Rassegna AI
Il modello di intelligenza artificiale della Sapienza è stato violato e fra i dati usciti ci sono le conversazioni degli utenti, mentre finti depositi di codice in cima ai motori di ricerca installano un driver che spegne 145 fra antivirus e sistemi di rilevamento, e un’indagine presentata al Senato racconta che sette docenti su dieci usano questi strumenti ogni settimana ma solo due su dieci hanno ricevuto una formazione vera
ChatMinerva, il modello di intelligenza artificiale sviluppato dall'Università La Sapienza di Roma, ha subito un accesso non autorizzato ai database degli utenti: oltre a nomi, indirizzi di posta e password cifrate sono coinvolte anche le conversazioni con il modello, ed è il punto che riguarda chi in una scuola ci ha incollato dentro un elaborato, la bozza di una relazione o il testo di una comunicazione a una famiglia. Completano l'edizione i depositi di codice falsi su GitHub che imitano LastPass e altre 39 aziende e installano un programma capace di terminare 145 fra antivirus e sistemi di rilevamento, un rischio concreto per chi scarica software sui computer della segreteria o dei laboratori; il decreto legislativo 160 del 2026, in vigore dal 30 settembre, che rafforza la sorveglianza umana e presume il nesso fra violazione delle regole europee e danno, con effetti su chi usa sistemi ad alto rischio, compresi quelli per la valutazione degli studenti; l'indagine su 1.300 docenti presentata al Senato, in cui il 67 per cento ha imparato da autodidatta; e un bando del Lazio riservato alle imprese, che per gli istituti non ha rilevanza.

Se avete tempo per una cosa sola, oggi è la terza notizia, ed è la più vicina a quello che una scuola tratta ogni giorno. I database di ChatMinerva, il modello sviluppato dall’Università La Sapienza, sono stati violati, e fra i dati coinvolti non ci sono soltanto nomi, indirizzi e password cifrate: ci sono le conversazioni. In una conversazione con un assistente possono esserci l’elaborato di uno studente incollato per una correzione, la traccia di una verifica, la bozza di una comunicazione a una famiglia. La password si cambia oggi, quel testo no, ed è il motivo per cui una regola scritta su che cosa non si incolla in un servizio esterno vale più di qualsiasi discorso sulla sicurezza informatica.
La prima notizia dice la stessa cosa dal lato delle macchine, e riguarda soprattutto la segreteria. Su GitHub sono comparsi depositi di codice falsi, costruiti per stare in cima ai motori di ricerca, che imitano programmi conosciuti: chi scarica il primo risultato installa un driver capace di terminare 145 fra antivirus e sistemi di rilevamento, e poi un programma che raccoglie le credenziali salvate nei browser. Nelle postazioni di segreteria quelle credenziali aprono il registro elettronico, la posta istituzionale e i portali ministeriali, cioè archivi pieni di dati di minori. La contromisura più efficace non si compra: è decidere da dove si scaricano i programmi e togliere i permessi di amministratore dove non servono.
Le altre due notizie si leggono insieme e riguardano il governo del fenomeno. Il decreto in vigore dal 30 settembre non porta adempimenti nuovi agli istituti, ma chiede una sorveglianza umana documentata sui sistemi ad alto rischio, categoria in cui le regole europee collocano gli strumenti usati per valutare gli studenti, e sposta sull’utilizzatore l’onere di dimostrare che il danno non è venuto da lì: tradotto, serve sapere che cosa gira in istituto e chi ne controlla gli esiti. L’indagine presentata al Senato racconta perché è urgente: due docenti su tre hanno imparato da soli, uno su cinque ha avuto una formazione vera, e nel frattempo un terzo usa questi strumenti solo per preparare, senza mai mostrarli in classe. Chiude l’edizione il voucher del Lazio, che riguarda le imprese e non le scuole, riportato per il modo in cui è scritto più che per il contenuto.
