domenica 11 Ottobre 2026
UniScientia Corsi online Pubblicità Corsi e certificazioni online per docenti e personale ATA Vai al negozio →

Rassegna AI

Revisori esterni leggono conversazioni vere di ChatGPT, e l’impostazione che lo permette è accesa di serie sugli account gratuiti che docenti e segreterie usano per lavoro, mentre un’indagine INDIRE racconta che il 94 per cento degli studenti usa l’intelligenza artificiale e più della metà ci ha parlato di un problema personale

Secondo un'inchiesta di 404 Media ripresa da Punto Informatico, OpenAI paga revisori esterni per leggere conversazioni reali di ChatGPT, e l'impostazione che lo consente è attiva di serie sui piani gratuito, Plus e Pro, mentre è spenta sul piano Edu. Nella stessa giornata l'indagine INDIRE su 5.342 studenti racconta che il 94 per cento usa l'intelligenza artificiale e il 53 per cento l'ha usata come confidente, la bozza europea sui minori online metterebbe i chatbot generalisti sotto regole d'età lasciando fuori i servizi per l'istruzione, Unioncamere misura quante imprese usano l'intelligenza artificiale e le Camere di commercio lombarde aprono un bando che riguarda le imprese e non gli istituti.

Asterope 15 Settembre 2026

Rassegna AI del 15 settembre 2026: Revisori esterni leggono conversazioni vere di ChatGPT, e l'impostazione che lo permette è accesa di serie sugli account gratuiti che docenti e segreterie usano per lavoro, mentre un'indagine INDIRE racconta che il 94 per cento degli studenti usa l'intelligenza artificiale e più della metà ci ha parlato di un problema personale

Anche questa edizione nasce in buona parte da fonti uscite nelle ultime ore, lette pensando a chi lavora in una scuola.

Se avete tempo per una cosa sola, leggete la prima notizia e fatela arrivare ai docenti con una circolare breve. Secondo un’inchiesta di 404 Media, OpenAI fa leggere conversazioni vere di ChatGPT a revisori esterni, e l’impostazione che lo permette è accesa di serie sugli account gratuiti e personali, quelli con cui molti preparano relazioni e comunicazioni che contengono dati di alunni. È spenta sul piano pensato per l’istruzione, e questa differenza da sola dice perché conviene che lo strumento lo scelga la scuola e non il singolo.

Le due notizie successive dicono la stessa cosa dal lato degli studenti. L’indagine INDIRE racconta che il 94 per cento usa l’intelligenza artificiale, quasi sempre nelle versioni gratuite, e che più della metà ci ha parlato di un problema personale; la bozza europea sui minori online tratterebbe proprio per questo i chatbot generalisti come i social, lasciando fuori i servizi progettati per l’istruzione. Chiudono l’edizione due notizie che riguardano più le imprese che la scuola, un’analisi di Unioncamere e un bando delle Camere di commercio lombarde, utili soprattutto a chi negli istituti tecnici e professionali si occupa di orientamento.

Dati degli alunni

Revisori esterni pagati da OpenAI leggono conversazioni vere di ChatGPT: l’impostazione che lo permette è accesa di serie sugli account gratuiti e personali, quelli con cui molti docenti preparano relazioni e comunicazioni, e spenta sul piano Edu

Punto Informatico riporta il 15 settembre 2026 un’inchiesta di 404 Media su «Project Lily», il programma con cui OpenAI affida a revisori esterni la lettura di conversazioni reali degli utenti di ChatGPT. I revisori lavorano su un pannello dedicato e leggono richieste rese anonime, a volte insieme a un riepilogo della memoria dell’utente che ne indica la localizzazione. Per ogni conversazione riassumono l’obiettivo di chi scrive, confrontano quattro risposte e le valutano da 1, inaccettabile, a 7, difficile da migliorare. Sono reclutati tramite l’agenzia Crossing Hurdles e pagati dalla società Mercor. OpenAI applica un filtro che dovrebbe rimuovere i dati personali, ma ammette che può lasciar passare identificativi poco comuni. Tutto dipende dall’impostazione «Migliora il modello per tutti»: attiva di serie sui piani Free, Plus e Pro, disattivata su Business, Enterprise ed Edu. Disattivarla non vale per le conversazioni già avvenute. Secondo l’articolo anche Anthropic e Google usano processi analoghi per Claude e Gemini, con la possibilità di disattivarli. OpenAI non ha risposto alla domanda su come ne informi gli utenti.

