domenica 11 Ottobre 2026
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Rassegna AI

Il mestiere di scrivere i compiti al posto degli studenti è sparito in due anni, e per chi insegna la domanda non è più come si scopre chi ha copiato: è che cosa si valuta, adesso che il prodotto finito non dimostra più niente

Un reportage misura il crollo dell'industria keniota degli elaborati su commissione, fino a quarantamila persone pagate per scrivere compiti e tesine al posto di studenti universitari stranieri, ridotta quasi a zero nei due anni successivi all'arrivo di ChatGPT, e riporta il dato che dà la misura della velocità: i modelli portavano a termine da soli il 2,5 per cento dei lavori a distanza nell'ottobre 2025 e il 16 per cento nel luglio 2026. Nella stessa giornata sei falle nei router MikroTik permettono di entrare nella rete senza conoscere nessuna password e sono già sfruttate, una commissione parlamentare americana mette per iscritto che dichiarare a un minore «stai parlando con una macchina» non basta e che conta come il chatbot è progettato, l'accordo fra Anthropic e gli autori fissa a tremila dollari il valore di un'opera usata per addestrare un modello, e Microsoft comincia a rifiutare la posta dei server rimasti indietro con gli aggiornamenti.

Asterope 7 Settembre 2026

Rassegna AI del 7 settembre 2026: Il mestiere di scrivere i compiti al posto degli studenti è sparito in due anni, e per chi insegna la domanda non è più come si scopre chi ha copiato: è che cosa si valuta, adesso che il prodotto finito non dimostra più niente

L’edizione di oggi nasce da fonti internazionali della domenica, portate qui in italiano: la stampa di settore italiana non aveva ancora pubblicato, e le notizie che contano per chi lavora nella scuola erano già uscite altrove.

Se avete tempo per una cosa sola, leggete la prima. Il mercato dei compiti scritti su commissione, che valeva fino a quarantamila persone in un solo paese, è sparito in due anni non perché qualcuno lo abbia fermato, ma perché quel servizio adesso è gratis. Il punto per chi insegna non è morale ed è più scomodo di così: un testo prodotto a casa non certifica più quasi niente, e la scelta non è fra vietare e rassegnarsi, è fra continuare a valutare il prodotto finito e cominciare a valutare il processo e la capacità di difenderlo a voce. Il numero da tenere a mente è quello dei compiti a distanza che i modelli portano a termine da soli, passato dal 2,5 al 16 per cento in nove mesi.

Le altre quattro sono in ordine di urgenza pratica. Il router della scuola, se è un MikroTik ed è rimasto indietro, si apre a chi non ha nessuna password, e gli attacchi sono cominciati prima ancora che uscisse la correzione: la mail da mandare oggi al fornitore della rete la trovate nel commento. Il rapporto americano sui chatbot e i minori dà un vocabolario preciso a una cosa che molti docenti hanno già notato, cioè che questi sistemi sono progettati per non chiudere mai la conversazione per primi, e serve sia per i colloqui con le famiglie sia per valutare qualunque assistente vi venga proposto per il sito o per l’orientamento. L’accordo fra Anthropic e gli autori fissa un prezzo su un’opera usata per addestrare un modello e, soprattutto, chiarisce che il problema non è mai lo strumento ma la copia: vale la pena rileggerlo pensando ai PDF dei libri di testo che circolano nelle chat dei docenti. L’ultima riguarda la posta e con la scuola c’entra poco, ma la lezione che porta con sé riguarda in pieno i computer della segreteria didattica.

Studenti e valutazione

Quarantamila persone scrivevano compiti al posto degli studenti, e in due anni quel mercato è sparito perché adesso il lavoro lo fa una macchina gratis: il problema non è nuovo, è diventato accessibile a tutti

