giovedì 27 Agosto 2026
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Rassegna AI

La Commissione europea ha scritto che cosa vuol dire dichiarare l’intelligenza artificiale, e l’obbligo tocca chi la usa: cioè la scuola che genera una locandina, mette un assistente sul sito o pubblica una pagina scritta a macchina

Le Linee guida sull'articolo 50 dell'AI Act arrivano insieme al primo elenco dei firmatari del codice sulla trasparenza dei contenuti generati, e la parola che tira dentro un istituto è deployer, cioè chi mette in servizio questi strumenti e non chi li costruisce. Nella stessa giornata un modello potentissimo compare gratis su due piattaforme senza che si sappia di chi sia, Mitsubishi porta in fabbrica robot umanoidi non per sostituire gli operai ma per registrare quello che sanno, un dirigente della sicurezza informatica avverte che chi impara con l'automazione non costruisce più il giudizio perché non sbaglia mai, e i cinema britannici si preparano a vietare gli occhiali che registrano dopo ristoranti, teatri e tribunali.

Asterope 24 Agosto 2026 aggiornato il 25 Agosto 2026

Rassegna AI del 24 agosto 2026: La Commissione europea ha scritto che cosa vuol dire dichiarare l'intelligenza artificiale, e l'obbligo tocca chi la usa: cioè la scuola che genera una locandina, mette un assistente sul sito o pubblica una pagina scritta a macchina

Il filo di oggi è dire chi sta parlando, e sapere chi c’è dall’altra parte. La Commissione europea ha pubblicato le Linee guida sull’articolo 50 dell’AI Act insieme al primo elenco dei firmatari del codice sulla trasparenza dei contenuti generati, e la parola che porta l’obbligo dentro un istituto è deployer: non chi fabbrica questi strumenti, ma chi li mette in servizio. Una scuola lo fa già quando genera la locandina dell’open day, quando tiene un assistente sul sito e quando pubblica pagine che informano le famiglie su iscrizioni e scadenze. Le cose da sistemare prima di settembre sono quattro: l’assistente che si dichiara prima della prima risposta, le immagini generate marcate, i testi riletti da una persona che se ne assume la responsabilità, e la verifica che nessun modulo comprato per la sorveglianza legga volti o emozioni, perché in ambito educativo quello è vietato.

Il rovescio della medaglia è arrivato nella stessa giornata. Un modello potentissimo è comparso su due piattaforme senza che nessun laboratorio ne rivendichi la paternità, ed è gratis fino al 27 agosto. La parola che manca in tutta la vicenda è il nome dell’azienda, e per una scuola quella parola regge tutto il resto: senza un nome non c’è nessuno da nominare responsabile del trattamento, non si sa dove stiano i server e non c’è nessuno a cui chiedere la cancellazione. La riga da mandare a docenti e segreteria è una sola: nessun dato riferibile a una persona entra in uno strumento di cui non conosciamo il fornitore. Per provare si usa materiale inventato.

Le altre tre parlano di quello che si perde senza accorgersene. Un dirigente della sicurezza informatica spiega che il giudizio si costruisce sbagliando, e che uno strumento che restituisce sempre un risultato pulito toglie quel materiale a chi sta imparando e non a chi ha già imparato: è il problema didattico dell’anno, e la risposta non è vietare ma decidere disciplina per disciplina dove tenere l’attrito. Mitsubishi porta in fabbrica robot umanoidi non per sostituire gli operai ma per registrare quello che sanno, ed è la stessa cosa che serve a una segreteria dove il sapere se ne va ogni anno con i trasferimenti: tre o quattro procedure che sa fare una persona sola, raccontate da chi le fa, con i tre errori tipici scritti sotto. E i cinema britannici si preparano a vietare gli occhiali che registrano: il regolamento d’istituto nomina il telefono, e un paio di occhiali non è un telefono, quindi la riga va corretta prima del collegio di settembre e non dopo il primo video finito in una chat.

