domenica 11 Ottobre 2026
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Rassegna AI

TikTok accetta in Alabama un tetto di due ore al giorno, restrizioni notturne e un avviso ai genitori per chiudere le accuse di aver progettato la dipendenza dei ragazzi, ed è la prima volta che un accordo giudiziario impone a una piattaforma un limite di tempo, mentre da Fideuram sono usciti 95 milioni di euro dopo una telefonata con la voce del capo generata dall’intelligenza artificiale e la casella di posta compromessa di una Prefettura è bastata a far consegnare oltre 85.000 file di clienti italiani

TikTok ha patteggiato con lo Stato dell'Alabama le accuse di aver progettato deliberatamente funzionalità che creano dipendenza nei giovani: 100 milioni di dollari entro quarantacinque giorni, fino a un massimo di 300, e soprattutto tre cambiamenti operativi, cioè un limite di utilizzo di due ore al giorno, restrizioni nelle ore notturne e un sistema di notifica ai genitori. È materiale diretto per i consigli di classe, i patti di corresponsabilità e l'educazione digitale, a patto di dire che riguarda uno Stato americano e che in Italia oggi non cambia nulla. Completano l'edizione le nuove regole sulle affermazioni ambientali, applicabili dal 27 settembre, che non impongono adempimenti agli istituti ma cambiano quello che si insegna negli indirizzi di marketing e turismo, la frode da 95 milioni subita da Fideuram, costruita su un messaggio WhatsApp a nome dell'amministratore delegato e su una voce clonata dall'intelligenza artificiale, l'archivio di oltre 85.000 file italiani sottratti a Revolut usando la casella di posta violata della Prefettura di Reggio Calabria, e l'aggiornamento che sta disattivando Office 2016 e 2019 con licenza perpetua chiedendo il codice prodotto di dieci anni fa.

Asterope 26 Settembre 2026

Rassegna AI del 26 settembre 2026: TikTok accetta in Alabama un tetto di due ore al giorno, restrizioni notturne e un avviso ai genitori per chiudere le accuse di aver progettato la dipendenza dei ragazzi, ed è la prima volta che un accordo giudiziario impone a una piattaforma un limite di tempo, mentre da Fideuram sono usciti 95 milioni di euro dopo una telefonata con la voce del capo generata dall'intelligenza artificiale e la casella di posta compromessa di una Prefettura è bastata a far consegnare oltre 85.000 file di clienti italiani

Questa edizione nasce da fonti uscite quasi tutte nelle ultime ore, lette pensando a chi lavora in una scuola. Oggi è sabato, e quattro notizie su cinque portano la data di ieri: l’unica di oggi è quella dell’ANSA sull’accordo di TikTok, arrivata alle due del mattino.

Se avete tempo per una cosa sola, leggete l’ultima delle cinque voci, quella su TikTok, ed è materiale da consiglio di classe più che da circolare. La piattaforma ha accettato in Alabama un limite di due ore al giorno, restrizioni nelle ore notturne e un sistema di notifica ai genitori per chiudere le accuse di aver progettato la dipendenza dei ragazzi. Riguarda uno Stato americano, in Italia non cambia nulla oggi, e va detto così senza ammorbidirlo. Quello che cambia è il discorso: per la prima volta il tempo passato sullo schermo non è responsabilità solo delle famiglie, è un parametro che chi costruisce il servizio deve rispettare. Per una discussione con gli studenti o con i genitori quel numero, due ore, vale più di qualunque divieto scritto nel regolamento. Chi volesse inquadrare la cosa nel contesto che ci riguarda davvero può rileggere quanto scrivevamo il 17 settembre sulla proposta europea EU KIDS Act.