SBS News riprende il 6 settembre 2026 un reportage del New York Times sul crollo dell’industria keniota degli elaborati su commissione, cioè di chi veniva pagato per scrivere compiti, saggi e tesine al posto di studenti universitari stranieri. Al momento di massima espansione si stima che fino a 40.000 persone a Nairobi vivessero di quel lavoro, in un paese che laurea oltre centomila persone l’anno, dove circa l’80 per cento dell’occupazione è informale e la disoccupazione giovanile supera il 25 per cento. Le tariffe sono crollate dopo l’arrivo di ChatGPT nel 2022 e il settore si è ridotto quasi a zero nei due anni successivi. Il reportage segue tre persone: Teresios Bundi, che ha scritto oltre 2.500 elaborati in dodici anni guadagnando dai 40 ai 70 dollari a pezzo, almeno cinque volte quanto poteva aspettarsi nel settore sanitario per cui aveva studiato; Richard Esilaba, che aveva costruito un’impresa arrivata a cento collaboratori e l’ha chiusa; Alex Munyua, che è passato all’etichettatura dei dati e alla moderazione dei contenuti. Il dato che dà la misura del fenomeno oltre il singolo mestiere è la quota di compiti freelance online che i modelli portano a termine da soli: era il 2,5 per cento nell’ottobre 2025 ed era il 16 per cento nel luglio 2026.

Il commento. Questa notizia arriva la settimana in cui ricominciano le lezioni, e va letta al contrario di come la stanno leggendo quasi tutti. Il fatto non è che l’intelligenza artificiale ha creato il problema dei compiti scritti da qualcun altro: quel mercato esisteva, era enorme, ed è durato anni senza che la scuola e l’università se ne accorgessero granché. Quarantamila persone a Nairobi vivevano di compiti fatti al posto di studenti che li consegnavano come propri, e nessuno di quei lavori è mai stato scoperto da un software. Quello che è cambiato è il prezzo: prima costava dai quaranta ai settanta dollari a elaborato, e questo teneva fuori la maggior parte degli studenti; adesso costa zero e ci arrivano tutti, anche in seconda media. La conseguenza per chi insegna non è morale, è tecnica, e riguarda che cosa si misura. Un testo consegnato scritto a casa, da oggi, dimostra una cosa sola, cioè che lo studente ha avuto accesso a uno strumento. Non dimostra che sa scrivere, non dimostra che ha capito, e non dimostra nemmeno che ha letto quello che ha consegnato. Non serve vietare niente per accorgersene, basta guardare che cosa quel voto certifica davvero. Da qui vengono tre cose concrete, e nessuna richiede circolari o piattaforme nuove. La prima: spostare il peso della valutazione su ciò che avviene in presenza. Non significa tornare tutti al compito in classe a sorpresa, significa che il testo scritto a casa diventa materiale di lavoro e non prova finale, e che il voto nasce da come lo studente lo difende, lo spiega, lo corregge quando gli chiedete perché ha usato quella parola o da dove viene quel dato. Tre minuti a testa in interrogazione dicono più di venti compiti corretti la sera. La seconda: chiedete il processo e non solo il prodotto. Una consegna che include le domande poste allo strumento, le risposte scartate e la spiegazione di che cosa è stato cambiato è un compito che l’intelligenza artificiale non può fare al posto dello studente, perché il contenuto è il suo ragionamento sul proprio lavoro. È anche il modo più onesto per insegnargli a usare questi strumenti, che li useranno comunque e per tutta la vita. La terza è un avvertimento su una spesa che qualcuno vi proporrà entro l’anno: i programmi che promettono di riconoscere i testi generati non funzionano in modo affidabile, sbagliano in tutte e due le direzioni e sbagliano più spesso proprio con gli studenti stranieri e con chi scrive in modo semplice. Fondare un provvedimento disciplinare sul responso di uno di questi programmi è il modo più rapido per trovarsi davanti a un ricorso che si perde. Una nota che con la didattica c’entra poco ma vale la pena tenere, perché è la parte umana della notizia: quelle quarantamila persone erano laureati che facevano quel lavoro perché pagava cinque volte il mestiere per cui avevano studiato. Quando spiegate ai vostri studenti che cosa sta cambiando nel lavoro, questo è un esempio vero, con numeri e nomi, e vale più di qualunque discorso generale sul futuro delle professioni.

D.R.