Trasparenza dei contenuti

L’obbligo di dichiarare l’intelligenza artificiale non riguarda chi la costruisce ma chi la usa, e una scuola che pubblica una circolare scritta a macchina è dentro la definizione

Cyber Security Italia riferisce che la Commissione europea ha pubblicato le Linee guida sull’articolo 50 dell’AI Act, accompagnate dal primo elenco ufficiale dei firmatari del Code of Practice on Transparency of AI-generated Content, che raccoglie circa centonovanta organizzazioni. Gli obblighi di trasparenza sono in applicazione dal 2 agosto 2026 e le linee guida servono, secondo il testo, come supporto concreto per fornitori, sviluppatori, deployer e autorità chiamati a rispettare le nuove regole. Gli ambiti sono quattro. Il primo riguarda i sistemi che interagiscono con le persone, che devono far sapere di essere sistemi di intelligenza artificiale. Il secondo impone di identificare i contenuti generati o manipolati attraverso marcature leggibili in automatico. Il terzo aggiunge obblighi informativi specifici per il riconoscimento delle emozioni, la categorizzazione biometrica e i deepfake. Il quarto riguarda i testi generati su temi di interesse pubblico, che vanno dichiarati come tali quando non sono passati sotto una revisione umana. Le finalità dichiarate sono rafforzare la fiducia nell’ecosistema digitale, consentire alle persone di riconoscere quando stanno interagendo con sistemi di intelligenza artificiale e ridurre i rischi di manipolazione, disinformazione e frodi. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale indica l’adesione al codice come strumento di supporto alla conformità e segnala i cosiddetti visual AI labels, cioè gli elementi grafici che rendono immediatamente riconoscibile un contenuto alterato, come pratica di mercato già in sperimentazione.

Il commento. La parola da leggere due volte è deployer, perché è quella che porta l’obbligo dentro un istituto. Non è chi fabbrica il modello: è chi lo mette in servizio per il proprio lavoro, e un’istituzione scolastica lo fa già in almeno quattro modi, di solito senza averlo mai deciso in collegio. Genera l’immagine per la locandina dell’open day. Fa scrivere o riscrivere una comunicazione alle famiglie. Tiene sul sito una finestrella che risponde alle domande più frequenti. Pubblica sul sito o sui social pagine che informano il pubblico su iscrizioni, graduatorie e scadenze. Le cose da fare sono quattro e si fanno prima di settembre. La prima: se sul sito c’è un assistente automatico, deve dire prima della prima risposta che non è una persona, e deve dirlo lì, non in fondo alla pagina della privacy che nessun genitore apre. La seconda: le immagini e i video generati o ritoccati vanno marcati, e la marcatura che conta è quella che resta dentro il file; l’etichetta visibile sotto l’immagine è buona pratica e a scuola serve anche a un’altra cosa, cioè a insegnare con l’esempio invece che a parole. La terza è la più delicata e va decisa dal dirigente, non lasciata al singolo: i testi che informano il pubblico o li rilegge una persona che se ne assume la responsabilità, oppure va dichiarato che sono generati. Le due strade sono entrambe legittime, e in una scuola la prima è l’unica praticabile, perché una circolare è un atto e un atto ha sempre un responsabile del procedimento. Tradotto in pratica: chi firma la circolare l’ha letta, e la lettura si dimostra tenendo traccia di chi rilegge e da quando. La quarta riguarda i sistemi che leggono volti, emozioni o caratteristiche biometriche delle persone, e qui la trasparenza è solo il primo dei problemi: il riconoscimento delle emozioni in ambito educativo è vietato, e vale la pena verificare che nessun modulo comprato per la sorveglianza degli esami o per il controllo degli accessi faccia qualcosa del genere fra le proprie funzioni facoltative. Sul codice di condotta, una precisazione utile a chi teme un adempimento in più: firmarlo non è obbligatorio e non firmarlo non è una violazione. Serve invece avere in una cartella la data in cui è stato messo l’avviso sull’assistente, chi rilegge i testi e da quando, e quale strumento genera le immagini. Quella cartella è la vostra conformità, costa un pomeriggio e vale più di qualunque consulenza esterna che ve la venda a settembre inoltrato.

D.R.