La seconda e la terza voce parlano alla segreteria e al direttore dei servizi generali e amministrativi, e dicono la stessa cosa da due lati. Da una banca sono usciti 95 milioni di euro dopo un messaggio WhatsApp a nome dell’amministratore delegato e una telefonata con una voce costruita dall’intelligenza artificiale; da un’altra banca sono usciti oltre 85.000 file di clienti italiani perché le richieste arrivavano dalla casella di posta vera, ma rubata, di una Prefettura. Qualcuno, in tutti e due i casi, aveva una procedura di verifica, e non è servita perché guardava il canale sbagliato. La regola che ne esce si scrive in tre righe e si insegna in dieci minuti: un pagamento fuori procedura o una consegna di dati personali si confermano richiamando un numero cercato in modo indipendente, mai il numero o l’indirizzo da cui è arrivata la richiesta, e di ogni consegna resta traccia scritta.

Le altre due notizie stanno agli estremi dell’edizione e oggi non chiedono nulla a nessuno. In apertura c’è il decreto sulle affermazioni ambientali, applicabile da domani: non impone adempimenti agli istituti, ma consegna un caso concreto agli indirizzi di marketing, turismo e agraria, e un’occasione di coerenza a chi racconta sul sito i progetti ambientali della scuola. Al quarto posto c’è l’aggiornamento che sta disattivando Office 2016 e 2019 con licenza perpetua, e lì la cosa sensata è chiedere all’assistente tecnico dove sono finiti i codici prodotto delle postazioni di segreteria, adesso che nessuno ha fretta.

Regole

Dal 27 settembre le parole green e sostenibile vanno dimostrate con dati verificati da terzi indipendenti: riguarda le imprese e non gli istituti, ma parla agli indirizzi di marketing e turismo e a chi comunica i progetti ambientali della scuola

Un articolo del Giornale delle PMI del 25 settembre 2026 spiega che cosa cambia con l’entrata in applicazione, fissata al 27 settembre 2026, del decreto legislativo 30 del 2026, con cui l’Italia recepisce la direttiva europea 2024/825, intitolata Empowering Consumers for the Green Transition. Da quella data nella comunicazione commerciale non si potranno più usare affermazioni ambientali generiche e non dimostrabili come green, ecologico o climate friendly, messaggi imprecisi sui benefici ambientali, dichiarazioni di neutralità carbonica costruite sulla compensazione delle emissioni ed etichette di sostenibilità che non siano state istituite da un’autorità pubblica o che siano prive di certificazione. A chi afferma un vantaggio ambientale viene chiesto di dimostrare una eccellenza ambientale, di appoggiarsi a dati quantificati e verificati da terzi indipendenti e di ricorrere soltanto a marchi con requisiti trasparenti e controllo indipendente. Il quadro tracciato dal testo è questo: risulta vago, ingannevole o infondato il 53,3 per cento delle affermazioni ambientali europee, manca di adeguati elementi di sostegno il 40 per cento, e nell’Unione circolano 230 etichette di sostenibilità; in Italia i prodotti registrati in Carbon Footprint Italy sono oltre 140, da parte di quaranta aziende, mentre gli Enti di Verifica accreditati da Accredia sono venti. Per le pratiche commerciali scorrette il Codice del Consumo prevede sanzioni fino a 10 milioni di euro, e viene richiamato come precedente il provvedimento da 8 milioni con cui nel febbraio 2025 l’Antitrust ha colpito tre società del gruppo GLS. Nell’articolo interviene Daniele Pernigotti, direttore di Carbon Footprint Italy e chair del CEN/TC 467, e viene osservato che già la ISO 14021 del 1999 vietava formule vaghe come environmentally friendly: la differenza sta nel passaggio da una regola volontaria a una norma. Restano fuori dal testo diverse informazioni: non è indicato un regime transitorio, non si dice che fine facciano etichette, cataloghi e pagine già pubblicate, non è chiarito chi eserciti la vigilanza né con quali tempi, non sono forniti esempi di affermazioni ammesse e non è quantificato il numero di imprese italiane interessate.

