Rassegna AI
L’assistente di Google dentro la posta e i documenti della scuola può ora collegarsi a sette servizi esterni con l’interruttore acceso di serie, edizioni Education comprese, mentre una catena di falle corretta il 3 settembre resta aperta su tutti i Chrome mai riavviati dei laboratori e delle segreterie, e il segno che distingue la pagina vera di un istituto da quella falsa entra in un abbonamento che parte da 14,99 euro al mese
Google ha collegato Gemini, l'assistente che lavora dentro Gmail, Documenti, Fogli, Drive e Chat, a sette servizi di terze parti: la funzione è attiva per impostazione predefinita, riguarda anche le edizioni Education, e chi amministra il dominio di un istituto può governarla dalla console separando dominio, unità organizzativa e gruppo. Completano l'edizione la catena di falle di Chrome e Windows usata negli attacchi con collegamenti partiti da siti universitari veri, il nuovo listino di Meta che mette il badge verificato dentro un abbonamento, il divario fra l'84 per cento delle grandi imprese e l'8 per cento delle piccole presentato al Forum Ai.Dea di Confindustria e Nomisma, e il voucher digitalizzazione del Piemonte, che le scuole non possono chiedere ma nomina per la prima volta l'intelligenza artificiale generativa fra le spese ammesse.

Se avete tempo per una cosa sola, oggi è la prima notizia, e non perché sia la più drammatica ma perché è l’unica in cui la scuola ha ancora una scelta da fare. Google ha collegato Gemini a sette servizi esterni lasciando l’impostazione accesa di serie, e le edizioni per l’istruzione sono comprese nell’annuncio. Chi amministra il dominio dell’istituto, che quasi sempre è un docente con qualche ora dedicata, dovrebbe entrare in console questa settimana e guardare come sta l’interruttore dei collegamenti di terze parti, partendo dalle unità organizzative di chi tratta dati degli alunni tutti i giorni: la segreteria didattica, i coordinatori, il sostegno.
La seconda notizia si risolve in cinque minuti e non richiede nessuna competenza particolare. La catena di falle di Chrome e Windows raccontata da Volexity è stata corretta il 3 settembre, ma la correzione entra in funzione soltanto quando il browser viene chiuso e riaperto, e nei laboratori e nelle segreterie questo non succede quasi mai. Un giro alle postazioni con un riavvio vero, insieme agli aggiornamenti di Windows, chiude la questione. Vale la pena notare da dove arrivavano i collegamenti: da siti universitari veri, cioè dal tipo di mittente di cui in una scuola non dubita nessuno, il che spiega perché la raccomandazione di controllare chi scrive, da sola, non basta più.
Le altre tre notizie nascono fuori dalla scuola e si leggono come si legge il giornale del vicino, ma ognuna lascia qualcosa. Meta mette il badge verificato e il rilevamento dei profili falsi dentro un abbonamento: non è una spesa che un istituto debba affrontare, però è il momento buono per verificare chi amministra davvero le pagine social della scuola e per scrivere sul sito quali sono i canali ufficiali. Il Forum Ai.Dea di Confindustria e Nomisma misura una distanza enorme fra grandi e piccole imprese e osserva che serviranno meno programmatori e più persone capaci di capire i processi, che è una frase da portare all’orientamento più che a una lezione di informatica. Il voucher del Piemonte, infine, le scuole non possono chiederlo, ma nomina l’intelligenza artificiale generativa fra le spese ammesse, ed è un buon argomento per chi negli istituti tecnici e professionali tiene i rapporti con le aziende del territorio.
Il filo di oggi, se ce n’è uno, è che tre di queste cinque notizie sono decisioni prese altrove e arrivate già applicate: un’impostazione accesa di serie, una correzione che non si attiva finché non si riavvia, una tutela che diventa un abbonamento. La scuola non può evitarle, ma può decidere di accorgersene per tempo, e in tutti e tre i casi accorgersene costa meno di mezz’ora.
