia. Chi usa Microsoft ha una cosa da fare, e costa cinque minuti. Mandate oggi i due indirizzi al tecnico che gestisce la rete, o all’animatore digitale se è lui a tenere i rapporti, e chiedete una risposta scritta: sono consentiti su tutte le reti della scuola, compresa quella degli studenti? Poi fate la prova più semplice, aprirli da un computer della segreteria e da uno di un laboratorio. C’è anche un secondo caso, più sottile. Alcuni istituti hanno bloccato l’indirizzo di Copilot per evitare che gli studenti usassero l’assistente con account privati. Con il trasloco quell’indirizzo diventa la porta d’ingresso di Microsoft 365, quindi il blocco rischia di chiudere fuori anche gli account della scuola: va sostituito con il controllo che Microsoft indica, che distingue gli account istituzionali da quelli personali.
D.R.
Fonte: Computerworld
Acquisti e laboratori
Da ieri i dispositivi connessi venduti in Europa devono essere progettati per dare i dati a chi li usa: l’obbligo è dei produttori, ma chi compra per i laboratori può scriverlo nel capitolato
Agenda Digitale ricorda, in un’analisi del 3 settembre 2026 di Anna Cataleta e Aurelia Losavio di P4I, che dal 12 settembre 2026 si applica l’articolo 3, paragrafo 1, del Data Act, il regolamento europeo sui dati (UE) 2023/2854, ai prodotti connessi e ai servizi collegati immessi sul mercato dopo quella data. Fabbricanti e fornitori devono progettarli in modo che i dati generati dall’uso siano accessibili all’utente per impostazione predefinita, in modo facile, sicuro e gratuito, in un formato completo, strutturato, di uso comune e leggibile da una macchina, e con accesso diretto quando è tecnicamente possibile. Le autrici collegano questo principio a quello di protezione dei dati fin dalla progettazione dell’articolo 25 del GDPR, e sottolineano che va realizzato durante lo sviluppo del prodotto e non dopo il lancio. L’analisi ricorda anche che la proposta di Omnibus digitale, COM(2025) 837, punta a riunire nel Data Act il Data Governance Act e la direttiva sui dati aperti.
Il commento. L’obbligo pesa sui produttori, non sulle scuole, e lo diciamo subito. Ma una scuola oggi compra molti oggetti connessi, spesso senza pensarci in questi termini: i monitor interattivi delle aule, le stampanti 3D e i robot dei laboratori, i sensori e i kit per le scienze, gli impianti di climatizzazione e di controllo degli accessi, i tablet in comodato. Ognuno di questi produce dati sull’uso, e fino a oggi quei dati restavano quasi sempre nel portale del fornitore, con la scuola che per vederli doveva chiedere, pagare un servizio o accontentarsi di quello che le mostravano. Per ciò che viene immesso sul mercato da ora in poi, la regola europea dice che quei dati devono essere accessibili a chi usa il prodotto, gratis e in un formato che anche altri programmi sanno leggere. Per una segreteria che prepara un acquisto questo si traduce in una riga da aggiungere alla richiesta di offerta o al capitolato: come si accede ai dati del dispositivo secondo l’articolo 3 del Data Act, in quale formato e con quale costo. Serve anche a un’altra cosa, forse più importante in una scuola: sapere quali dati il dispositivo raccoglie, e quindi se fra quei dati ci sono informazioni riferibili agli studenti. Un monitor interattivo che registra chi si è collegato e quando non è neutro, e la scuola, come titolare del trattamento, deve saperlo prima di installarlo. La risposta scritta del fornitore è il documento da consegnare al responsabile della protezione dei dati insieme alla fattura.
D.R.
Fonte: Agenda Digitale
Chi guida il cambiamento
I manager italiani sono gli ultimi su tredici Paesi a sentirsi pronti all’intelligenza artificiale, mentre i loro collaboratori lo sono in quasi otto casi su dieci: l’indagine riguarda le aziende, ma il divario somiglia molto a quello di tante scuole
Il Sole 24 Ore riporta nel blog Info Data, l’11 settembre 2026, i dati italiani di un’indagine di The Adecco Group condotta su 2.000 dirigenti d’azienda in 13 Paesi. L’Italia è ultima per fiducia nelle competenze necessarie ad adattarsi all’intelligenza artificiale: solo il 12 per cento dei manager italiani si dice pronto. Il 25 per cento dei leader italiani prevede di integrare nell’organizzazione l’intelligenza artificiale agentica, cioè sistemi che svolgono compiti in autonomia, entro dodici mesi, contro una media globale del 45 per cento. Il 79 per cento dei lavoratori italiani si dichiara invece pronto al cambiamento. A livello globale la fiducia nella preparazione interna non supera il 25 per cento in nessun settore. L’articolo non indica quanti dei dirigenti intervistati siano italiani, e l’indagine non riguarda il settore pubblico né la scuola.