Il commento. Per un istituto scolastico questa notizia non comporta nessun adempimento, e lo diciamo subito per non far perdere tempo a nessuno: le regole sulle pratiche commerciali scorrette riguardano chi vende a un consumatore, non chi eroga un servizio pubblico di istruzione. Vale però la pena leggerla per due ragioni, e la prima è didattica. Negli istituti tecnici economici con indirizzo di marketing, negli istituti professionali per i servizi commerciali, negli indirizzi di turismo e in quelli agrari si insegna a costruire una comunicazione di prodotto, e da domani una parte di quello che sta nei manuali è vietata. Un’esercitazione su un’etichetta o su una campagna che usi le parole ecologico, sostenibile o a impatto zero senza un dato dietro non è più un compito ben fatto: è un esempio di ciò che la legge vieta. È anche un’occasione rara di far capire una cosa difficile da spiegare a diciassette anni, cioè che un’affermazione vale quanto la prova che la sostiene. I numeri della fonte servono proprio a questo: se il 53,3 per cento delle affermazioni ambientali europee risulta vago o infondato e nell’Unione circolano 230 etichette di sostenibilità, la domanda da consegnare a una classe non è quale marchio sia più bello, è chi lo ha istituito e chi controlla che dica il vero. Sui numeri va aggiunta una cautela, che è essa stessa materia di insegnamento: l’articolo non dice chi abbia misurato quelle percentuali e con quale metodo, quindi si usano come ordine di grandezza e non come dato certo. La seconda ragione riguarda la scuola come soggetto che comunica. Molti istituti raccontano sul sito, nel piano triennale dell’offerta formativa e nelle brochure di orientamento i propri progetti ambientali, e capita di leggere che una scuola è a impatto zero o plastic free. Nessuno vi sanzionerà per questo, e nessuna correzione formale è dovuta. Ma se state insegnando ai ragazzi che un’affermazione ambientale senza dati è scorretta, conviene che le vostre non lo siano: bastano il numero dei distributori d’acqua installati, i chilogrammi di plastica evitati in un anno, il consumo elettrico prima e dopo il nuovo impianto. Sono più credibili di qualunque aggettivo, e insegnano il metodo mentre lo applicano. La lezione che resta oltre la giornata è che la sostenibilità sta passando dal piano delle intenzioni a quello della documentazione, e questo è un cambiamento culturale che una scuola può raccontare meglio di chiunque altro.

D.R.

Fonte: Il Giornale delle PMI

Segreterie

Una telefonata con la voce del capo costruita dall’intelligenza artificiale è bastata a far uscire 95 milioni di euro da una banca: la stessa richiesta urgente a nome del dirigente arriva ogni settimana in segreteria, e riconoscere la voce non è più una verifica

Su Cybersecurity360, in un articolo firmato da Dario Fadda e pubblicato il 25 settembre 2026, viene ricostruita la frode che nel febbraio 2026 ha colpito Fideuram: bonifici non autorizzati per circa 95 milioni di euro, di cui 36 milioni mai recuperati. La sequenza è stata questa. Tutto è partito da un messaggio su WhatsApp che si presentava come inviato da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo; è poi arrivata una telefonata in cui una voce generata dall’intelligenza artificiale imitava Paolo Nastasi, managing partner dello studio legale A&O Shearman; a completare il quadro sono arrivate mail contenenti le coordinate bancarie. La persona presa di mira era Paolo Molesini, presidente di Fideuram. Dei fondi usciti, una banca cinese ne ha restituiti 40 milioni e altri 13 milioni sono stati bloccati in Portogallo, mentre 36 milioni, già trasformati in criptovaluta, sono andati persi. L’autore segnala che per clonare una voce oggi, con le tecniche zero-shot e few-shot, bastano pochissimi secondi di registrazione. Il punto centrale, però, è organizzativo: nessun sistema informatico è stato violato. A essere sfruttato è stato il processo decisionale, attraverso quella che l’articolo chiama una catena di autenticazione artificiale, in cui ogni passaggio confermava il precedente; le procedure di verifica sono risultate inefficaci perché tutti i canali erano compromessi nello stesso momento. Fuori dall’articolo restano l’identità degli autori e l’eventuale presenza di arresti, il modo in cui l’operazione è stata autorizzata, se con una firma o con un ordine soltanto verbale, qualsiasi dichiarazione ufficiale di Fideuram o di Intesa Sanpaolo, lo stato dell’indagine e l’autorità che procede, e le contromisure adottate dalla banca dopo il fatto.