Dati degli alunni
Gemini si collega a sette servizi esterni e l’impostazione è attiva di serie anche nelle edizioni Education: la scelta non è più del singolo docente, sta nella console del dominio scolastico e si governa unità per unità
Sul blog degli aggiornamenti di Google Workspace, il 15 settembre 2026, è stata annunciata la possibilità per Gemini di collegarsi a sette programmi esterni attraverso il Model Context Protocol, cioè lo standard con cui un assistente dialoga con software di altri fornitori. I sette sono Asana, Atlassian Rovo, HubSpot, Intuit Mailchimp, Intuit QuickBooks, Monday e Salesforce. Chi lavora in Gmail, Documenti, Fogli, Drive e Chat può chiedere all’assistente di consultare quei dati e di agire su di essi senza uscire dall’applicazione e senza scaricare nulla. L’annuncio precisa che la funzione parte attiva per tutti gli utenti abilitati a Gemini for Google Workspace, e che l’amministratore la trova in console sotto la voce Third-Party Connectors, dove può regolarla in modo diverso per l’intero dominio, per singola unità organizzativa o per gruppo. L’elenco delle edizioni interessate comprende Business Starter, Standard e Plus, tutte le Enterprise, Enterprise Essentials Plus, le edizioni Education e gli abbonamenti Google AI Pro e Ultra. La distribuzione parte subito sia sui domini a rilascio rapido sia su quelli a rilascio programmato, e non è indicato alcun sovrapprezzo per chi ha già Gemini.
Il commento. Moltissimi istituti lavorano su un dominio Google Workspace for Education, e questa notizia li riguarda anche se nessuno in segreteria ha mai sentito nominare i sette servizi dell’elenco. La spiegazione comoda, cioè che a scuola non si usano né i gestionali dei clienti né la contabilità americana e quindi il problema non esiste, è quella sbagliata: la decisione che avete davanti non riguarda quei sette nomi, riguarda chi stabilisce, nel vostro dominio, che cosa un assistente può andare a leggere fuori dalla posta e dai documenti. E quella decisione, per come è stata rilasciata la funzione, non l’ha presa il dirigente e non l’ha presa l’animatore digitale: è arrivata già presa. Il primo passo costa poco ed è di competenza di chi amministra il dominio, che in una scuola è spesso un docente con un incarico di poche ore: entrare in console, trovare l’impostazione dei collegamenti di terze parti e guardare com’è messa. Il secondo passo conta più del primo, ed è capire come sono fatte le unità organizzative dell’istituto. Se sono tre, alunni, docenti e personale, la fotografia è troppo grossa e va stretta: le persone su cui decidere per prime sono quelle che maneggiano dati degli alunni tutto il giorno, cioè la segreteria didattica, i coordinatori, i docenti di sostegno e chi lavora ai piani educativi individualizzati. Se le unità non esistono o sono disegnate male, il lavoro vero di questa settimana non è toccare l’interruttore, è disegnare le unità: senza quelle, ogni scelta successiva sarà per forza uguale per tutti, e una scuola non è un posto dove tutti trattano gli stessi dati. Il terzo passo è una riga da aggiungere quando si aggiorna il registro dei trattamenti insieme al responsabile della protezione dei dati, perché la frase che dice dove stanno i dati degli alunni deve restare vera anche dopo un aggiornamento che nessuno ha chiesto. C’è infine una cosa che vale oltre la giornata: in questo annuncio le edizioni per l’istruzione non sono state trattate come un caso a parte. È un buon motivo per smettere di dare per scontato che un contratto Education protegga da solo, e per prendere l’abitudine di leggere le note di rilascio del fornitore con la stessa attenzione con cui si legge una nota ministeriale.
D.R.