Sicurezza
Su GitHub compaiono depositi di codice falsi che imitano LastPass e almeno altre 39 aziende e si piazzano in cima ai motori di ricerca: chi scarica il primo risultato installa un driver che termina 145 fra antivirus e sistemi di rilevamento
BleepingComputer riferisce il 18 settembre 2026, con la firma di Bill Toulas, una campagna individuata da LastPass insieme alla società Delphos Labs. Su GitHub, la piattaforma dove gli sviluppatori pubblicano il codice dei programmi, sono stati aperti depositi falsi ottimizzati per i motori di ricerca, che imitano LastPass e almeno altre 39 aziende: chi cerca il software legittimo si vede proporre come primo risultato il deposito dell’attaccante. Il file scaricato è un archivio compresso in formato ZIP gonfiato fino a 148 MB, misura scelta per superare i limiti di scansione degli antivirus, e contiene un debugger di Microsoft Visual Studio rinominato, cioè un programma legittimo, che carica di lato una libreria DLL malevola. I componenti installati sono due. Il primo è Rapuncel, un programma che sottrae credenziali. Il secondo è Alinubx.sys, un driver che lavora nel nucleo del sistema operativo camuffato da componente NVIDIA, il quale come prima operazione termina 145 fra prodotti antivirus e sistemi di rilevamento: richiama la funzione ObOpenObjectByPointer con AccessMode impostato su KernelMode e in questo modo aggira il controllo lato utente e le protezioni Protected Process Light. Rapuncel raccoglie poi le credenziali conservate in 25 browser e in 30 portafogli di criptovalute, le sessioni di Discord, Steam e Telegram, il contenuto del Windows Credential Manager, i documenti che contengono parole come password o wallet, le immagini dello schermo e le informazioni di sistema. L’articolo non dice quante siano le vittime, da quando la campagna sia attiva, quali siano le altre 39 aziende imitate, se GitHub abbia rimosso i depositi e in quanto tempo, né chi ci sia dietro.
Il commento. In una scuola il computer che conta non è quello del dirigente: sono le postazioni della segreteria, dove vivono le credenziali del registro elettronico, della posta istituzionale e dei portali ministeriali, e le macchine dei laboratori, su cui negli anni ha installato qualcosa mezza scuola. È lì che questa notizia arriva, perché il gesto che apre la porta è il più ordinario che ci sia: cercare il nome di un programma, aprire il primo risultato e scaricare. Non c’è un allegato sospetto, non c’è un messaggio scritto male, non c’è niente su cui esercitare la prudenza che raccomandiamo di solito. E la rassicurazione a cui ci si appoggia quasi sempre, cioè che sui computer della scuola c’è l’antivirus, qui non tiene: la prima cosa che quel driver fa è spegnerne centoquarantacinque. Tre cose da fare in questa settimana, in ordine di quanto costano. La prima è una comunicazione breve al personale di segreteria e ai docenti responsabili dei laboratori: i programmi si scaricano solo dal sito del produttore, digitando l’indirizzo o usando un segnalibro salvato, mai dal primo risultato di una ricerca e mai da un deposito di codice, che è un luogo per sviluppatori e non un archivio di software per uffici. La seconda è una domanda all’animatore digitale o al tecnico che segue la rete: su quali macchine gli utenti hanno ancora i permessi di amministratore, e quante di quelle sono in segreteria. Togliere quel permesso dove non serve è il singolo intervento che in una scuola rende di più, e non costa licenze. La terza riguarda il caso peggiore: se il sospetto di un’infezione riguarda una postazione di segreteria, le password non si cambiano da quella postazione, perché è proprio quella che le legge mentre vengono digitate. Si cambiano da un’altra macchina, cominciando dalla posta istituzionale e dagli accessi al registro, e si avvisa il responsabile della protezione dei dati, perché quelle credenziali aprono archivi pieni di dati di minori. La lezione che resta, oltre la giornata, è che un file molto grande non è più sinonimo di programma completo: un archivio da 148 MB per un piccolo strumento è una dimensione costruita per non essere controllata.
D.R.