Fonte: Cyber Security Italia

Come si impara

Chi ha imparato sbagliando non vede il problema, perché usa la macchina come aiuto: chi impara adesso non sbaglia più, e quindi non costruisce il giudizio

Su Agenda Digitale, Paolo Ardemagni, vicepresidente per Sud Europa, Medio Oriente e Africa di SentinelOne, sostiene che il rischio più serio dell’adozione dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni non è tecnico ma cognitivo, e lo chiama cognitive rust belt, la cintura della ruggine cognitiva. La differenza rispetto ai passaggi tecnologici precedenti è netta: internet e il cloud sono stati cambiamenti infrastrutturali, mentre questo, scrive, è un cambiamento di agente e non di architettura, perché a essere delegato non è il canale ma il processo di ragionamento, e chi analizza smette di elaborare e comincia soltanto a verificare. Le prove le porta da due settori automatizzati da tempo. In aviazione i piloti formati su velivoli molto automatizzati mostrano una minore prontezza situazionale quando l’automazione viene a mancare. In radiologia i medici formati con sistemi assistiti mostrano una capacità ridotta di interpretare i casi per cui il sistema non è stato addestrato. Da qui il punto cieco di chi ha esperienza, che non percepisce il pericolo perché il proprio istinto, scrive l’autore, nasceva dall’aver sbagliato più e più volte: usa lo strumento come assistente e mantiene il proprio giudizio, e così il problema resta invisibile per chi comincia. L’articolo descrive tre fasi dell’adozione, l’attrito, la standardizzazione e l’invisibilità, e avverte che l’attrito di oggi, quello che tiene sveglia la testa, è destinato a sparire. La proposta è un audit organizzativo costruito su tre domande, cioè se chi comincia possa sostituire chi ha esperienza quanto a giudizio, se i processi richiedano pensiero attivo o soltanto verifica, e quali attività manuali considerate inefficienti siano in realtà formative, con la conclusione che alcune inefficienze vanno preservate perché è lo sforzo a costruire la competenza.

Il commento. Questo articolo è scritto per le aziende e descrive con precisione il problema didattico dell’anno che sta per cominciare, tanto che vale la pena leggerlo in collegio. La tesi è che l’errore proprio, ripetuto, è il materiale con cui si costruisce il giudizio, e che uno strumento che restituisce sempre un risultato pulito toglie quel materiale a chi sta imparando senza toglierlo a chi ha già imparato. Un docente lo riconosce subito: è il motivo per cui il tema corretto in classe insegna più del tema corretto a casa, e per cui l’esercizio sbagliato alla lavagna vale un’ora di spiegazione. La conseguenza non è vietare, che è la risposta che perde sempre e che sposta soltanto l’uso fuori dalla vista. È decidere dove tenere l’attrito, e va deciso disciplina per disciplina, mettendolo nella programmazione invece di lasciarlo al singolo. Tre modi che funzionano e che non costano nulla. Il primo è la prima versione a mano: la consegna si fa in due tempi, prima la propria stesura in classe e poi il confronto con quella prodotta dallo strumento, e la valutazione riguarda le differenze e le motivazioni, non il prodotto finito. Il secondo è il perché a voce: chi porta un lavoro deve saper spiegare in due frasi perché quel passaggio è giusto, e se non lo sa spiegare il lavoro non è suo, senza bisogno di programmi che pretendono di riconoscere i testi generati e che, come questa rassegna ha già raccontato, sbagliano soprattutto con i ragazzi che scrivono in una lingua non loro. Il terzo riguarda le prove: se la verifica chiede un prodotto, misura uno strumento; se chiede un ragionamento davanti a chi valuta, misura una persona. C’è poi una seconda lettura che riguarda l’istituto come organizzazione, ed è quella a cui l’articolo è dedicato davvero. Vale per i docenti alle prime supplenze e per il personale nuovo di segreteria, che quest’anno arriveranno con strumenti che scrivono al posto loro la risposta a una famiglia o il decreto. Se la prima decreta la macchina, quella persona non imparerà mai a leggere una norma, e il giorno in cui la macchina propone una cosa sbagliata non avrà nulla con cui accorgersene. La contromossa è la stessa che si usa con gli studenti: la prima volta si fa a mano e con qualcuno accanto, e solo dopo si accelera. È tempo speso, ed è esattamente il tempo che l’articolo dice di non risparmiare.

D.R.