Il commento. Una banca non è una scuola, e i 95 milioni fanno sembrare la cosa lontanissima da una segreteria. Non lo è, perché il meccanismo è identico e la scuola ne ha una versione settimanale: il messaggio che dice di venire dal dirigente, scritto da un numero nuovo, che chiede di sistemare urgentemente un pagamento o di anticipare una pratica perché lui è in riunione all’ufficio scolastico. Chi lavora in segreteria conosce bene quel tono, e conosce anche la ragione per cui funziona, che non è l’ingenuità: è la gerarchia. Nessuno fa aspettare il dirigente per una verifica. Quello che cambia con questa notizia è che si aggiunge la voce. Bastano pochissimi secondi di audio, e quei secondi ci sono già, in un video di presentazione dell’istituto, in una diretta del collegio, in un saluto registrato per il sito, in un messaggio vocale inoltrato in una chat di plesso. La spiegazione comoda, cioè che basti fare attenzione e riconoscere chi parla, è ormai la difesa più debole che esista, e va tolta di mezzo esplicitamente quando se ne parla con il personale, perché finché una persona crede di poter riconoscere la voce non adotta nessun’altra cautela. La difesa che funziona è procedurale e costa una riunione. Il direttore dei servizi generali e amministrativi metta per iscritto tre righe: qualunque richiesta di pagamento, variazione di coordinate bancarie di un fornitore o mandato fuori dall’ordinario si conferma richiamando il dirigente o l’interessato su un numero già presente in rubrica, mai sul numero da cui è arrivato il messaggio e mai richiamando la chiamata ricevuta; nessuna urgenza dichiarata salta questo passaggio; chi si ferma a verificare non sbaglia mai, e questo il dirigente lo deve dire davanti a tutti, perché è l’unica cosa che toglie all’assistente amministrativo il timore di fare la figura del diffidente. Aggiungete il caso più frequente in assoluto negli istituti, che non è il bonifico milionario ma il cambio di IBAN comunicato da una ditta di manutenzione o da un fornitore di materiale di consumo: è la stessa truffa con qualche zero in meno, e in quasi tutte le scuole si verifica rispondendo alla stessa mail invece che alzando la cornetta. La lezione che dura oltre la giornata è che l’identità non si verifica più dentro il canale da cui arriva la richiesta, ma cambiando canale, ed è una regola che si insegna in dieci minuti e regge per anni.

D.R.

Fonte: Cybersecurity360

Dati personali

Oltre 85.000 file di clienti italiani consegnati da una banca a chi si fingeva autorità inquirente: la richiesta arrivava davvero dalla casella di posta di una Prefettura, ed è lo stesso tipo di richiesta che una segreteria riceve ed evade ogni mese

Cyber Security Italia, in un pezzo firmato da Lorenzo Proietti il 25 settembre 2026, descrive la comparsa sul dark web di un archivio intitolato Italy files: oltre 85.000 file, più di 150 gigabyte, contenenti passaporti diplomatici e autorizzazioni all’ingresso di armi, immagini, indirizzi e dati personali di dipendenti di vari ministeri, e informazioni di sicurezza relative ad ambasciate straniere. A rivendicare il materiale è il gruppo criminale IamNotAVillain. La parte più significativa è il modo in cui i dati sono stati ottenuti, perché i sistemi di Revolut non sono stati forzati. I criminali si sono presentati come autorità inquirenti italiane servendosi di una casella di posta della Prefettura di Reggio Calabria, a sua volta compromessa attraverso un infostealer, cioè un programma che sottrae le credenziali conservate dentro il browser di un computer; da quella casella sono partite richieste di dati che sono sembrate legittime e hanno superato i controlli. Il riscatto chiesto all’inizio ammontava a 3 milioni di dollari in Monero, mentre in comunicazioni successive il gruppo si è dichiarato disponibile a cedere l’intero database utenti per circa 300.000 dollari. L’indagine è della Procura di Reggio Calabria. Non viene riferito quanti siano i clienti italiani realmente coinvolti, non compaiono dichiarazioni di Revolut, del Garante per la protezione dei dati personali o dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, non si sa da quando e per quanto tempo la casella della Prefettura sia rimasta nelle mani dei criminali, e non è chiarito se i dati siano già stati venduti.