Fonte: BleepingComputer
Regole
Il decreto italiano sull’intelligenza artificiale entra in vigore il 30 settembre: rende obbligatoria una sorveglianza umana documentata sui sistemi ad alto rischio e presume il legame fra violazione delle regole europee e danno, e fra i sistemi ad alto rischio ci sono quelli per la valutazione degli studenti
Giuricivile riferisce il 17 settembre 2026 la pubblicazione, nella Gazzetta Ufficiale n. 214 del 15 settembre 2026, del decreto legislativo 9 settembre 2026, n. 160, la cui entrata in vigore è fissata al 30 settembre 2026. Il decreto adegua l’ordinamento italiano al Regolamento europeo 2024/1689 su quattro fronti: l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle attività di polizia, il riconoscimento biometrico, la responsabilità penale per i sistemi ad alto rischio e il risarcimento del danno. Nelle attività di polizia la revisione umana diventa obbligatoria prima che un risultato prodotto dall’intelligenza artificiale incida su decisioni che toccano la posizione giuridica di una persona, e per i sistemi ad alto rischio è richiesta una sorveglianza umana documentata e qualificata. Sul riconoscimento biometrico, l’identificazione in tempo reale è consentita solo per finalità tassative, cioè la ricerca di persone scomparse, di vittime di tratta e la prevenzione di reati, con autorizzazioni di durata massima di 15 giorni e con il divieto di raccogliere in modo indiscriminato dati biometrici dal web. Sul piano penale è introdotto un nuovo articolo 437-bis del codice penale, di cui l’articolo non descrive la condotta punita. Sul piano civile la vittima può chiedere al giudice l’esibizione della documentazione del sistema, il nesso causale fra la violazione delle regole europee e il danno è presunto con una presunzione relativa, cioè superabile con prova contraria, e la vittima può agire direttamente nei confronti dell’assicuratore del responsabile. Per i sistemi già in uso presso le forze di polizia è previsto un anno di tempo per adeguarsi. Restano fuori dal pezzo alcuni elementi rilevanti: non è detto quale autorità vigili su quali obblighi sul piano operativo, non sono quantificati i costi dell’adeguamento, non è spiegato come le nuove norme si coordinino con le sanzioni amministrative europee, che rimangono separate, non si sa se e quando arriveranno decreti attuativi o linee guida, e non è precisato in che modo si dimostri concretamente la sorveglianza umana documentata.
Il commento. Gran parte di questo decreto non riguarda una scuola, e conviene dirlo prima che qualcuno cominci a riscrivere il regolamento d’istituto: le norme su polizia e riconoscimento biometrico parlano ad altri, e la scadenza del 30 settembre non porta con sé nessun adempimento nuovo per gli istituti. Due parti però parlano anche a voi, e non sono quelle che finiranno sui titoli. La prima è la sorveglianza umana documentata sui sistemi ad alto rischio. Le regole europee collocano fra i sistemi ad alto rischio, nell’Allegato III, quelli usati nell’istruzione per valutare gli studenti, e la parola che cambia tutto è documentata: non basta che una persona guardi, deve restare traccia di chi ha guardato, quando e con quale esito. Se un giorno la scuola adottasse uno strumento che concorre a produrre un voto, una collocazione in un percorso o l’esito di una prova, la sorveglianza andrebbe messa per iscritto in una procedura, non affidata al buon senso di chi c’è quel pomeriggio. La seconda è la presunzione del nesso causale: chi lamenta un danno non deve più ricostruire come il sistema ci sia arrivato, e tocca a chi lo usa dimostrare il contrario con i documenti che il giudice può farsi consegnare. La spiegazione comoda, cioè che tanto risponde il fornitore, è quella sbagliata: chi utilizza il sistema è il primo a essere chiamato in causa, e senza una carta che descriva che cosa fa quello strumento e chi ne controlla gli esiti non ha nulla da esibire. Due cose concrete, e sono entrambe di carta. La prima è un elenco degli strumenti di intelligenza artificiale in uso nell’istituto, compresi quelli che nessuno ha comprato perché arrivano dentro il registro elettronico, la piattaforma didattica o la suite per la posta, con il nome del fornitore e il contratto accanto. La seconda è una domanda scritta ai fornitori, che al momento del rinnovo pesa più di qualunque circolare interna: il vostro prodotto contiene funzioni di intelligenza artificiale, quali sono classificate ad alto rischio e quale documentazione ci fornite. Infine la cautela dovuta: mancano i decreti attuativi e non è chiaro come si dimostri in pratica la sorveglianza umana documentata, quindi chi in queste settimane vi propone un adeguamento a pacchetto sta vendendo una certezza che il testo non dà.
D.R.