Fonte: Agenda Digitale

Strumenti e dati dei minori

Un modello potentissimo è gratis fino al 27 agosto e nessuno sa di chi sia, e in una scuola la domanda non è se sia bravo ma chi risponde di quello che gli si dà da leggere

Hardware Upgrade racconta la comparsa di Ox Alpha, un modello di intelligenza artificiale apparso il 20 agosto sulle piattaforme OpenRouter e OpenCode senza che alcun laboratorio ne rivendicasse la paternità, e offerto gratuitamente fino al 27 agosto. Le caratteristiche dichiarate sono di prima fascia: centomila miliardi di token al giorno, una finestra di contesto da un milione di token, fino a 131.072 token in uscita, capacità di leggere testo, immagini e video, e la classificazione come modello di ragionamento. La destinazione d’uso indicata è la scrittura di codice, il lavoro agentico prolungato e i carichi di produzione reali. L’articolo segnala però un’incongruenza aritmetica, perché sostenere davvero centomila miliardi di token al giorno richiederebbe circa 580.000 schede grafiche, una capacità che pochissimi laboratori al mondo possiedono, e conclude che o la cifra non si riferisce ai token in uscita, oppure i conti non tornano. Sulle ipotesi di paternità l’articolo ne elenca tre. Il laboratorio cinese Zhipu, che aveva già collaudato in incognito il proprio GLM-5 sotto il nome Pony Alpha. DeepSeek, che l’11 marzo aveva fatto debuttare la versione V4 come Hunter Alpha con la stessa aggressività commerciale. E Microsoft, indicata come ipotesi più recente perché l’analisi della tokenizzazione ha riconosciuto la codifica cl100k_base, che escluderebbe OpenAI, Google, Anthropic, xAI e i laboratori cinesi di frontiera e troverebbe corrispondenza soltanto nella linea Phi e MAI. Resta il paradosso segnalato dall’autore, cioè che le regole di moderazione sui temi cinesi più sensibili portano verso un laboratorio continentale mentre la scelta del tokenizzatore porta esattamente nella direzione opposta.

Il commento. La parte da guardare non è il giallo su chi ci sia dietro, ma una parola che in questa vicenda non esiste: il nome dell’azienda. Per una scuola quella parola non è un dettaglio, perché è quella che rende possibile tutto il resto. Senza un nome non c’è un titolare del trattamento, non c’è nessuno da nominare responsabile del trattamento come richiede il regolamento europeo per chi tratta dati per conto vostro, non si sa in quale Paese stiano i server, non c’è un contratto e non c’è nessuno a cui chiedere la cancellazione. Vuol dire che uno strumento del genere non può toccare né un elaborato con il nome di uno studente, né una relazione su un alunno con disabilità, né una graduatoria, né un fascicolo del personale, e la ragione non è che sia pericoloso: è che non esiste il soggetto giuridico con cui si firmerebbe l’accordo che lo renderebbe possibile. La cosa da mandare per iscritto ai docenti e alla segreteria in questi giorni sta in una riga: nessun dato riferibile a una persona entra in uno strumento di cui non conosciamo il nome del fornitore. Per provare qualcosa si usa materiale inventato, che si prepara in cinque minuti, e nessuno vieta di farlo. C’è poi un secondo insegnamento, che vale anche per i fornitori seri con una partita IVA e una fattura, ed è il più utile perché si riusa tutto l’anno. Quando un servizio di questo genere costa zero, il prezzo si paga in un’altra moneta, che di solito è il materiale su cui lo si fa lavorare: nei servizi gratuiti la differenza rispetto alle versioni a pagamento spesso non è la potenza ma la riga del contratto che dice se quello che scrivete viene usato per addestrare il sistema. Su quella riga si decide se uno strumento può entrare in una scuola, e va letta prima, non dopo. Vale in particolare per le piattaforme didattiche offerte gratis agli istituti, dove l’edizione per la scuola e quella gratuita per il singolo docente hanno spesso condizioni diverse: chi attiva un account con la mail personale sta usando la seconda anche quando crede di usare la prima. Ultima cosa, la più concreta: la sparizione annunciata. Il 27 agosto quel modello smette di essere gratuito e nessuno sa se resterà raggiungibile. Chi ci ha costruito sopra qualcosa nelle prossime due settimane si troverà con un pezzo di lavoro che non funziona più il giorno dell’avvio delle lezioni, ed è la ragione pratica per cui gli strumenti che entrano nei processi di un istituto si scelgono per la continuità e non per la potenza.