Il commento. Sembra una storia di passaporti diplomatici e di ambasciate, e invece è una storia di posta elettronica che riguarda da vicino chi sta a uno sportello. Una segreteria scolastica riceve regolarmente richieste da enti: i servizi sociali del comune che chiedono notizie su un alunno, un comando dei carabinieri che chiede la frequenza di un minore, un tribunale per i minorenni, un’altra scuola che chiede il fascicolo di un trasferito, l’ufficio scolastico che chiede dati sul personale. Sono richieste legittime nella quasi totalità dei casi, e proprio per questo si evadono in fretta, perché far aspettare un’autorità sembra sbagliato. Questa notizia dice che il controllo su cui tutti ci appoggiamo, cioè guardare da dove arriva la mail, qui non avrebbe funzionato per definizione: l’indirizzo era autentico, la casella era davvero di una Prefettura, soltanto era in mano a qualcun altro. E non ci è cascato un impiegato distratto: ci è cascata una banca con un ufficio conformità. Due cose da mettere per iscritto nelle istruzioni della segreteria, e non costano niente. La prima: i dati personali di alunni, famiglie o personale non escono mai sulla base della sola mail, per quanto ufficiale sembri; si telefona al centralino dell’ente, cercato in modo indipendente e non nella firma del messaggio, e si chiede conferma della richiesta. La seconda: di ogni richiesta e di ogni consegna resta traccia scritta, con chi ha chiesto, che cosa, quando, con quale base giuridica e che cosa è stato effettivamente trasmesso; è l’unica cosa che protegge la scuola se la richiesta si rivelasse falsa, ed è anche ciò che il responsabile della protezione dei dati vi chiederà per primo. Merita attenzione anche il punto di partenza della catena, cioè l’infostealer: è il programma che raccoglie le password memorizzate dentro il browser, e nelle scuole i computer di segreteria sono spesso vecchi, usati a turno da più persone e pieni di credenziali salvate per comodità. Togliere le password memorizzate dal browser sulle postazioni condivise è mezza giornata di lavoro che vale quanto un corso di formazione. Va detto anche che la fonte non quantifica quanti clienti italiani siano davvero coinvolti e non riporta la posizione di Revolut o del Garante, quindi la dimensione reale del danno non è nota e le cifre vanno usate con prudenza. La lezione che resta è che un mittente autentico non garantisce più l’autenticità della richiesta, e che il dubbio, allo sportello, non è mancanza di rispetto verso un’autorità: è la procedura.

D.R.

Fonte: Cyber Security Italia

Strumenti

Un aggiornamento facoltativo sta disattivando Office 2016 e 2019 con licenza perpetua, chiedendo di riscrivere il codice prodotto: nelle segreterie quel codice è spesso sull’adesivo di un computer comprato dieci anni fa, o non c’è più