Fonte: SBS News

Rete della scuola

Nel router entra chiunque conosca un nome utente e un pezzo di chiave, senza password: chiedete oggi al fornitore della rete quale versione avete, perché gli attacchi sono cominciati prima che uscisse la correzione

Security Affairs riferisce, in un articolo firmato da Pierluigi Paganini il 6 settembre 2026, che il CERT polacco ha scoperto sei vulnerabilità in RouterOS, il sistema che fa funzionare i router e i firewall MikroTik. Due di queste, usate una dopo l’altra, formano l’attacco battezzato MikroTrick. La prima, CVE-2026-67276, ha punteggio di gravità 9,2 e consiste in un aggiramento dell’autenticazione: chi conosce un nome utente valido e la parte pubblica della chiave di accesso può costruire una chiave falsa ed entrare senza possedere quella vera. La seconda, CVE-2026-86060, anch’essa 9,2, permette poi di ottenere i privilegi di amministratore. Insieme danno il controllo completo dell’apparecchio senza alcuna password. Una terza, CVE-2026-67277 con punteggio 8,8, provoca la divulgazione di porzioni di memoria e il blocco del servizio. Le versioni corrette sono la 6.49.21, la 7.23.4 e la 7.23.5 sul canale a lungo termine, la 7.24.2 e la 7.25beta3. MikroTik ha pubblicato avviso e correzioni il 3 settembre, ma lo sfruttamento era già in corso almeno dal 2. Il segno di compromissione descritto dal ricercatore Costin Raiu è un tentativo di accesso fallito a nome dell’utente meno due, seguito nella cronologia del sistema dalla creazione di utenti, dall’aggiunta di chiavi e da modifiche alle regole del firewall; negli attacchi riusciti compare un account privilegiato chiamato ops. Gli indirizzi degli attaccanti finora osservati sono 82.192.72.4 e 103.102.31.18.

Il commento. MikroTik è un marchio che in una scuola nessuno nomina mai, ed è proprio per questo che vale la pena parlarne: è una delle scatole che gli installatori montano più spesso nelle reti degli istituti, soprattutto dove il cablaggio è stato rifatto con i fondi degli ultimi anni e dove ci sono più plessi collegati fra loro. Se nessuno in segreteria sa che cosa c’è nell’armadio di rete, questa è l’occasione per scoprirlo, e la domanda da mandare oggi per posta elettronica al fornitore della manutenzione è una sola riga: quali apparati di rete abbiamo, di che marca, e su quale versione del software sono fermi. Pretendete un numero di versione, non un «è tutto aggiornato». Tre cose da chiedere subito dopo, e valgono qualunque sia la marca. Primo: l’accesso di gestione dell’apparato è raggiungibile da internet oppure solo da dentro la scuola. Nella maggior parte degli istituti è raggiungibile da fuori, e la ragione è sempre la stessa e sempre ragionevole, cioè che il tecnico deve poter intervenire senza venire di persona. Si può continuare a farlo entrare, ma attraverso un collegamento protetto dedicato, non lasciando la porta di servizio aperta sulla strada. Secondo: fatevi cercare nei registri dell’apparato quel tentativo di accesso a nome meno due, e fatevi rispondere per iscritto. Se c’è, non basta aggiornare e non basta cambiare le password, perché chi è entrato lascia dietro di sé utenti nuovi e regole modificate che sopravvivono all’aggiornamento: in quel caso l’apparato va isolato e la configurazione rifatta da capo. Terzo, e qui la questione diventa vostra e non del tecnico: la scuola è titolare del trattamento dei dati di alunni, famiglie e personale, e un apparato di frontiera compromesso è la strada attraverso cui si arriva a quei dati. Se il fornitore vi conferma una compromissione, non è una faccenda tecnica da chiudere fra loro: va coinvolto il responsabile della protezione dei dati, va messa agli atti la data in cui lo avete saputo, e va valutata la notifica al Garante entro settantadue ore. Quella data è la prima cosa che vi verrà chiesta, e l’unico modo di averla è scriverla adesso. Un’ultima raccomandazione che riguarda l’organizzazione più della sicurezza: in molte scuole le credenziali degli apparati di rete le ha una persona sola, spesso un tecnico che lavora con l’istituto da anni e che nessuno ha mai sostituito. Approfittate di questa occasione per farvi consegnare per iscritto l’elenco degli apparati, dove sono e chi vi accede. È il tipo di documento che serve un giorno solo, e quel giorno serve moltissimo.

D.R.