Fonte: Google Workspace Updates
Sicurezza
La correzione di Chrome è uscita il 3 settembre, ma sui computer dei laboratori e delle segreterie non entra in funzione finché il browser non viene chiuso: e in questa vicenda i collegamenti pericolosi arrivavano da indirizzi di università vere
Il 15 settembre 2026 Security Affairs dà conto di uno studio della società Volexity su BlueMoon, una catena di tre vulnerabilità impiegata in attacchi veri dal 1 settembre 2026. Il primo anello è una confusione di tipo nel motore V8 di Chrome; il secondo un difetto della componente WebAssembly che consente di uscire dall’area protetta in cui il browser tiene le pagine; il terzo una falla nel kernel di Windows che permette di eseguire codice sulla macchina. Risultano esposte tutte le versioni di Chrome anteriori alla 152.0.7977.82, e la correzione è arrivata nel canale stabile il 3 settembre 2026. Quello che i ricercatori mettono in evidenza è l’intervallo fra le date: la segnalazione al progetto Chromium risale al 4 agosto 2026 e la riparazione è finita nel codice sorgente pubblico prima di raggiungere gli utenti, così chi attacca ha potuto studiarla con comodo. Il 4 settembre 2026 l’agenzia statunitense CISA ha aggiunto la vulnerabilità al catalogo di quelle sfruttate. Volexity attribuisce l’uso della stessa catena a due gruppi separati, indicati come UTA0560 e JungleBamboo, contro organizzazioni non governative internazionali; l’ingresso avveniva con messaggi di posta mirati i cui collegamenti transitavano da falle aperte su siti universitari autentici, e portava all’installazione di GRIMWEDGE, un programma per il controllo a distanza.
Il commento. Le organizzazioni colpite non sono scuole italiane, e lo diciamo prima di ogni altra cosa per non vendere paura. Quello che resta, però, descrive fin troppo bene le macchine di un istituto. Nei laboratori e sulle postazioni di segreteria il browser non si chiude quasi mai, i computer restano accesi da un collegio all’altro, e l’unica persona che potrebbe accorgersi di un numero di versione vecchio passa in istituto un pomeriggio ogni tanto, quando c’è. La verifica, per fortuna, è alla portata di chiunque e non richiede credenziali di amministratore né una chiamata all’assistenza: si apre il menu del browser, si sceglie la guida e poi la voce con le informazioni sul programma, e si legge il numero. Se è più basso di 152.0.7977.82 quella macchina non è protetta. Qui arriva il punto che quasi tutti mancano, e non è la pigrizia di chi non aggiorna: Chrome l’aggiornamento se lo scarica da solo, ma lo mette in funzione soltanto quando il browser viene chiuso e riaperto. Il computer del laboratorio che nessuno spegne da tre settimane ha la versione nuova ferma sul disco e continua a usare quella vecchia, e lo stesso vale per gli aggiornamenti di Windows, che in questa storia sono la seconda metà del problema. Conviene farne una cosa da cinque minuti e non un progetto: un giro alle postazioni di segreteria oggi, un riavvio dei computer dei laboratori all’inizio della prossima settimana, e l’abitudine, per chi tiene le aule di informatica, di spegnere davvero le macchine a fine giornata invece di lasciarle in sospensione. C’è poi il dettaglio che in una scuola pesa più che altrove: i collegamenti partivano da siti universitari veri. La regola che insegniamo a tutti, cioè guardare il mittente e diffidare degli indirizzi strani, qui non avrebbe salvato nessuno, perché un messaggio che rimanda al sito di un ateneo è esattamente quello di cui in un istituto non dubita nessuno, dal docente che aspetta la conferma di un corso di aggiornamento alla segreteria che segue convenzioni e tirocini. Una difesa che si regge soltanto sull’attenzione di chi legge, in un ufficio dove arrivano centoventi messaggi al giorno e la metà sono urgenti, prima o poi cede. Quella che non cede è la macchina aggiornata davvero, e un riavvio rimandato per comodità è una scelta, non una distrazione.
D.R.
