domenica 11 Ottobre 2026
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Rassegna AI

Il registro elettronico e il sito dell’istituto sono fatti di pezzi presi da un catalogo pubblico, e uno di quei pezzi, scaricato 2 milioni di volte alla settimana, nascondeva un programma che si sveglia solo quando l’applicazione lo usa, mentre due falle dell’assistente di programmazione di OpenAI e la faida fra due bande di ricattatori ricordano che chi paga non compra silenzio, e da novembre Teams lascerà finalmente decidere quali file bloccare in classe

Domenica di notizie italiane scarse: l'edizione di oggi nasce da tre analisi internazionali di sicurezza e da due atti pubblicati venerdì, e sono notizie forti. La principale riguarda una catena di fornitura che nessuna scuola vede ma su cui ogni scuola appoggia i dati degli alunni: i ricercatori di Checkmarx hanno trovato dieci pacchetti npm malevoli, il più diffuso con 2 milioni di scaricamenti alla settimana, che nascondono il codice ostile dentro una funzione normale della libreria invece che nell'installazione. Completano l'edizione le due falle che permettevano di uscire dall'area protetta di OpenAI Codex, corrette in otto giorni, il gruppo ShinyHunters che ha violato il sito della banda Clop e minaccia di pubblicare l'elenco di chi ha pagato il riscatto, i 140,2 milioni del MIMIT che non aprono alcuno sportello e non toccano la scuola, e la funzione di Teams che da novembre permetterà agli amministratori di scegliere quali tipi di file bloccare nelle classi virtuali.

Asterope 20 Settembre 2026

Rassegna AI del 20 settembre 2026: Il registro elettronico e il sito dell'istituto sono fatti di pezzi presi da un catalogo pubblico, e uno di quei pezzi, scaricato 2 milioni di volte alla settimana, nascondeva un programma che si sveglia solo quando l'applicazione lo usa, mentre due falle dell'assistente di programmazione di OpenAI e la faida fra due bande di ricattatori ricordano che chi paga non compra silenzio, e da novembre Teams lascerà finalmente decidere quali file bloccare in classe

Questa edizione nasce in un fine settimana quasi muto sul fronte italiano: tre notizie vengono da fonti internazionali di sicurezza e due da atti pubblicati venerdì. Sono forti lo stesso, e due di esse finiscono dritte in agenda.

Se avete tempo per una cosa sola, oggi è la prima notizia, e l’azione che chiede è una mail al fornitore del registro elettronico e a chi gestisce il sito dell’istituto. I ricercatori di Checkmarx hanno trovato dieci componenti software malevoli, il più diffuso con 2 milioni di scaricamenti alla settimana, che non fanno niente durante l’installazione e si svegliano solo quando l’applicazione usa una certa funzione: è il piano invisibile su cui poggiano i programmi che custodiscono valutazioni, certificazioni e dati delle famiglie. La domanda da fare è se quei pacchetti compaiono fra le dipendenze dei sistemi che ospitano i vostri dati e se le credenziali sono state cambiate. La scuola resta titolare del trattamento anche quando il software lo scrive qualcun altro, e una risposta datata conservata agli atti vale più di una rassicurazione al telefono.

La seconda e la terza notizia insegnano la stessa cosa da due lati. Nel caso di OpenAI Codex l’area protetta in cui l’assistente di programmazione doveva restare chiuso si è rivelata attraversabile in due modi, corretti in otto giorni: la parola sandbox è una promessa del fornitore, non un muro, ed è il criterio con cui guardare la prossima offerta di uno strumento con l’intelligenza artificiale per la didattica o per la segreteria. Nel caso di ShinyHunters e Clop, di cui non esiste conferma indipendente e va detto, la minaccia di pubblicare l’elenco di chi ha pagato il riscatto dimostra che la riservatezza promessa da un ricattatore vale quanto la sicurezza del suo sito. Per un istituto la conseguenza pratica è una sola, e non costa: sapere quando è stato fatto l’ultimo ripristino di prova delle copie di sicurezza, che è una domanda diversa da quando è stato fatto l’ultimo backup.