Fonte: Giuricivile
Dati degli alunni
Violati i database di ChatMinerva, il modello sviluppato dalla Sapienza: insieme a nomi, indirizzi e password cifrate sono coinvolte le conversazioni degli utenti, e in una conversazione con un assistente può esserci l’elaborato di uno studente
Cyber Security Italia riferisce il 18 settembre 2026, a firma di Piermario Boccellato, che ChatMinerva, il modello di intelligenza artificiale sviluppato dall’Università La Sapienza di Roma, ha subito un accesso non autorizzato ai database degli utenti. A ottenere privilegi amministrativi sui sistemi della piattaforma è stato un soggetto esterno rimasto non identificato. I dati coinvolti sono nomi e identificativi personali, indirizzi di posta elettronica, password conservate in forma cifrata, quindi come impronta e non in chiaro, e il contenuto delle conversazioni degli utenti con il modello, che è l’elemento che distingue questo caso da una violazione ordinaria. Ad accorgersene sono state alcune verifiche di sicurezza condotte internamente. Fra le misure annunciate ci sono la messa in sicurezza dei sistemi, un monitoraggio più stretto, la richiesta agli utenti di cambiare la password, la notifica al Garante per la protezione dei dati personali e la denuncia all’autorità giudiziaria. Quanto alle conseguenze, viene indicato il pericolo di campagne di phishing e di messaggi fraudolenti costruiti sulle informazioni sottratte. L’articolo non dice quanti account siano coinvolti, non indica le date dell’intrusione né la sua durata, non chiarisce se i dati siano stati soltanto consultati o effettivamente portati fuori, non identifica l’attaccante e non precisa quando gli utenti saranno avvisati uno per uno.
Il commento. Questa è la notizia della giornata per chi lavora in una scuola, e non per la password. Le password erano cifrate, il comunicato lo dice e va bene così; il problema è la riga dopo, cioè le conversazioni. Un servizio nato in un’università italiana e arrivato in ambiente didattico raccoglie, dentro quelle conversazioni, materiale che nessuno considera un archivio: il testo di un elaborato incollato per chiedere una correzione, la traccia di una verifica, la bozza di una relazione per il consiglio di classe, la risposta a una famiglia, a volte il nome di un ragazzo e la descrizione della sua situazione. Una password si cambia in trenta secondi, quel testo no. Ed è materia prima perfetta per il rischio che l’articolo indica: il messaggio che arriverà fra qualche mese, credibile perché cita cose vere, indirizzato alla segreteria o a un genitore. Tre cose da fare, e la prima è di oggi. Se in istituto qualcuno ha usato ChatMinerva, che cambi la password e la cambi anche dovunque l’abbia riutilizzata, perché il danno vero di una violazione passa quasi sempre dalla password riciclata sulla posta istituzionale. La seconda è una domanda da porre senza fare processi a nessuno, magari in un collegio o in una riunione di dipartimento: quali assistenti sono stati usati quest’anno per il lavoro scolastico, e che cosa ci è stato incollato dentro. La risposta serve a sapere che cosa è in giro, non a individuare colpevoli, e va detto esplicitamente a chi risponde, altrimenti non risponde nessuno. La terza è una regola breve, da concordare con il responsabile della protezione dei dati e da far arrivare a tutti in una pagina: non si incollano in un servizio esterno nomi di alunni, valutazioni riferibili a una persona, certificazioni, diagnosi, informazioni su famiglia o salute, e non si caricano elaborati degli studenti senza aver chiarito dove finiscono. C’è poi una lezione che dura più della cronaca, ed è la più scomoda: qui il fornitore era un’università pubblica italiana, cioè esattamente il tipo di soggetto che ci fa abbassare la guardia. L’autorevolezza di chi offre lo strumento e la sicurezza dell’infrastruttura sono due cose diverse, e la domanda da fare a chiunque proponga un assistente alla scuola resta la stessa: dove finiscono i testi che ci scriviamo dentro, per quanto tempo restano e chi li può leggere.
D.R.