Fonte: Security Affairs
Identità online
Meta mette in un listino da 14,99 a 499 euro al mese anche il badge verificato e il rilevamento dei profili falsi: per un istituto non è una spesa da fare, ma è il giorno in cui difendere il proprio nome diventa un servizio a pagamento
Il 15 settembre 2026 TechCrunch dà notizia di Meta One, la riorganizzazione con cui Meta raccoglie in un listino unico gli abbonamenti finora separati di Instagram, Facebook e WhatsApp, che restano in vendita fra 2,99 e 3,99 euro al mese. Per le organizzazioni e per chi produce contenuti sono previsti quattro gradini: Essential a 14,99 euro al mese, Advanced a 49,99, Expert a 149 e Max a 499, con l’avvertenza dell’azienda che prezzi, vantaggi e disponibilità possono cambiare da regione a regione, da applicazione ad applicazione e da account ad account. Già nel gradino più basso rientrano la gestione della presenza, un accesso ampliato al Meta Business Agent, cioè il risponditore automatico che parla con chi scrive, il badge verificato, il canale su WhatsApp Business e il rilevamento dei profili che si fingono l’organizzazione. Il gradino successivo aggiunge la programmazione delle storie fino a trenta giorni, i collegamenti nei post non a pagamento, le statistiche esportabili, l’uso da parte di più persone e su più dispositivi, crediti per gli invii massivi e un numero maggiore di risposte automatiche, mentre i due gradini superiori allargano ancora quella capacità fino all’accesso completo. Ai privati sono destinati i piani Core a 7,99 dollari al mese e Premium a 19,99. Non viene detto quando il listino parta in ciascun mercato, né che cosa succeda a chi paga già Meta Verified.
Il commento. Cominciamo dalla cosa che vi risparmia tempo: un istituto scolastico non deve comprare niente di tutto questo, e chi vi proporrà uno di questi piani come strumento di comunicazione istituzionale vi sta vendendo qualcosa che non vi serve. La comunicazione ufficiale di una scuola sta sul sito istituzionale, nel registro elettronico e all’albo, e nessun abbonamento cambia questo. Detto questo, due cose di questo listino riguardano la scuola sul serio. La prima è che fra i vantaggi del livello più basso ci sono il badge verificato e il rilevamento dei profili che si spacciano per l’organizzazione. Le pagine degli istituti vengono imitate: capita alla vigilia delle iscrizioni, capita dopo un fatto di cronaca, e capita in continuazione nei gruppi dove le famiglie si scambiano informazioni che in segreteria nessuno ha mai scritto. Fino a ieri il segno che distingue la pagina vera dalla copia era una questione di procedura, da oggi è una voce di un abbonamento. Se avete pagine social dell’istituto, la cosa utile da fare in questi giorni non è abbonarsi: è sapere chi le amministra davvero, controllare che non siano rimaste legate all’account personale di un docente trasferito l’anno scorso, e mettere per iscritto sul sito quali sono i canali ufficiali della scuola. È quella riga, e non un badge comprato, che permette a una famiglia di capire chi le sta parlando. La seconda cosa è materia di educazione digitale, e vale più di un’ora di teoria. Nel livello base c’è un assistente automatico che risponde a nome dell’organizzazione, e più si sale di prezzo più risposte può dare. I ragazzi stanno entrando in un mondo in cui, scrivendo a un negozio o a un servizio, non sanno se dall’altra parte ci sia una persona, e la differenza non dipende da una scelta tecnica ma da quanto ha pagato chi risponde. È un esempio concreto e adatto a una classe di secondaria: chi parla a nome di chi, chi risponde di quello che viene detto, e come si fa a capirlo prima di aver dato i propri dati. Se cercate un’attività di educazione civica digitale che non sembri costruita a tavolino, questa notizia ve ne regala una già pronta, e senza bisogno di nessun software.
D.R.