Chiudono l’edizione i due atti di venerdì, e sono opposti fra loro. I 140,2 milioni del MIMIT non riguardano la scuola in nessuna riga e non aprono nessuno sportello, quindi se nelle prossime settimane qualcuno ve li presenta come un’occasione per la transizione digitale dell’istituto, non lo sono. La funzione di Teams, al contrario, è poco vistosa e vi tocca da vicino: da novembre potrete decidere voi quali tipi di file bloccare nei team di classe e nei canali dei docenti, cioè nel luogo dove i file circolano senza passare da nessuno dei controlli che la scuola ha costruito attorno alla posta.

Fornitori digitali

Dieci pacchetti software malevoli, il più diffuso con 2 milioni di scaricamenti alla settimana, nascondevano il codice ostile dentro una funzione della libreria: è il piano invisibile su cui poggiano registro elettronico, sito e segreteria digitale

BleepingComputer riferisce il 20 settembre 2026, a firma di Bill Toulas, che la società di ricerca Checkmarx ha scoperto una campagna di pacchetti npm malevoli, cioè di componenti software gratuiti che gli sviluppatori riusano per costruire programmi e siti. Il pacchetto al centro della campagna si chiama indexed-btree e viene scaricato 2 milioni di volte alla settimana. Gli altri coinvolti, con i rispettivi scaricamenti settimanali, sono btree-core con 1.951.274, btree-leaderboard con 493.685, btree-range-store con 468.092, ordered-kv-index con 448.184, sliding-score-window con 448.024, btree-time-index con 425.312, priority-slot-queue con 402.860, btree-lru-cache con 372.185 e neighbor-key-map con 366.019. L’elemento nuovo riguarda il punto in cui il codice ostile si nasconde: non negli script che vengono eseguiti durante l’installazione, che GitHub blocca da giugno 2026 salvo approvazione esplicita, ma dentro il metodo BTree.prototype.set della libreria, dove entra in funzione soltanto quando l’applicazione chiama quella funzione con determinati valori di chiave. Checkmarx osserva: «Il loader del malware si nasconde dentro il metodo BTree.prototype.set della libreria… è un modo ben costruito per passare sotto gli strumenti standard di analisi del flusso dei dati». Il programma raccoglie architettura, nome host, CPU, memoria e tempo di attività, li invia attraverso canali Slack e Telegram, riceve istruzioni interrogando smart contract Ethereum sulla rete di prova Sepolia, protegge il carico di secondo stadio con lo scambio di chiavi X25519 e la cifratura AES, e sa cancellarsi. Nel portafoglio dell’attaccante ci sono 109 ETH. A chi risulta esposto viene chiesto di ruotare tutti i segreti e di ricostruire l’ambiente di sviluppo da un backup sicuro. L’articolo non dice da quando i pacchetti fossero disponibili, se siano stati rimossi, quante organizzazioni siano state compromesse, né se i 109 ETH vengano da questa campagna.

Il commento. Nessuna scuola scrive il proprio registro elettronico, e proprio per questo la notizia vi riguarda. Il registro, il sito dell’istituto, il portale delle iscrizioni, il modulo con cui le famiglie caricano i certificati: sono tutti programmi costruiti dai fornitori impilando centinaia di componenti presi da un catalogo pubblico, e la scuola non ha mai visto quell’elenco. Dentro quei programmi passano i dati più delicati che un istituto tratta, dalle valutazioni alle certificazioni di disabilità, e la protezione di quei dati dipende anche da un pezzo di software che nessuno in segreteria ha scelto e nessun collegio docenti ha deliberato. La spiegazione comoda, cioè che la sicurezza è un problema del fornitore e per questo lo si paga, è quella sbagliata: il fornitore risponde del servizio, ma il titolare del trattamento resta la scuola, e il dirigente è la persona che dovrà scrivere alle famiglie se le cose vanno male. Da qui la cosa concreta da fare, e costa una mail. Chiedete per iscritto al fornitore del registro elettronico e a chi gestisce il sito se i dieci pacchetti indicati nell’articolo compaiono fra le dipendenze dei sistemi che ospitano i vostri dati, e se le credenziali di accesso sono state cambiate dopo la scoperta; chiedete una risposta datata e conservatela con gli altri documenti del trattamento, perché è esattamente il genere di prova di diligenza che serve quando qualcuno chiede conto. Se in istituto c’è un animatore digitale o un responsabile per la transizione digitale, la mail la prepara lui e la firma il dirigente, in dieci minuti. Una cautela onesta: la fonte non dice quante organizzazioni risultino compromesse, quindi non stiamo dicendo che il vostro registro abbia un problema, e chi vi dicesse il contrario vi sta vendendo qualcosa. La lezione che dura oltre la giornata è che in un contratto per il digitale scolastico la clausola più preziosa non è quella sul tempo di risposta dell’assistenza, è quella che vi dà diritto di sapere di che cosa è fatto il programma e di essere avvisati entro un termine certo quando uno dei suoi pezzi si rivela guasto. Al prossimo rinnovo si scrive, e non costa niente.