Il commento. In una scuola il caso tipico non è un servizio comprato dall’istituto, è l’account gratuito del singolo docente. Con quell’account si preparano la bozza di una relazione per il consiglio di classe, la risposta a una famiglia arrabbiata, una parte del piano didattico personalizzato. È proprio l’account in cui l’impostazione è accesa, e i testi possono contenere i dati più delicati che una scuola tratta: nomi di alunni, diagnosi, bisogni educativi speciali, situazioni familiari. Il filtro di OpenAI toglie molto, ma un nome insolito o il riferimento a una classe precisa possono bastare a riconoscere un ragazzo in un piccolo comune. Tre cose da fare in questo avvio d’anno. Una circolare breve, meglio se preparata con il responsabile della protezione dei dati, che dica che cosa non si scrive mai in un assistente esterno: nomi, valutazioni con il nome, certificazioni, informazioni sulla salute o sulla famiglia. L’invito a spegnere l’impostazione su ogni account personale usato per lavoro, sapendo che il passato resta dov’è. E una domanda al proprio fornitore o all’animatore digitale: se la scuola ha già uno strumento con condizioni pensate per l’istruzione, conviene dirlo ai docenti e usare quello, invece di lasciare che ciascuno si arrangi.

D.R.

Fonte: Punto Informatico

Studenti

Il 94 per cento degli studenti usa l’intelligenza artificiale, tre su quattro nelle versioni gratuite, e il 53 per cento l’ha usata come confidente: l’indagine INDIRE sposta la questione dal copiare i compiti al benessere e alla verifica delle fonti

Il Sole 24 Ore riporta il 14 settembre 2026 i risultati dell’indagine «Io e l’Intelligenza Artificiale», promossa da INDIRE con il Festival dell’Innovazione Scolastica e presentata in Senato. Il campione è di 5.342 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado; l’articolo non indica il periodo né il metodo della rilevazione. Il 94 per cento usa strumenti di intelligenza artificiale, il 62 per cento almeno una volta alla settimana, l’84 per cento per lo studio, fra lingue, matematica, scrittura ed esercizi, e il 77 per cento nelle versioni gratuite. Il 53 per cento l’ha usata almeno una volta come confidente, per sfogarsi o affrontare un problema personale. Il 44 per cento teme di pensare meno con la propria testa, il 26 per cento vede nella perdita del senso critico uno dei rischi principali e il 54 per cento chiede che l’intelligenza artificiale resti sotto controllo umano. L’indagine descrive un paradosso della fiducia: chi si fida ciecamente e chi diffida del tutto verificano meno, chi ha una fiducia moderata controlla di più. Il ricercatore INDIRE Samuele Calzone osserva che sapere che cosa andrebbe fatto non significa farlo, e propone di far scoprire direttamente agli studenti gli errori degli strumenti.

Il commento. Molti regolamenti d’istituto sull’intelligenza artificiale sono nati per rispondere a una sola domanda, cioè come impedire che i compiti li scriva una macchina. Questa indagine dice che la domanda è diventata più larga. Se più di uno studente su due ha parlato con un chatbot di un problema personale, e tre su quattro lo fanno con versioni gratuite, quelle conversazioni stanno su servizi che nessuno in famiglia o a scuola ha scelto, e le stesse regole della prima notizia di oggi valgono anche per loro. Ci sono tre usi pratici di questi numeri. Il primo riguarda chi segue il benessere a scuola, dallo sportello di ascolto ai referenti per il bullismo: sapere che un ragazzo in difficoltà spesso ha già chiesto aiuto a un chatbot cambia il modo di fare le domande. Il secondo è in classe, e lo indica lo stesso ricercatore: invece di spiegare che lo strumento sbaglia, dare agli studenti una risposta sbagliata da smontare con le fonti, perché il paradosso della fiducia dice che chi usa di più non controlla di più. Il terzo sono le assemblee di classe dell’autunno, un momento buono per parlarne con le famiglie. Una cautela: l’articolo non dice come e quando sono stati raccolti i dati, quindi le percentuali vanno lette come un’indicazione forte, non come una misura esatta.