Fonte: Cyber Security Italia
Personale
Il 72 per cento dei docenti usa l’intelligenza artificiale almeno una volta a settimana e il 22 per cento tutti i giorni, ma il 67 per cento ha imparato da autodidatta e solo il 20 per cento ha avuto una formazione istituzionale: e un terzo non la porta mai davanti agli studenti
Corriere Nazionale riferisce il 18 settembre 2026 i risultati dell’indagine «Docenti e intelligenza artificiale: tra opportunità, timori e bisogno di orientamento», presentata il 17 settembre 2026 al Senato della Repubblica in un’iniziativa promossa dalla senatrice Giusy Versace. I promotori sono il Gruppo Spaggiari, La Fabbrica Società Benefit e l’ANP, l’Associazione Nazionale Presidi. Il campione è di 1.300 docenti di ogni ordine e grado. Il 72 per cento dichiara di usare l’intelligenza artificiale almeno una volta a settimana, e dentro questa quota il 36 per cento più volte a settimana e il 22 per cento tutti i giorni. Il 34 per cento dichiara di non usarla mai direttamente con gli studenti; quando la porta in classe la impiega per la creatività nel 22 per cento dei casi e per la personalizzazione in un altro 22 per cento. Ha imparato da autodidatta il 67 per cento del campione, mentre si ferma al 20 per cento la quota di chi ha avuto una formazione istituzionale. Fra i timori, il rischio di standardizzazione è indicato dal 26 per cento, le risposte inaffidabili e la disinformazione dal 22 per cento, la privacy e la protezione dei dati dal 16 per cento. Nell’occasione è stato richiamato uno stanziamento di 200 milioni di euro, 100 per la formazione diretta dei docenti e 100 per l’esplorazione delle piattaforme di intelligenza artificiale e dei rischi connessi. L’articolo non segnala che il campione è autoselezionato, non dice in che periodo né con quale strumento sia stato somministrato il questionario, non indica la distribuzione dei 1.300 docenti per ordine di scuola, area geografica ed età, non dice chi abbia condotto la rilevazione e l’elaborazione statistica né se esista un rapporto pubblico scaricabile, e sui 200 milioni non indica il capitolo di bilancio né l’atto.
Il commento. Prima di usare queste percentuali in un collegio docenti conviene sapere come stanno in piedi, perché stanno in piedi male. Il campione è autoselezionato: a un questionario sull’intelligenza artificiale risponde soprattutto chi già la usa, e l’articolo non lo segnala come limite. Non sappiamo quando sia stato somministrato, come siano distribuiti i 1.300 docenti fra infanzia, primaria e secondaria, fra nord e sud, per fascia d’età, chi abbia elaborato i dati né se esista un rapporto scaricabile. Quindi il 72 per cento non è la quota di docenti italiani che usa questi strumenti, è la quota fra chi ha scelto di rispondere, e chi lo cita in una relazione dovrebbe dirlo. Detto questo, il dato che regge anche a una lettura prudente non è il 72 per cento: è la distanza fra il 67 per cento di autodidatti e il 20 per cento che ha avuto una formazione. È una distanza che chiunque diriga una scuola riconosce, perché descrive una pratica diffusa che la scuola non ha mai né vietato né governato, e che quindi si regge su quello che ciascuno ha capito guardando un video. Da qui discendono tre cose fattibili in questo avvio d’anno. La prima costa una mezz’ora: chiedere in un collegio, per alzata di mano e senza giudizio, chi la usa e per quali attività. Sapere se in istituto sono cinque persone o cinquanta cambia completamente il tipo di provvedimento che serve. La seconda è la più efficace e la meno costosa: due dei docenti che la usano meglio mostrano agli altri, in un’ora di collegio o in un dipartimento, tre usi precisi legati alla vostra programmazione, non tre meraviglie generiche. La formazione istituzionale arriverà o non arriverà, ma quella che attecchisce in una scuola è quasi sempre fra pari. La terza riguarda il dato più interessante di tutti, il 34 per cento che non la usa mai davanti agli studenti: significa che in molte classi lo strumento c’è, ma sta nella preparazione e resta invisibile ai ragazzi, che intanto lo usano per conto loro. Dichiarare in classe quando un materiale è stato preparato con un assistente, e mostrare come lo si è controllato, insegna più di un’ora di educazione digitale. Sui 200 milioni, infine, una cautela: l’annuncio è stato richiamato in un’occasione pubblica, ma la fonte non dice da quale capitolo di bilancio arrivino né con quale atto siano stati disposti. Finché non c’è un provvedimento da leggere, non è una risorsa su cui costruire il piano di formazione dell’istituto.