D.R.

Fonte: BleepingComputer

Strumenti

Due falle permettevano all’assistente di programmazione di OpenAI di scavalcare l’area protetta e comandare il computer: corrette in otto giorni, e la parola sandbox torna a significare quello che significa davvero

BleepingComputer riporta il 20 settembre 2026, a firma di Ax Sharma, la scoperta di Oren Yomtov, ricercatore della società Accomplish AI, che ha individuato due vulnerabilità di OpenAI Codex grazie alle quali si esce dalla sandbox, cioè dallo spazio chiuso in cui l’assistente di programmazione dovrebbe restare confinato, e si eseguono comandi sul computer di chi lo usa. La prima e più grave è chiamata Heapjack, la seconda Overpatch. La segnalazione a OpenAI è del 12 agosto 2026 e la correzione è arrivata dopo otto giorni, nelle versioni Codex Desktop build 26.818.21641 e Codex CLI versione 0.149.0. Heapjack agisce sul componente node_repl, che avvia processi Node.js mantenendo un contesto JavaScript fidato e uno non fidato all’interno dello stesso heap di memoria, cioè dello stesso spazio di lavoro: la parte non fidata fotografa la memoria con la funzione v8.getHeapSnapshot, prova a una a una tutte le stringhe che assomigliano a un gettone di autenticazione e, individuato quello valido, inserisce richieste malevole nei canali di comunicazione fra i processi, arrivando a eseguire comandi all’esterno. Overpatch riguarda la versione a riga di comando, distribuita a codice aperto: lo strumento apply_patch permette di scrivere nelle cartelle superiori e, sfruttando i collegamenti simbolici, di creare file fuori dal perimetro del progetto e di alterare i file di configurazione della shell. OpenAI afferma: «Ringraziamo i ricercatori per averci contattato e condiviso le loro scoperte. Abbiamo risolto entrambi i problemi ad agosto», e dichiara di voler continuare a «rafforzare le nostre sandbox». L’articolo non dice se le falle siano state usate in attacchi reali, quante installazioni fossero esposte, se l’aggiornamento avvenga automaticamente o vada fatto a mano, e non cita alcun codice CVE.

Il commento. Diciamolo subito: in una scuola gli assistenti di programmazione li usano in pochi, e se nel vostro istituto nessuno scrive codice questa notizia non vi chiede di fare niente oggi. Vale la pena leggerla lo stesso per due ragioni, e nessuna delle due è tecnica. La prima riguarda chi nel vostro istituto il codice lo scrive davvero: i docenti di informatica, gli studenti degli indirizzi tecnici, chi segue un percorso per le competenze trasversali in un’azienda del territorio. Se qualcuno di loro usa questo strumento sui computer del laboratorio, la verifica è di due minuti e va fatta guardando il numero di versione, che deve essere almeno 0.149.0 per la riga di comando o la build 26.818.21641 per il programma da scrivania; e poiché la fonte non chiarisce se l’aggiornamento arrivi da solo, non si dà per scontato, si guarda. La seconda ragione è più larga e riguarda tutti, anche chi in vita sua non ha mai aperto un terminale. La parola sandbox viene usata dai fornitori di strumenti con l’intelligenza artificiale come se volesse dire muro, e su quella parola in molti istituti si è appoggiata una tranquillità che non regge: tanto l’assistente è chiuso in uno spazio suo, quindi non tocca niente. È il ragionamento comodo, ed è sbagliato proprio dove sembra più solido. Una sandbox è un programma, e i programmi hanno difetti; qui ne aveva due, di cui uno consisteva nel frugare nella memoria per trovare la chiave di accesso. Portate questo criterio nelle scelte che vi capitano davvero, cioè quando un fornitore vi propone uno strumento con l’intelligenza artificiale per la didattica o per la segreteria e vi assicura che i dati restano in un’area isolata: la domanda giusta non è se l’isolamento c’è, è chi lo verifica e che cosa succede quando si rompe. La parte buona di questa storia, ed è la lezione che resta, è che otto giorni fra segnalazione e correzione sono il comportamento di un fornitore serio, e un fornitore che pubblica i numeri di versione corretti è preferibile a uno che promette di non sbagliare mai.