D.R.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Regole europee

La bozza europea sui minori online tratta i chatbot come i social: sotto i 15 anni niente account autonomo e verifica dell’età obbligatoria, mentre i servizi progettati per l’istruzione restano esclusi

Euronews riporta il 15 settembre 2026 di aver ottenuto la bozza riservata dell’EU Kids Act, la proposta della Commissione europea sulla sicurezza dei minori online, che la presidente Ursula von der Leyen dovrebbe anticipare nel discorso sullo stato dell’Unione e pubblicare giovedì. Il testo riguarda social network, piattaforme video, giochi online e chatbot o compagni virtuali basati sull’intelligenza artificiale, descritti come strumenti che possono dare ai minori consigli sulla salute mentale e sulla crescita personale. Restano esclusi i servizi progettati e gestiti per l’istruzione o dalle autorità pubbliche, e i sistemi destinati all’uso d’ufficio o industriale. Le fasce d’età previste sono quattro: sotto i 3 anni nessun accesso; fra i 3 e i 13 anni solo servizi per bambini, sotto la supervisione di un adulto; fra i 13 e i 15 accesso limitato, con funzioni ridotte e controllo dei genitori; dai 15 anni senza consenso dei genitori, ma con regole di sicurezza. I fornitori dovrebbero verificare l’età, togliere lo scorrimento infinito, le notifiche artificiali e alcuni meccanismi di ricompensa, rendere privati di serie gli account dei minori e offrire strumenti per i genitori. Secondo Euronews dieci Stati membri, fra cui l’Italia, stanno preparando leggi nazionali.

Il commento. È una bozza, e prima di diventare legge dovrà passare dal Parlamento europeo e dagli Stati membri, quindi oggi nessun regolamento d’istituto va riscritto. Ma due scelte della Commissione parlano direttamente alla scuola. La prima è l’esclusione dei servizi progettati per l’istruzione. Se il testo resterà così, lo strumento scelto dalla scuola, dentro una piattaforma didattica o con un contratto pensato per l’istruzione, sarà trattato in modo diverso dal chatbot generalista che lo studente apre sul telefono. È un buon criterio già adesso: quando un docente propone di usare l’intelligenza artificiale con una classe della secondaria di primo grado, conviene che lo faccia con uno strumento pensato per la scuola, e che la scelta sia scritta, non lasciata al singolo. La seconda è la ragione per cui i chatbot entrano nella legge: danno consigli ai minori su come stanno e su che cosa fare. È la stessa cosa che raccontano gli studenti nell’indagine INDIRE, e dice che Bruxelles vede il problema dove lo vede chi lavora in classe. Quando il testo ufficiale sarà pubblicato conviene leggerlo con il responsabile della protezione dei dati, prima che arrivino le domande delle famiglie.

D.R.

Fonte: Euronews

Scuola e lavoro

Unioncamere conta un’impresa su cinque che usa l’intelligenza artificiale, dal 13,1 al 19,5 per cento in un anno: un dato utile agli istituti tecnici e professionali per capire che cosa cercano le aziende del territorio, più che per la scuola in sé

Unioncamere ha diffuso il 15 settembre 2026 un’analisi realizzata con Dintec su oltre 20.000 rilevazioni degli ultimi due anni, raccolte con SELFI4.0, il questionario di autovalutazione della maturità digitale dei Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio. Le imprese che dichiarano di usare soluzioni di intelligenza artificiale passano dal 13,1 per cento del 2024 al 19,5 per cento del 2025, 6,3 punti in più. Nell’industria la quota raddoppia e arriva al 13,6 per cento. Secondo Unioncamere l’adozione cambia molto da un settore all’altro e dipende dalla maturità digitale e dalle capacità organizzative delle imprese. Il segretario generale Giuseppe Tripoli ha definito questa una fase di prima applicazione, in cui le imprese più piccole vanno accompagnate, e ha indicato incentivi e voucher, laboratori di sperimentazione, percorsi di formazione e una collaborazione con l’Istituto italiano di intelligenza artificiale per una rete di consulenze specialistiche.