Il 25 settembre 2026, alle 16:01 del tempo coordinato universale, The Register pubblica un articolo firmato da Richard Speed su un problema segnalato da chi usa Office 2016 e Office 2019 con licenza perpetua, nelle edizioni Home and Business: installazioni attivate da anni hanno perso l’attivazione senza preavviso. Gli indizi puntano su un aggiornamento, il KB5002907, presentato come facoltativo e rivolto alle installazioni di app Microsoft 365 rimaste indietro, cioè ai dispositivi con Microsoft 365 Apps non aggiornati da più di novanta giorni. Chi ne è colpito vede comparire dentro il programma un messaggio che avvisa della rimozione delle funzionalità normali, e banner gialli con un conto alla rovescia, per esempio hai cinque giorni. Il ripristino passa dal reinserimento del codice prodotto originale, operazione che spesso richiede più tentativi, riavvii e accessi all’account. Quanto sia diffuso il guasto non è noto e non esistono numeri ufficiali; l’unico riferimento quantitativo è la testimonianza di un lettore, secondo cui il problema ha colpito le installazioni di Office 2016 su più dispositivi della sua organizzazione. Da parte di Microsoft non è arrivata alcuna dichiarazione ufficiale che colleghi il KB5002907 alle disattivazioni. Entrambe le versioni, Office 2016 e Office 2019, non ricevono più supporto dal 14 ottobre 2025. L’articolo lascia aperte diverse domande: quante siano le installazioni interessate e in quali Paesi, quando arriverà una correzione, per quale motivo un aggiornamento destinato a Microsoft 365 Apps intervenga su licenze perpetue, se l’aggiornamento sia disinstallabile e, soprattutto, che cosa possa fare chi il codice prodotto non lo possiede più.

Il commento. Nelle scuole italiane il parco macchine della segreteria e delle aule racconta la storia degli acquisti degli ultimi quindici anni, e una parte consistente di quei computer ha un Office comprato una volta sola, spesso insieme al computer stesso, spesso con un progetto ormai chiuso e un fornitore che non esiste più. Funziona, apre i documenti, stampa le circolari, e il fatto che sia fuori supporto dal 14 ottobre 2025 non ha preoccupato nessuno finché tutto andava. Questa notizia sposta il rischio dal piano astratto a quello pratico: parla di Word che si blocca mentre si prepara un decreto di nomina, con un banner giallo che annuncia cinque giorni di tempo, e di un codice prodotto da ritrovare per rimettere le cose a posto. La cosa da fare in questo momento non è aspettare la correzione, che Microsoft non ha nemmeno annunciato di dover fare, visto che non ha rilasciato alcuna dichiarazione sul collegamento. La cosa da fare è cercare adesso i codici di licenza, finché tutto funziona e nessuno ha fretta. Per un istituto i posti sono quattro e sono tutti noiosi: l’adesivo incollato sul telaio o sotto il portatile, il fascicolo dell’acquisto in segreteria amministrativa, con la fattura e la determina, la casella di posta dell’assistente tecnico o dell’animatore digitale in servizio all’epoca, e l’account Microsoft usato per la registrazione. Chiedete all’assistente tecnico un elenco su un foglio solo, una riga per postazione, con il numero di inventario, la versione di Office e il codice trascritto, e conservatelo insieme ai documenti dell’inventario, non dentro quel computer. La spiegazione comoda, cioè che basti evitare l’aggiornamento, non regge: la fonte non spiega perché un aggiornamento pensato per Microsoft 365 Apps tocchi le licenze perpetue, e finché non si sa il perché non si sa nemmeno come evitarlo. Va detto con onestà che non esistono numeri sulla scala del problema, quindi non è il caso di portare allarme in collegio: potrebbe riguardare pochi casi. C’è però una questione più grande, che questa vicenda rende visibile, ed è di competenza del dirigente e del direttore dei servizi generali e amministrativi: un programma che nessuno mantiene più, la cui attivazione può essere revocata da un evento esterno, non è un risparmio, è un rinvio. Il momento per decidere che cosa farne è adesso, con calma, magari legandolo al prossimo piano degli acquisti, e non il giorno in cui la segreteria si ferma a metà di una scadenza.

D.R.