D.R.

Fonte: BleepingComputer

Sicurezza

Una banda di ricattatori ne ha violata un’altra e minaccia di pubblicare l’elenco di chi ha pagato il riscatto, importi e indirizzi Bitcoin compresi: non c’è conferma indipendente, ma la lezione sulla riservatezza promessa vale anche per una scuola

BleepingComputer riporta il 19 settembre 2026, a firma di Lawrence Abrams, con aggiornamento del 21 settembre, che il gruppo estorsivo ShinyHunters è entrato nel sito dove la banda ransomware Clop pubblica i dati sottratti alle proprie vittime, approfittando di una vulnerabilità di caricamento file non autenticato in Grav CMS, il sistema con cui quel sito è costruito. L’operazione è iniziata il venerdì sera con il caricamento di un file di testo in cui si ingiungeva a Clop di non rivolgere minacce, ed è proseguita con la sostituzione integrale della pagina, dove sono comparsi il logo Umbreon di ShinyHunters e la frase «rooting your systems since ’19 ;)». Clop è stata quindi aggiunta all’elenco delle vittime di ShinyHunters, con una richiesta di riscatto a suo carico. Fra il materiale rivendicato figurano il codice sorgente e i plugin di Grav CMS, i registri di sistema della cartella /var/log e le chiavi crittografiche private del servizio onion Tor di Clop, sintetizzate nella frase «abbiamo le loro chiavi onion, quindi se ci cacciano non cambierebbe niente». La richiesta iniziale è una cifra a otto zeri, che cresce ogni ventiquattro ore in cui non arriva risposta, e comprende scuse pubbliche e la minaccia di diffondere l’elenco delle aziende che hanno pagato il riscatto a Clop, con importi e indirizzi Bitcoin. All’origine dello scontro c’è la campagna condotta da Clop nel 2025 contro Oracle E-Business Suite, e ShinyHunters sostiene che un rappresentante di Clop avrebbe minacciato di morte. Il 21 settembre Clop ha chiesto un contatto attraverso il proprio sito dirottato e ShinyHunters ha rifiutato la trattativa. L’articolo non dice se le liste siano state davvero pubblicate, quante e quali aziende contengano, se vi compaiano soggetti italiani, e delle rivendicazioni di ShinyHunters non esiste conferma indipendente.

Il commento. Le scuole italiane in questi anni sono finite fra i bersagli di queste bande, e lo diciamo senza drammatizzare: un istituto che si ritrova il registro cifrato e gli archivi della segreteria bloccati è una notizia che leggiamo ogni anno. Da qui il motivo per cui una faida fra criminali merita un posto in una rassegna per la scuola. Non è il gusto della cronaca nera: è la frase contenuta nella minaccia, cioè l’intenzione di pubblicare l’elenco di chi ha pagato, con l’importo e l’indirizzo Bitcoin. Primo paletto, doveroso: non esiste conferma indipendente di nulla di quanto ShinyHunters rivendica, non sappiamo se quelle liste esistano e non risulta indicata alcuna vittima italiana. Quello che però si vede con chiarezza è che la promessa di riservatezza fatta da chi vi ricatta vale quanto la sicurezza informatica del suo sito, che in questo caso era quella di un programma non aggiornato. Per un istituto la conseguenza non è teorica. Se una scuola pagasse un riscatto sperando di chiudere la faccenda senza clamore, starebbe affidando la propria reputazione e la fiducia delle famiglie alla discrezione di un criminale, e una pubblicazione come quella minacciata renderebbe pubblico non solo il fatto ma la cifra. Ci sono due cose da mettere a posto adesso, e nessuna richiede budget. La prima è scrivere, in due righe nel piano di continuità o anche solo in una nota agli atti, chi decide che cosa nelle prime ventiquattro ore di un blocco informatico: chi avvisa il responsabile della protezione dei dati, chi contatta il fornitore, chi parla con le famiglie e in quali tempi si fa la denuncia. Va scritto adesso perché in emergenza non si scrive niente. La seconda riguarda le copie di sicurezza, ed è la sola misura che toglie potere a chi ricatta: chiedete al fornitore del registro e a chi tiene i server della segreteria quando è stato fatto l’ultimo ripristino di prova, non quando è stato fatto l’ultimo backup, perché sono due domande diverse e solo la prima ha una risposta utile. La lezione che dura oltre la giornata è che pagare non è mai stato un accordo, è una speranza, e oggi si vede quanto regge.