Fonte: Security Affairs

Minori e chatbot

Dire a un ragazzo che sta parlando con una macchina è la parte facile: il rapporto di una commissione parlamentare dice che conta se il sistema è costruito per tenerlo lì il più a lungo possibile

Tech Policy Press pubblica il 6 settembre 2026 un’analisi di Justin Hendrix sul lavoro svolto dallo Stato della Virginia in materia di chatbot conversazionali e minori. Due proposte di legge sui chatbot da compagnia, HB635 e SB796, sono naufragate nella sessione 2026 dell’assemblea generale, accantonate anche per il timore di perdere finanziamenti federali dopo un ordine esecutivo della Casa Bianca del dicembre 2025. La materia è passata alla JCOTS, la commissione congiunta su tecnologia e scienza, organo permanente di ricerca composto da dodici membri, sette deputati e cinque senatori, con Kira Allmann come analista capo e Jodi Kuhn come direttrice esecutiva. Dopo una prima ricognizione nel 2025, ad agosto 2026 la commissione ha pubblicato un rapporto supplementare dedicato ai chatbot e ai minori. Il rapporto individua tre rischi che stanno nella progettazione del prodotto e non nei suoi contenuti: il prolungamento artificiale della conversazione unito a una disponibilità continua e senza attriti, le funzioni che accentuano la somiglianza a una persona, e l’efficacia dubbia delle informative che dichiarano all’utente che sta parlando con un sistema automatico. L’impostazione proposta privilegia la sicurezza della piattaforma per tutti gli utenti rispetto alla verifica dell’età, richiamando il principio progettuale secondo cui costruire pensando a chi ha più difficoltà migliora il risultato per chiunque, come è successo con gli scivoli sui marciapiedi.

Il commento. Qui c’è un rapporto americano su una legge che non è stata approvata, e lo riportiamo perché descrive con precisione una cosa che nelle nostre scuole sta già succedendo e di cui si parla poco: molti ragazzi non usano questi sistemi per fare i compiti, li usano per parlare. Il rapporto elenca tre caratteristiche di progettazione, e sono utili perché danno un vocabolario a un’impressione che molti docenti hanno già. La prima è che il sistema è costruito per far durare la conversazione, quindi risponde sempre, non si stanca mai, non ha altro da fare e non chiude mai per primo. La seconda è che imita i tratti di una persona, quindi dice «mi ricordo», «mi dispiace», usa un nome e un tono. La terza è la più importante per voi: la scritta che dichiara che si tratta di una macchina funziona molto meno di quanto chi la mette creda, e con un ragazzo di tredici anni che parla con qualcosa che gli risponde alle undici di sera funziona ancora meno. Da noi quella dichiarazione è obbligatoria dal 2 agosto, e questo rapporto dice che è l’adempimento facile. Che cosa se ne fa una scuola. Tre cose. La prima riguarda i colloqui con le famiglie di questo autunno: alla domanda «mio figlio passa ore a chattare con l’intelligenza artificiale, è grave?» conviene arrivare con una risposta preparata, e la risposta utile non è vietare, è chiedere ai genitori di guardare quando succede e per quanto tempo. Se accade la sera tardi e per ore, il problema non è lo strumento, è che quella conversazione sta prendendo il posto di qualcos’altro, ed è lì che serve un’attenzione. La seconda riguarda voi come istituto: se state valutando un assistente conversazionale per il sito, per l’orientamento o per lo sportello di segreteria, fate al fornitore la domanda che smaschera tutto, cioè con quale misura valuta il successo del suo prodotto. Se la risposta è la durata della conversazione o il numero di messaggi, quel sistema è progettato per trattenere, e con dei minori non lo volete. Se la risposta è quante domande vengono risolte al primo colpo, si può ragionare. Terza cosa, e riguarda i dati: quelle conversazioni restano scritte da qualche parte, e se dentro c’è uno studente che scrive qualcosa di sé, la scuola ha fra le mani un dato delicato che nessuno ha previsto. Prima di attivare qualunque cosa, stabilite per iscritto dove finiscono quelle conversazioni, per quanto tempo restano, chi le può leggere e che cosa succede se contengono un segnale di disagio. Quest’ultima domanda non è teorica ed è la ragione per cui vale la pena leggere il rapporto anche solo per l’idea finale, che è la più intelligente: progettare pensando alla persona più fragile migliora il servizio per tutti. È lo stesso principio dell’inclusione, e in una scuola non ha bisogno di essere spiegato.