Fonte: The Register

Studenti

TikTok accetta in Alabama un limite di due ore al giorno, restrizioni notturne e un avviso ai genitori: è la prima volta che un accordo giudiziario impone a una piattaforma un tetto di tempo, ma riguarda uno Stato americano e in Italia non cambia nulla

Una notizia dell’ANSA battuta il 26 settembre 2026 all’una e cinquantanove del mattino riferisce che TikTok e lo Stato dell’Alabama hanno trovato un accordo che chiude il contenzioso sulle accuse mosse alla piattaforma, cioè di aver progettato in modo deliberato funzionalità capaci di creare dipendenza nei giovani e di aver ingannato il pubblico. La parte economica dell’intesa prevede il versamento di 100 milioni di dollari entro quarantacinque giorni, con una cifra che può arrivare fino a 300 milioni. La parte operativa stabilisce tre obblighi per la piattaforma: un limite di utilizzo fissato in due ore al giorno, restrizioni all’accesso durante le ore notturne e un sistema che avvisa i genitori. L’accordo è stato raggiunto a pochi giorni dall’inizio del processo. Diversi elementi non compaiono nella notizia: i tempi entro cui le modifiche operative dovranno essere applicate, se le restrizioni riguardino soltanto gli utenti dell’Alabama oppure tutti gli Stati Uniti, e a maggior ragione se siano destinate ad arrivare in Europa, eventuali dichiarazioni di TikTok o del procuratore generale dell’Alabama, la fascia d’età a cui si applica il limite di due ore, il modo in cui l’età viene verificata e quello in cui funziona la notifica ai genitori, oltre a eventuali cause analoghe pendenti in altri Stati.

Il commento. Va detto per prima cosa quello che questa notizia non è, perché lunedì qualcuno la porterà in collegio docenti come se fosse una legge: è un accordo giudiziario fra una piattaforma e un singolo Stato americano, in Italia oggi non cambia assolutamente nulla, nessun regolamento d’istituto va toccato e nessuna circolare va scritta per adeguarsi. Detto questo, è una notizia che alla scuola serve davvero, e per una ragione precisa: è la prima volta che un tetto orario e un avviso ai genitori non sono un consiglio educativo ma un obbligo imposto a chi il servizio lo costruisce. Finora la responsabilità del tempo passato sullo schermo è stata scaricata interamente sulle famiglie e sugli insegnanti, cioè su chi arriva per ultimo e con gli strumenti meno adatti, mentre chi progetta il meccanismo restava fuori dal discorso. Qui uno Stato ha sostenuto che il meccanismo è progettato, e la piattaforma ha preferito pagare piuttosto che discuterne davanti a un giudice. La spiegazione comoda, cioè che i ragazzi passino ore sul telefono perché mancano regole in famiglia, esce ridimensionata da questa vicenda, ed è esattamente la cosa utile da portare a un incontro con i genitori. Tre modi concreti di usarla in questo autunno. Il primo è il consiglio di classe: due ore al giorno è un numero che apre una conversazione con i ragazzi molto meglio di un divieto, perché li obbliga a stimare quanto tempo passano davvero e a confrontarlo con una soglia che qualcun altro ha fissato. Il secondo è il patto di corresponsabilità, che in molte scuole sull’uso del telefono dice frasi generiche: una riga su chi controlla il tempo e con quali strumenti vale più di tre capoversi sul rispetto reciproco. Il terzo sono le assemblee con le famiglie di ottobre e novembre, dove la notifica ai genitori prevista dall’accordo è un buon punto di partenza per spiegare che gli strumenti di controllo del tempo esistono già dentro i telefoni e che quasi nessuno li ha accesi. Un collegamento onesto, per chi volesse inquadrare la cosa: la rassegna ha scritto il 17 settembre della proposta europea EU KIDS Act, ed è quella, non l’Alabama, la strada da cui eventuali regole arriveranno fino alle nostre classi. La lezione che resta oltre la giornata è che il tempo di attenzione dei minori sta smettendo di essere una questione educativa privata per diventare una questione regolata, e la scuola farà bene a essere nella stanza quando se ne discuterà.

D.R.

Fonte: ANSA

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