D.R.

Fonte: BleepingComputer

Fondi e bandi

Centoquaranta milioni del MIMIT per innovazione e infrastrutture digitali, ma nessuno sportello che si apre e nessuna riga che riguardi la scuola: serve solo a chi ha una domanda in istruttoria dal 2025

Il Ministero delle imprese e del made in Italy ha comunicato il 18 settembre 2026 un decreto, firmato dal ministro Urso, che assegna 140,2 milioni di euro al rafforzamento della capacità tecnologica e alle infrastrutture digitali, con risorse del Piano sviluppo e coesione 2014-2020, area tematica Digitalizzazione. La suddivisione è la seguente: 87,7 milioni rifinanziano gli Accordi per l’innovazione allo scopo di esaurire le domande già ammesse all’istruttoria nello sportello aperto con il decreto del 4 settembre 2025; 30 milioni sono destinati a ricerca industriale e sviluppo sperimentale nelle tecnologie quantistiche, nella bioelettronica, nei radiofarmaci e nei farmaci avanzati; 17,5 milioni, a decorrere dal 2027, alle comunicazioni elettroniche e alla gestione dello spettro radio; 3,2 milioni al SINFI, la mappatura dei cavi sottomarini; 1,8 milioni al numero unico di emergenza 112 e al sistema eCall. La pagina ministeriale non riporta alcuna percentuale di contributo né alcun tetto per beneficiario, non indica gli estremi numerici del decreto, non annuncia nuove finestre per presentare domande, perché le risorse sono dirette a domande già presentate, e non contiene alcun riferimento esplicito all’intelligenza artificiale.

Il commento. Questa notizia non riguarda la scuola, e non fingeremo il contrario: nessun istituto statale, nessun ente di formazione accreditato e nessuna paritaria può presentare qualcosa qui, perché non si apre niente da presentare. Le mettiamo comunque una voce per una ragione che si ripete ogni autunno e che vale la pena smontare una volta per tutte. Nelle prossime settimane arriverà in qualche casella di posta della segreteria, o su qualche gruppo di dirigenti, il messaggio di un consulente che rilancia questo titolo come opportunità di finanziamento per la transizione digitale. Non lo è per nessuno, e in particolare non lo è per voi. La fetta principale, 87,7 milioni, serve a coprire domande che altri hanno presentato un anno fa nello sportello aperto con il decreto del settembre 2025 e che erano ferme in istruttoria: è denaro che scorre lungo una fila già formata. Le altre voci sono ricerca industriale su tecnologie quantistiche, bioelettronica e farmaci avanzati, spettro radio dal 2027, mappatura dei cavi sottomarini e numero unico di emergenza: infrastrutture del Paese, non plessi. Il criterio che vi conviene portare via è un modo di leggere i comunicati sui fondi, perché sulla scuola ne arrivano molti e pochi contengono quello che serve. Tre domande, in quest’ordine, e se una sola non ha risposta il comunicato non è un bando. Chi può presentare, cioè quale natura giuridica e quale requisito. Quando si apre e quando si chiude la finestra. Quanto si ottiene, cioè percentuale di contributo e tetto. Qui la risposta alla prima è le imprese, alla seconda è nessuna finestra, e alla terza la pagina del ministero non risponde affatto, il che vuol dire che qualunque aliquota o massimale sentiate citare nei prossimi giorni non viene da quel testo. Un comunicato che non risponde alle tre domande annuncia soldi già assegnati, e distinguerlo in trenta secondi è tempo restituito a chi in segreteria i bandi veri deve pure trovarli.