D.R.

Fonte: Hardware Upgrade

Passaggio di consegne

Mitsubishi mette in fabbrica robot umanoidi non per sostituire gli operai ma per registrare quello che sanno, e in una segreteria quel sapere se ne va con chi va in pensione

L’ANSA riferisce che Mitsubishi Motors ha firmato un accordo con Highlanders, società nata nel 2023 dall’Università di Tokyo, per portare nei propri stabilimenti robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale. La ragione dichiarata non è la riduzione del personale ma la carenza di manodopera che colpisce l’industria giapponese e, soprattutto, il passaggio di conoscenze fra generazioni di lavoratori. Il modello, chiamato N, cammina, esegue lavorazioni manuali e comunica a voce, ed è proporzionato per altezza e peso a una persona. Il piano prevede prima alcune decine di unità, poi l’avvio della produzione vera e propria nel 2027, con l’obiettivo di arrivare a mille robot al mese dallo stabilimento di Kyoto, dove la sperimentazione parte dalla linea di montaggio dei motori. Takao Kato, presidente e amministratore delegato di Mitsubishi Motors, afferma che i robot hanno un potenziale enorme per trasmettere in modo efficiente le conoscenze dei lavoratori esperti. L’articolo colloca l’iniziativa dentro un movimento più ampio dell’industria giapponese verso quella che viene chiamata intelligenza artificiale fisica, cioè macchine che percepiscono e agiscono in autonomia: Honda ha sviluppato mani robotiche assistite dall’intelligenza artificiale per lavorazioni di precisione, mentre Toyota sperimenta bracci robotici nella città laboratorio di Woven City, ai piedi del monte Fuji.

Il commento. Il titolo parla di robot e la sostanza parla d’altro, ed è la parte che una scuola può prendere e usare subito. Il problema che Mitsubishi sta cercando di risolvere non è il costo del lavoro: è che il modo giusto di fare una certa cosa sta nella testa di una persona che fra due anni non c’è più, e non è scritto da nessuna parte. È il problema di ogni segreteria scolastica, e in forma più acuta, perché lì dentro il sapere non se ne va solo con le pensioni ma ogni anno con i trasferimenti, e il dirigente stesso cambia sede. Le cose che nessuno ha mai scritto sono sempre le stesse: come si fa davvero una ricostruzione di carriera senza rifarla tre volte, quali sono i tre punti in cui la pratica di un alunno con disabilità si blocca ogni anno, quale funzionario dell’ambito territoriale si occupa di che cosa e a chi si telefona quando il portale non risponde, come si prepara materialmente lo scrutinio, che cosa si guarda per capire che una graduatoria è sbagliata prima di pubblicarla. Registrarlo non richiede tecnologia. Richiede due decisioni. La prima: individuare le tre o quattro procedure per cui esiste una sola persona che le sa fare, cioè quelle per cui quando manca il tale si ferma tutto, e questa lista in una scuola si scrive in venti minuti perché la conoscono tutti. La seconda: farle raccontare da chi le fa, con un telefono o registrando lo schermo mentre lavora, spiegando non i passaggi, che si vedono, ma perché si fanno in quell’ordine e che cosa si guarda per capire se sta venendo bene. Poi una scheda per procedura con i tre errori tipici. Due avvertenze pratiche, che in una scuola pesano più che altrove. La prima è che riprendere una persona mentre lavora non è una cosa che si fa e basta: va spiegato prima a che cosa serve il materiale, va messo per iscritto che non serve a valutare il rendimento di nessuno, e se le riprese diventano sistematiche entrano in gioco le regole sui controlli a distanza, che richiedono il passaggio con le rappresentanze sindacali. Fatto in trasparenza nessuno ha niente da obiettare, e in genere chi ha trent’anni di mestiere è contento che qualcuno glielo chieda. La seconda è dove finisce il materiale: su uno spazio dell’istituto e non nella cartella personale di chi ha registrato, perché il senso dell’operazione è che resti quando la persona non c’è. Sui robot veri, per chiudere: mille pezzi al mese a partire dal 2027 vuol dire che nei laboratori degli istituti tecnici e professionali quelle macchine arriveranno con anni di ritardo rispetto agli annunci, e non è una cosa su cui impostare un indirizzo di studi. La trasmissione del mestiere invece è di quest’anno, e non costa niente.