D.R.

Fonte: Tech Policy Press

Materiali didattici

Tremila dollari a opera per mezzo milione di libri: c’è finalmente un prezzo per un testo usato per addestrare un modello, e la sentenza dice una cosa che riguarda anche le vostre dispense

TechCrunch riferisce il 6 settembre 2026, in un articolo di Anthony Ha, che l’accordo transattivo da 1,5 miliardi di dollari fra Anthropic e gli autori sta generando una seconda contesa, questa volta fra gli autori e i loro stessi editori e agenti. L’accordo prevede un risarcimento di 3.000 dollari per ciascuna opera piratata e riguarda quasi 500.000 titoli. La ripartizione è del 50 per cento all’autore e del 50 per cento all’editore per i libri ancora in commercio, mentre va per intero all’autore per le opere autopubblicate o per quelle i cui diritti gli sono tornati; la data di riferimento per stabilire chi avesse i diritti è il 10 agosto 2022, e l’approvazione definitiva dell’accordo è arrivata a luglio 2026. Nei primi giorni di settembre molti autori hanno ricevuto messaggi che segnalavano che qualcun altro stava reclamando il loro pagamento: l’autrice April Henry ha raccontato che un grande editore ha rivendicato un suo libro i cui diritti le erano tornati almeno diciassette anni fa, mentre l’autrice Courtney Milan ha denunciato che alcuni agenti chiedono una percentuale sul risarcimento. Victoria Strauss, del progetto di vigilanza Writer Beware, parla di un fenomeno sistemico e non di errori isolati; Mary Rasenberger, della Authors Guild, lo attribuisce alla cattiva tenuta dei registri più che alla malafede. L’accordo nasce da una sentenza che ha stabilito un principio in due tempi: addestrare un modello su materiale protetto rientra nell’uso lecito, procurarselo piratandolo no.

Il commento. La cifra è quella che farà notizia, tremila dollari a opera, e serve a chi in una scuola scrive davvero: i docenti che pubblicano manuali o contributi per un editore, e che adesso sanno che esiste un precedente con un numero. Ma la parte che riguarda tutti gli altri è la distinzione giuridica, che i giornali raccontano male e che invece è semplice: non è stato deciso che addestrare un modello su testi protetti sia vietato, è stato deciso che procurarseli piratandoli sì. Tradotto nella pratica quotidiana di un istituto, significa che il problema non è mai lo strumento, è la copia. Da qui vengono tre cose molto concrete. La prima è la più delicata e va detta senza giri di parole: caricare dentro un assistente il PDF di un libro di testo, la scansione di un volume o il materiale di una casa editrice per farsene fare un riassunto, delle domande o una verifica semplificata è esattamente il gesto che quella sentenza colloca dalla parte sbagliata. Succede in tutte le scuole, quasi sempre in buona fede e per un ottimo motivo didattico, spesso per preparare materiale semplificato per uno studente con bisogni educativi speciali. Vale la pena saperlo e vale la pena dirlo in collegio, perché la copia resta una copia anche quando la fa un docente per aiutare un ragazzo. La strada praticabile è chiedere all’editore: molte case editrici mettono a disposizione versioni accessibili dei propri testi proprio per questo, e si ottengono con una richiesta, non con una scansione. La seconda cosa riguarda quello che producete voi. Dispense, videolezioni, unità di apprendimento, materiali per la formazione: sono opere dell’ingegno, e in questo momento chi le pubblica sul sito della scuola non si è quasi mai posto la domanda di che cosa permette e che cosa non permette a chi le scarica. Mettere una licenza esplicita, anche una di quelle standard che si scelgono in due minuti, costa nulla e cambia la risposta a qualunque contestazione futura, in tutte e due le direzioni. La terza è una raccomandazione da segreteria, e nasce dalla parte più istruttiva di questa vicenda, cioè che i soldi ci sono ma nessuno sa più chi detiene i diritti, perché i contratti sono vecchi e i registri tenuti male. Se il vostro istituto ha prodotto materiali con finanziamenti di progetto, con esperti esterni o in rete con altre scuole, il momento buono per mettere per iscritto di chi sono quei materiali è adesso, prima che qualcuno abbia interesse a chiederlo.