Fonte: TechCrunch
Orientamento
L’84 per cento delle grandi imprese ha già comprato le licenze e solo l’8 per cento delle piccole ha un progetto vero: serviranno meno programmatori e più persone capaci di spiegare un processo, ed è una frase da portare all’orientamento
Il 16 settembre 2026 Il Sole 24 Ore presenta il Forum Ai.Dea, che Confindustria e Nomisma terranno a Bologna il 16 e 17 ottobre 2026 sul rapporto fra intelligenza artificiale e imprese. Fra i numeri anticipati, le grandi imprese italiane che hanno già acquistato licenze di intelligenza artificiale generativa sono l’84 per cento, mentre le piccole e medie che abbiano avviato un progetto strutturato si fermano all’8 per cento. Il mercato italiano viene stimato intorno a 1,8 miliardi di euro, in crescita del 50 per cento fra il 2024 e il 2025, e l’Italia risulta diciottesima fra i ventisette Paesi dell’Unione europea per diffusione. Per Maurizio Marchesini, vicepresidente di Confindustria, si tratta di un processo ineluttabile ma utile, che si sposa bene con un modello industriale fatto di prodotti su misura e mercati di nicchia e che quindi favorisce le imprese minori. Alberto Tripi, presidente di Almaviva, preferisce l’espressione intelligenza aumentata, considera la tecnologia un fatto e non una scelta per chi fa impresa, ritiene indispensabile la supervisione umana e auspica regole condivise a livello internazionale. Sul fronte del lavoro l’indicazione riportata è che serviranno meno programmatori e più analisti in grado di capire le esigenze concrete di un’azienda. Non viene detto chi abbia prodotto i dati citati né con quale metodo.
Il commento. Prima una cautela, perché queste cifre finiranno in qualche presentazione di open day: l’articolo non dice chi le ha raccolte né con quale metodo. Si possono usare come ordine di grandezza, non come misura, e un docente che le mostra a una classe farebbe bene a dirlo ad alta voce, perché è già mezza lezione di educazione all’informazione. Fatta la premessa, qui ci sono due cose per la scuola, e la seconda vi riguarda più della prima. La prima è per chi si occupa di orientamento e di percorsi per le competenze trasversali. L’indicazione più interessante della giornata non è la forbice fra grandi e piccole imprese, è la frase sul lavoro: serviranno meno programmatori e più persone capaci di capire i processi concreti di un’azienda. Vuol dire che il consiglio che gira nei corridoi da dieci anni, cioè impara a programmare e non ti mancherà il lavoro, va raccontato con più onestà. Quello che le imprese dicono di cercare è chi sa guardare un lavoro ripetitivo, descriverlo per bene e controllare se il risultato è giusto, e sono competenze che si allenano in un istituto tecnico o professionale più di quanto si creda, non solo nell’indirizzo informatico: documentare una procedura, tenere in ordine dei dati, verificare una fonte, accorgersi che un totale non torna. La seconda cosa è uno specchio, e conviene guardarci dentro. La spiegazione comoda della forbice fra 84 e 8 è che le piccole imprese non abbiano i soldi, ed è quella sbagliata, perché le licenze costano poche decine di euro al mese a persona. Quello che manca è il tempo di qualcuno che prenda un processo, lo guardi per una settimana e decida che cosa cambiare. Un istituto funziona nello stesso identico modo: il progetto sull’intelligenza artificiale che non parte non si ferma per i fondi, si ferma perché nessuno ha ore da mettere sul lavoro di guardare come si fanno oggi le circolari, i verbali, le comunicazioni alle famiglie o la raccolta delle adesioni alle uscite, e di decidere quale di questi valga la pena cambiare. Se quest’anno volete provarci davvero, scegliete una procedura sola fra quelle che si ripetono uguali, contate quante ore costa adesso, provate per un mese e ricontate. Senza quel numero di partenza, a giugno nessuno saprà dire se è servito, e la sperimentazione finirà come finiscono quasi tutte, cioè senza che nessuno sappia spiegare perché.