D.R.

Fonte: MIMIT

Segreterie

Da novembre gli amministratori di Teams potranno scegliere quali tipi di file bloccare, scelta oggi riservata a Microsoft: nelle classi virtuali e nei team dei docenti i file circolano senza passare da nessun filtro della posta

BleepingComputer riporta il 18 settembre 2026, a firma di Sergiu Gatlan, che Microsoft amplierà la funzione Weaponizable File Protection di Microsoft Teams, cioè la protezione dai tipi di file utilizzabili come arma. Allo stato attuale gli amministratori non hanno facoltà di modificare l’elenco dei tipi di file bloccati, che è predeterminato da Microsoft; con la novità annunciata potranno selezionare le estensioni da bloccare secondo le necessità della propria organizzazione, oppure mantenere l’elenco predefinito raccomandato da Microsoft. L’intervento compare nella tabella di marcia pubblica con l’identificativo 571298, è indicato come in sviluppo e la disponibilità generale è prevista a partire da novembre 2026. Le piattaforme interessate sono Android, desktop, iOS, macOS e web, negli ambienti cloud multi-tenant standard di tutto il mondo. L’articolo non specifica quali estensioni siano oggi incluse nell’elenco predefinito, non chiarisce se il blocco si applichi anche ai file già condivisi in precedenza e ai canali che ospitano utenti esterni, non indica se sia richiesta una licenza particolare e non precisa il giorno di novembre.

Il commento. Se il vostro istituto lavora su Microsoft 365, e sono moltissimi, questa è la voce da segnare in agenda, con una data: novembre. Il motivo sta in un’abitudine che nessuno ha aggiornato. Sulla posta della scuola esiste un filtro, e soprattutto esiste una certa diffidenza: un allegato che arriva da fuori viene guardato con sospetto, e in segreteria qualcuno ormai riconosce la finta fattura. Dentro Teams non c’è niente di tutto questo. Nei team di classe, nei canali di dipartimento, nelle conversazioni fra docenti e studenti i file passano di mano con la faccia di un collega o di un alunno addosso, e nessuno li guarda due volte. Aggiungete che in una scuola i partecipanti sono centinaia e molti sono minorenni, che gli account degli studenti sono i più facili da rubare perché la password la sanno anche i compagni, e che basta un account preso per far comparire in un canale un file che nessuno filtra. Ecco perché questa funzione conta: da novembre la scelta di che cosa può entrare la fate voi. Tre cose da preparare adesso, e insieme valgono un’ora. La prima è una domanda a chi vi amministra il dominio, che nella maggior parte degli istituti è l’animatore digitale o il fornitore dei servizi: quali tipi di file girano oggi nei team, perché il quadro sorprende quasi sempre. La seconda è decidere l’elenco, e qui la scelta prudente per una scuola è di partire dall’elenco predefinito di Microsoft, che resta disponibile e non va personalizzato per forza: personalizzare senza sapere perché è il modo migliore per bloccare il file di un progetto e ritrovarsi venti docenti arrabbiati a gennaio. La terza è la domanda che l’articolo lascia aperta e che al fornitore va posta prima di novembre: il blocco varrà anche per i file già condivisi e per i canali con ospiti esterni, per esempio quelli usati con le famiglie o con un ente partner, e serve una licenza particolare? La lezione che dura oltre la giornata è che le regole di sicurezza della scuola sono quasi tutte scritte pensando alla posta elettronica, mentre da anni i file entrano dalle piattaforme didattiche. Quando il regolamento sull’uso degli strumenti digitali tornerà sul tavolo, e in molti istituti succederà in questo anno scolastico, vale la pena che parli anche di quello che si può caricare in un team, e non soltanto di che cosa si può scrivere in una mail.

D.R.

Fonte: BleepingComputer

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