Il commento. Per un istituto statale questo dato non cambia niente di immediato, e lo diciamo subito. Può servire invece a chi nella scuola si occupa di orientamento e di percorsi per le competenze trasversali, per due ragioni. La prima riguarda la lettura del numero. Il campione sono imprese che hanno scelto di compilare un questionario sul digitale, quindi già interessate al tema: la media reale è probabilmente più bassa, e nell’industria, dove finiscono molti diplomati degli istituti tecnici, l’uso è ancora al 13,6 per cento. Chi racconta agli studenti che tutte le aziende usano già l’intelligenza artificiale li prepara a un mondo che non trovano. La seconda riguarda la frase più interessante del comunicato: l’adozione dipende dalla maturità organizzativa, non dalla tecnologia. Le imprese che ci riescono sono quelle con dati ordinati e procedure chiare, e questo suggerisce che cosa insegnare oltre agli strumenti: organizzare informazioni, documentare un processo, controllare un risultato. Infine un contatto pratico. I Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio lavorano proprio con queste imprese, e possono essere un interlocutore utile per trovare aziende del territorio disposte ad accogliere studenti.

D.R.

Fonte: Unioncamere

Fondi e bandi

Cinque milioni delle Camere di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, Bergamo e Brescia per le tecnologie 4.0, intelligenza artificiale compresa: il bando è per le imprese e non per gli istituti, ma dice qualcosa sulle competenze che le aziende lombarde stanno per cercare

Unioncamere Lombardia ha pubblicato il Bando SI4.0 2026, con 5.075.000 euro messi a disposizione dalle Camere di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, per 4.500.000 euro, di Bergamo, per 325.000, e di Brescia, per 250.000. È riservato alle micro, piccole e medie imprese con la sede operativa dell’intervento iscritta al Registro delle imprese di una delle tre Camere e sede legale in Lombardia. Finanzia tecnologie come la robotica industriale e collaborativa, la visione artificiale, la manifattura additiva, i gemelli digitali, l’internet delle cose, il cloud e l’intelligenza artificiale, con l’indicazione esplicita di apprendimento automatico, modelli linguistici e agenti. Il contributo vale il 50 per cento dei costi ammissibili al netto dell’IVA, fino a 30.000 euro, con un investimento minimo di 25.000 euro. Le domande si presentano sulla piattaforma ReStart di InfoCamere fino alle 12 del 25 settembre 2026, con graduatoria e punteggio minimo di 65 su 100. Servono il rapporto SELFI 4.0 aggiornato dal 1° gennaio 2026, la firma digitale e la polizza contro i rischi catastrofali.

Il commento. Un istituto statale non può partecipare: il bando è riservato alle imprese iscritte al Registro delle imprese. Può riguardare gli enti di formazione e le cooperative che lavorano con le scuole e sono organizzati come piccola o media impresa con sede nelle tre province, a condizione di avere un investimento di almeno 25.000 euro in una delle tecnologie ammesse: un requisito che esclude quasi tutti gli acquisti ordinari di chi fa formazione. Lo riportiamo soprattutto per un’altra ragione. Nelle province di Milano, Bergamo e Brescia nei prossimi mesi un certo numero di aziende installerà robot collaborativi, sistemi di visione e software di intelligenza artificiale con questi contributi, e avrà bisogno di persone che sappiano farli funzionare. Per un istituto tecnico o professionale di quelle zone, con indirizzi di meccanica, elettronica o informatica, vale la pena chiedere alle aziende con cui già collabora se stanno partecipando, e se i nuovi impianti potranno essere visti dagli studenti durante i percorsi per le competenze trasversali. C’è poi una lezione che vale per chi scrive progetti anche nella scuola. Con la graduatoria non vince chi arriva primo ma chi descrive meglio quale lavoro cambia e con quali risultati attesi, e sotto una soglia minima non si ottiene niente.

D.R.

Fonte: Unioncamere Lombardia

Ogni contenuto normativo riporta il riferimento ufficiale. Se trovi un errore, segnalacelo: le correzioni si pubblicano, non si nascondono.