D.R.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Fondi e bandi
Diciannove milioni del Piemonte per digitalizzare le piccole imprese, e le scuole non possono chiederli: conta però che l’intelligenza artificiale generativa sia scritta per nome fra le spese ammesse, perché diventa un argomento con le aziende del territorio
Il bando Voucher digitalizzazione PMI 2026 della Regione Piemonte è stato approvato con la delibera di giunta 17-2688 del 15 giugno 2026 e con la determinazione dirigenziale 328 del 2026. Le risorse messe a disposizione sono 19,2 milioni di euro, dei quali 18 milioni provengono dal programma regionale FESR e 1,2 milioni dal sistema camerale piemontese. Possono presentare domanda soltanto le micro, piccole e medie imprese e i liberi professionisti che abbiano un’unità locale in Piemonte. Gli ambiti tecnologici finanziabili sono diciotto, e uno è dedicato per intero all’intelligenza artificiale, con la menzione esplicita della visione artificiale, dell’elaborazione del linguaggio naturale, dell’automazione documentale, della manutenzione predittiva e dell’intelligenza artificiale generativa; gli altri vanno dal cloud alla cybersicurezza e continuità operativa, dalla manifattura additiva alla robotica collaborativa, passando per big data, blockchain, realtà immersiva, internet delle cose, gestionali ERP e CRM, sistemi fintech, geolocalizzazione e commercio elettronico, quest’ultimo ammesso solo se abbinato a un’altra tecnologia. Rientrano fra le spese beni e servizi strumentali, dispositivi e costi di connessione, consulenza e formazione collegate, con il limite che queste ultime due insieme non superino il 30 per cento del totale; restano fuori, fra le altre voci, il personale, le spese generali, i servizi fiscali, legali e commerciali, i telefoni cellulari, l’IVA, i beni usati, il leasing e le scorte. Sulla piattaforma ReStart il precaricamento si apre il 12 ottobre 2026 e le domande si presentano dalle 11 del 22 ottobre alle 16 del 15 dicembre 2026, a sportello e in ordine cronologico di ricezione, senza che la data del precaricamento incida sulla posizione. Sulla pagina della Regione non compaiono la percentuale di contributo, il tetto per beneficiario e l’investimento minimo.
Il commento. Le scuole non sono beneficiarie di questo bando, e lo scriviamo alla prima riga per non farvi perdere mezz’ora: i destinatari sono le micro, piccole e medie imprese e i liberi professionisti con unità locale in Piemonte, e un istituto scolastico non rientra in nessuna delle due categorie. Se qualcuno ve lo gira dicendo che vale la pena provare, la risposta è no. Restano però due motivi per leggerlo, e il secondo è quello per cui l’abbiamo messo in edizione. Il primo riguarda tutti, piemontesi e non: è il primo bando regionale in cui l’intelligenza artificiale generativa compare scritta per nome nell’elenco delle spese ammissibili, invece di restare nascosta sotto formule come tecnologie abilitanti. Quando un finanziamento nomina una cosa, vuol dire che chi lo scrive ha smesso di considerarla una curiosità, e la stessa strada la faranno gli avvisi destinati alla scuola. Il giorno in cui ne arriverà uno che vi riguarda, la differenza la farà l’essere già capaci di descrivere quale lavoro volete cambiare e con quale risultato atteso, perché è quella descrizione, non l’elenco degli acquisti, che regge una domanda. Il secondo motivo è per gli istituti tecnici e professionali che lavorano con le imprese del territorio, in Piemonte e nelle province di confine. Nei prossimi mesi, da quelle parti, un certo numero di piccole aziende metterà mano a progetti di automazione documentale, visione artificiale e intelligenza artificiale generativa con questi soldi. Sono le stesse aziende con cui firmate le convenzioni per i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento, e una telefonata fatta a ottobre vale più di dieci fatte a gennaio: chiedete se stanno preparando una domanda, e se i sistemi che installeranno potranno essere mostrati agli studenti o diventare l’oggetto di un percorso. Per un tutor aziendale, scoprire che la scuola conosce il bando cambia il tono della conversazione, perché smette di essere una richiesta di ospitalità e diventa un discorso fra chi ha davanti lo stesso problema, cioè trovare persone che sappiano far funzionare quella roba. E c’è una cosa che vale oltre questo avviso: i bandi a ordine di arrivo premiano chi ha il materiale pronto prima dell’apertura, ed è esattamente la lezione che serve a chi nella scuola scrive progetti, dove il termine arriva sempre il giorno in cui si scopre che manca un preventivo.
D.R.
Fonte: Regione Piemonte
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