D.R.
Fonte: Corriere Nazionale
Fondi e bandi
Quindici milioni di voucher per la digitalizzazione delle piccole e medie imprese del Lazio, con domande dal 30 settembre al 29 ottobre: è un bando riservato alle imprese iscritte al Registro, e per gli istituti scolastici non ha alcuna rilevanza
Lazio Innova ha pubblicato il bando Voucher digitalizzazione PMI 2026: lo approva la determinazione n. G12616 del 18 settembre 2026 e la dotazione, pari a 15 milioni di euro, è messa dal programma regionale FESR Lazio 2021-2027. I beneficiari sono le piccole e medie imprese iscritte al Registro delle imprese con unità operativa nel Lazio, e le microimprese sono escluse da alcune tipologie di intervento. Sono finanziate la diagnosi digitale, le soluzioni di digital workplace, cioè gli strumenti per il lavoro condiviso, i sistemi per il commercio digitale e per la relazione con i clienti, la migrazione di applicazioni e dati in cloud e la cybersicurezza. Il contributo non è espresso in percentuale sulla spesa ma in importi predefiniti per tipologia di intervento, da 2.270,40 a 44.917,20 euro, comprensivi dei costi diretti del personale calcolati con un tasso forfettario del 20 per cento; i tetti per impresa sono 50.000 euro per le microimprese, 100.000 per le piccole e 150.000 per le medie. Il formulario è disponibile dal 25 settembre 2026 alle ore 12:00 e le domande si presentano dal 30 settembre 2026 alle ore 12:00 al 29 ottobre 2026 alle ore 17:00 sulla piattaforma GeCoWEB Plus. La procedura è a graduatoria, con valutazione comparativa: non è a sportello e non è un click day. Il testo del bando non nomina mai l’intelligenza artificiale. Va inoltre segnalata una discordanza di date: il comunicato della Regione del 14 settembre indicava l’apertura al 29 settembre, mentre la determinazione del 18 settembre fissa il 30, e vale la data della determinazione.
Il commento. Per un istituto scolastico questo bando non ha rilevanza, e lo diciamo in modo netto perché in questo periodo dell’anno circolano molte segnalazioni di finanziamenti e ogni lettura inutile è tempo tolto a una scadenza vera. I beneficiari sono le piccole e medie imprese iscritte al Registro delle imprese con unità operativa nel Lazio: una scuola statale non è iscritta al Registro delle imprese e non può presentare domanda, né da sola né in accordo con altri. Può riguardare, e solo a certe condizioni, gli enti di formazione e le cooperative che collaborano con le scuole e sono costituiti come piccola o media impresa con unità operativa nella regione; per loro le date da segnare sono il 25 settembre per il formulario e il 30 settembre per l’apertura delle domande, con chiusura il 29 ottobre. Perché allora tenerla nell’edizione. Per due ragioni che valgono anche a chi non parteciperà mai. La prima riguarda il modo di leggere i bandi, ed è un’abilità che in segreteria e fra i docenti che scrivono progetti serve tutto l’anno: qui l’intelligenza artificiale non compare mai nel testo, eppure il bando finanzia esattamente le cose con cui si introduce, dalla migrazione in cloud alla cybersicurezza. Cercare la parola di moda dentro un avviso e concludere che non fa al caso proprio è l’errore che fa perdere più opportunità, nella scuola come altrove: si leggono le voci di spesa, non le parole chiave. La seconda riguarda la procedura. Questo bando è a graduatoria e non a sportello, il che significa che non vince chi invia per primo ma chi descrive meglio quale attività cambia e con quale risultato atteso, e sotto una certa qualità non si ottiene niente pur avendo inviato in tempo. È la stessa logica degli avvisi a cui la scuola partecipa davvero, e ogni volta si ripresenta la stessa confusione fra il correre e lo scrivere bene. Infine una cosa che vale sempre, e che qui si vede in chiaro: fra un comunicato della Regione che annunciava il 29 settembre e una determinazione del 18 settembre che fissa il 30, fa fede l’atto amministrativo. Le scadenze si prendono dal provvedimento, mai dalla notizia che lo racconta.
D.R.
Fonte: Lazio Innova
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