Il commento. I dirigenti scolastici non sono dentro questi numeri, e sarebbe scorretto fingere il contrario. Ma chi guida un istituto riconoscerà la forma del problema, perché nella scuola il divario è spesso lo stesso e a volte più largo. Da una parte ci sono gli studenti, che usano questi strumenti ogni giorno, e una parte dei docenti che li ha già portati nella propria didattica. Dall’altra una direzione e una segreteria che non hanno avuto il tempo di farsene un’idea precisa, fra organici, graduatorie e scadenze. Quando chi decide si sente meno pronto di chi lavora, succede sempre la stessa cosa: ognuno comincia da solo, con gli strumenti che trova e con il proprio account personale, e l’istituto si ritrova con dati di alunni incollati in servizi che nessuno ha valutato e con regole diverse da una classe all’altra. Una nota di cautela sul dodici per cento: è una risposta su se stessi, e dire di non sentirsi pronti può essere anche un segno di onestà. La cosa da prendere sul serio è la distanza, non il numero. Che cosa si può fare in un istituto, senza aspettare corsi e circolari. La formazione comincia da chi firma. Un dirigente o un direttore dei servizi che per un mese usa uno strumento, fornito dalla scuola e non personale, su un compito vero del proprio lavoro, come una relazione, la bozza di un regolamento o l’analisi di una norma, alla fine sa dove funziona, dove sbaglia e che cosa non ci si deve mai mettere dentro. Da lì nascono le poche regole che servono al collegio, più credibili perché scritte da chi ha provato. I docenti già pronti sono la risorsa migliore che avete: coinvolgerli nella scrittura di quelle regole costa un incontro e vi evita di scriverle contro di loro.
D.R.
Fonte: Il Sole 24 Ore, Info Data
Fondi e bandi
Dieci milioni per la digitalizzazione in Abruzzo, abbonamenti all’intelligenza artificiale compresi: non è per gli istituti statali, ma riguarda formatori ed enti gestori, e insegna come si legge una tabella dei punteggi
La Regione Abruzzo ha aggiornato l’11 settembre 2026 le risposte alle domande frequenti sull’avviso «Digitalizzazione delle PMI», intervento 1.2.2 del Programma regionale FESR 2021-2027, con 10 milioni di euro a fondo perduto in regime de minimis. Possono partecipare micro, piccole e medie imprese, ditte individuali e liberi professionisti con partita IVA. Sono ammessi hardware, software e licenze, commercio elettronico, gestionali, automazione, cloud, intelligenza artificiale e cybersicurezza, con le consulenze entro il 10 per cento dell’investimento. La spesa minima è di 10.000 euro IVA esclusa e il contributo massimo di 100.000 euro. Chi partecipa sceglie la percentuale di contributo fra il 40 e il 70 per cento, e nella valutazione di merito la percentuale più bassa vale di più: 20 punti al 40 per cento, 2 punti al 70 per cento, su 75, con un minimo di 40 per essere ammessi. Lo sportello è aperto dalle 10 del 21 settembre alle 10 del 12 ottobre 2026. Le risposte della Regione confermano che sono ammessi gli abbonamenti annuali a licenze «come claude.ai», per i canoni pagati dopo la domanda, e che i documenti di spesa in lingua straniera vanno accompagnati da una traduzione fatta da un soggetto abilitato.
Il commento. Diciamolo con chiarezza: un istituto statale non può partecipare a questo avviso, perché è riservato alle imprese e ai professionisti con partita IVA. Lo riportiamo perché nel mondo della scuola ci sono molte persone e molte realtà che invece rientrano. I formatori e gli esperti esterni che lavorano con le scuole come liberi professionisti, per esempio. Gli enti di formazione organizzati come impresa. E, da verificare caso per caso sull’avviso, le scuole paritarie gestite da una cooperativa o da una società iscritta al registro delle imprese, se hanno le dimensioni di una piccola o media impresa e si trovano in Abruzzo. Per chi rientra, la cosa da guardare per prima non sono le spese ammesse ma la tabella dei punteggi. Chiedere il 70 per cento sembra la scelta ovvia, e invece vale 2 punti contro i 20 del 40 per cento, con una soglia di 40 su 75 per entrare. Nella stessa tabella 35 punti premiano il commercio elettronico e la valorizzazione del marchio: a leggerla alla lettera, un progetto che non tocca né l’uno né l’altro può arrivare al massimo a 40, e solo chiedendo il contributo minimo. C’è poi una lezione che vale anche per chi non partecipa, e che le segreterie conoscono bene dai progetti finanziati: gli abbonamenti agli strumenti di intelligenza artificiale sono ammessi, ma molti di questi servizi fatturano dall’estero e in inglese. Quando una rendicontazione chiede documenti in italiano, ogni fattura mensile diventa una traduzione da far fare, e può costare più del canone. La Regione ammette il pagamento annuale in un’unica soluzione, ed è quasi sempre la strada più semplice anche fuori da questo bando.
D.R.
Fonte: Regione Abruzzo
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