D.R.

Fonte: ANSA

Riprese e riservatezza

I cinema britannici stanno per vietare gli occhiali che registrano, dopo ristoranti, teatri e tribunali, e a settembre qualcuno li porterà in classe

Punto Informatico riferisce che la UK Cinema Association ha reso noto che diverse catene di sale cinematografiche britanniche stanno valutando il divieto degli occhiali intelligenti connessi, e in particolare dei Meta Ray-Ban, per contrastare la pirateria e le registrazioni clandestine dei film, che dalle sale finiscono sui siti che li diffondono illegalmente. Il divieto non sarebbe il primo: nel Regno Unito quei dispositivi sono già stati messi al bando in ristoranti, pub, teatri e tribunali, e prima ancora era successo a New York. Gli occhiali permettono di scattare fotografie e registrare video, e dispongono di una spia luminosa che si accende per segnalare la ripresa a chi sta intorno; le versioni più recenti offrono anche funzioni di accessibilità, come i sottotitoli proiettati direttamente sulle lenti. Meta contesta le misure e le definisce un arretramento considerevole, osservando che i propri occhiali hanno una spia di segnalazione mentre gli smartphone e gli altri dispositivi dotati di fotocamera non ne hanno alcuna.

Il commento. La pirateria cinematografica non riguarda una scuola, il precedente sì, e conviene guardarlo adesso perché a settembre il problema entra dalla porta principale. Nel giro di pochi mesi ristoranti, teatri, tribunali e ora cinema hanno capito la stessa cosa: le regole scritte quando le telecamere erano oggetti riconoscibili non funzionano più se la telecamera è un paio di occhiali da vista. In un istituto quelle regole ci sono già e sono più severe che altrove, perché in aula ci sono minori: il regolamento vieta l’uso del telefono e vieta le riprese, e il Garante è intervenuto molte volte su video di lezioni e di docenti finiti nelle chat e sui social. Il punto è che quel regolamento nomina il telefono, e un paio di occhiali non è un telefono: chi volesse contestare un provvedimento disciplinare partirebbe esattamente da lì. La correzione costa una riga e va fatta prima del collegio di settembre, non dopo il primo caso: il divieto riguarda qualunque dispositivo in grado di registrare immagini, suoni o video, indossabile compreso, e non l’elenco degli apparecchi conosciuti nel momento in cui il regolamento è stato scritto. La stessa riga va nel patto di corresponsabilità, così le famiglie la firmano e nessuno può dire di non saperlo. Tre osservazioni per non sbagliare il tono. La prima: la ragione da spiegare ai ragazzi non è l’obbedienza ma il fatto che le persone riprese sono compagni e insegnanti, e che un video che parte da un’aula non torna più indietro; su questo l’esperienza dice che i ragazzi capiscono meglio degli adulti, se glielo si spiega una volta sola e sul serio. La seconda riguarda gli adulti, ed è la parte che le scuole dimenticano: la regola vale anche per il personale e per i genitori che entrano a un colloquio o a un saggio, e l’ipotesi del docente che indossa occhiali con fotocamera in classe va affrontata prima che capiti, perché lì l’istituto risponde del trattamento delle immagini di minori. La terza è un’avvertenza sul come si scrive il divieto: quegli stessi occhiali mostrano i sottotitoli in tempo reale, e per uno studente sordo o ipoudente sono uno strumento di inclusione, non un giocattolo. La formula corretta vieta di registrare, non di indossare, e prevede che chi ne ha bisogno per una ragione di accessibilità sia autorizzato, con la cosa scritta nel piano educativo individualizzato o nel piano didattico personalizzato. Sono tre parole di differenza, e separano una misura di tutela da una discriminazione.

D.R.

Fonte: Punto Informatico

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