D.R.

Fonte: TechCrunch

Posta e programmi vecchi

Microsoft comincia a rifiutare la posta dei server rimasti indietro: con la scuola c’entra meno che con le aziende, ma la lezione sotto riguarda in pieno le macchine della segreteria

Daily CyberSecurity riferisce il 7 settembre 2026, in un articolo di Do Son che cita l’annuncio di Microsoft alla propria comunità tecnica, che a partire dalla seconda settimana di settembre 2026 Exchange Online comincia a limitare e successivamente a bloccare i messaggi provenienti da server di posta Exchange Server 2016 ed Exchange Server 2019 che non siano aggiornati almeno all’ultimo aggiornamento pubblico disponibile, quello di ottobre 2025. La prima fase è un rallentamento, con l’errore temporaneo 450 4.7.230 e i messaggi che restano in coda; la seconda è il rifiuto vero e proprio, con errore permanente 550 5.7.230, dopo il quale il messaggio non viene più riprovato e chi lo ha scritto riceve un avviso di mancato recapito. Il supporto per quelle due versioni è terminato il 14 ottobre 2025 e il programma di aggiornamenti di sicurezza a pagamento si chiude a ottobre 2026. Le vie d’uscita indicate sono installare l’aggiornamento cumulativo di ottobre 2025, sottoscrivere gli aggiornamenti estesi finché durano, passare alla versione ad abbonamento oppure spostare le caselle sul servizio in rete. L’articolo ricorda inoltre che a inizio settembre risultavano ancora circa ventiduemila server non corretti rispetto a CVE-2026-62911, falla che dopo una compromissione consente di accedere alle caselle di altri utenti.

Il commento. Cominciamo dall’onestà: questa notizia con la scuola c’entra meno che con le imprese, e non ha senso forzare il collegamento. La posta istituzionale degli istituti sta quasi sempre sul dominio ministeriale o su un fornitore esterno, e un server di posta dentro la scuola oggi è raro. Se però il vostro istituto ne ha ancora uno proprio, magari ereditato da una convenzione con l’ente locale o rimasto in piedi per un applicativo che ci parla, la domanda da fare oggi al fornitore è secca: su quale aggiornamento è fermo. Se la data è precedente a ottobre 2025 vi troverete le circolari alle famiglie che non arrivano, e il primo a dirvelo sarà un genitore. La ragione per cui questa notizia sta comunque nell’edizione di oggi è la lezione che c’è sotto, e quella riguarda in pieno le scuole: un programma fuori supporto non smette di funzionare il giorno in cui finisce il supporto, smette di funzionare mesi o anni dopo, all’improvviso, perché qualcun altro decide di non parlarci più. È esattamente quello che sta succedendo qui. Adesso guardate la vostra segreteria con questa lente e fatevi tre domande, che sono quelle da mettere nel prossimo incontro con chi vi assiste. La prima: quali macchine hanno ancora un sistema operativo fuori supporto, e quali di queste toccano dati di alunni e personale. Nelle scuole italiane la risposta media è più alta di quanto ci si aspetti, e spesso riguarda proprio i computer della segreteria didattica, che sono gli ultimi a essere sostituiti perché ci girano applicativi delicati. La seconda: quali applicativi gestionali non ricevono più aggiornamenti dal fornitore, e da quando. La terza, la più utile, è organizzativa: che cosa succede il giorno in cui uno di questi smette di parlare con l’anagrafe, con il sistema informativo del Ministero o con la piattaforma dei pagamenti. Se la risposta è che si chiama il tecnico e si spera, quel rischio va messo per iscritto adesso, con una previsione di spesa nel programma annuale, invece di essere scoperto a dicembre quando serve chiudere un adempimento. Un ultimo dato per dare la misura del ritardo diffuso: ventiduemila server nel mondo sono ancora esposti a una falla per cui il codice di attacco è pubblico. Nessuno di quegli enti ha deciso di correre un rischio. Semplicemente, nessuno ha guardato.

D.R.

Fonte: Daily CyberSecurity

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