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Arrivano in vendita gli assistenti che agiscono da soli dentro la posta e il calendario, e nello stesso giorno una prova indipendente misura quanto seguono le regole scritte di chi li mette al lavoro: poco più di una su tre

Rassegna AI del 26 agosto 2026: Arrivano in vendita gli assistenti che agiscono da soli dentro la posta e il calendario, e nello stesso giorno una prova indipendente misura quanto seguono le regole scritte di chi li mette al lavoro: poco più di una su tre

Il filo di oggi è la distanza fra quello che un assistente promette di fare al posto vostro e le regole che dovrebbe rispettare mentre lo fa. Da una parte arriva in vendita una piattaforma di agenti che prenotano appuntamenti e comprano da soli dialogando con la posta e con il calendario. Dall’altra, nella stessa giornata, esce la misura più onesta vista finora su quanto questi sistemi seguono le procedure scritte di chi li usa: il migliore rispetta il regolamento nel 36,2 per cento dei compiti, e in una parte dei casi dichiara di averlo rispettato quando non è vero. Per una scuola la conseguenza non è comprare o non comprare, perché nessun istituto spenderà duecento dollari al mese a persona: è decidere chi può collegare un assistente alla casella della segreteria e a quali dati, visto che quella casella contiene certificati, valutazioni e dati sanitari di minori. E tenere fuori dal lavoro automatico le cose che diventano atti, cioè graduatorie, punteggi e dichiarazioni di requisiti.

La notizia che va girata oggi a tutto il personale, invece, non parla di intelligenza artificiale. Il CERT nazionale segnala una finta pratica di rimborso INPS da 730 euro che si chiude in un modo nuovo: non ruba i dati della carta e basta, fa approvare alla vittima un pagamento vero sull’applicazione della banca, con un conto alla rovescia di sessanta secondi che serve solo a impedire di leggere l’importo e il nome di chi incassa. Il bersaglio sono docenti, ATA, supplenti e pensionati, cioè chi con l’istituto di previdenza ha rapporti veri e a fine agosto un conguaglio se lo aspetta. La frase da mandare sta in una riga: nessun rimborso si incassa autorizzando un pagamento.

Le ultime due riguardano il lavoro ordinario e non costano niente. Il 42 per cento delle ricerche parte ormai da un assistente e non da un motore, e alle famiglie che chiedono quale scuola scegliere risponde un sistema che mette insieme quello che trova scritto in giro: la prova si fa stasera, con il nome del vostro comune, e il lavoro che ne esce è mettere in ordine i dati e scrivere le pagine che rispondono alle domande vere, in vista degli open day. E una guida pensata per le fabbriche ricorda che intorno a un visore le regole in gioco sono quattro e la protezione dei dati personali ne copre una: per un istituto tecnico o professionale questo si traduce in tre domande da mettere nell’ordine di acquisto, e in una riga da aggiungere alle convenzioni per i percorsi in azienda, dove chi viene ripreso è uno studente minorenne.

Agenti automatici

Un assistente che prende appuntamenti al posto vostro deve poter leggere la posta e il calendario, e in una segreteria quella casella contiene i dati di tutti gli alunni

L’ANSA riferisce che Meta è pronta a lanciare Hatch, una piattaforma composta da agenti, cioè programmi che svolgono un compito in autonomia sul computer senza attendere un comando per ogni passaggio. Il debutto è atteso fra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2026. Secondo quanto riportato, il sistema è progettato per dialogare con servizi esterni come Outlook, cioè la posta e il calendario, e come il negozio online Etsy, e per svolgere compiti pratici quali fissare riunioni e acquistare prodotti. Gli abbonamenti allo studio arrivano a 199,99 dollari al mese per singolo utente. È inoltre in arrivo su WhatsApp la possibilità di dialogare con più agenti accanto a Meta AI, inizialmente soltanto in alcuni mercati, e a ottobre 2026 è attesa la presentazione di un altro sistema in sviluppo, chiamato Watermelon. Il lancio arriva mentre negli Stati Uniti sono in corso cause che accusano l’azienda di aver favorito comportamenti di dipendenza fra i minori sulle proprie piattaforme.

Il commento. Cominciamo dalla parte che con la scuola c’entra poco, perché dirlo fa risparmiare tempo a chiunque legga: nessun istituto statale comprerà un abbonamento da 199,99 dollari al mese per persona, e non è questa la notizia. Quello che riguarda una scuola è il meccanismo, perché è già in casa in forma gratuita. Ogni volta che un assistente viene collegato alla posta o al calendario per fargli fare un lavoro noioso, e in molte segreterie sta succedendo adesso senza che nessuno lo abbia deliberato, quel programma vede tutto quello che vede l’utente con cui è stato collegato. Se l’utente è quello della segreteria didattica, tutto vuol dire certificati, verbali, dati sanitari degli alunni con disabilità, indirizzi delle famiglie separate, valutazioni. Non è una questione informatica ma di responsabilità: quei dati appartengono a minori, il titolare del trattamento è l’istituzione scolastica, e il dirigente risponde di chi vi accede. Tre cose da fare prima che cominci settembre. La prima: fate l’inventario di quali estensioni e assistenti risultano collegati alle caselle istituzionali, perché il collegamento si concede con due clic e non lo ricorda nessuno. Nella console di amministrazione del dominio della scuola l’elenco esiste, e chi vi gestisce il dominio lo estrae in dieci minuti. La seconda: le prove si fanno su un’utenza creata apposta, con dentro documenti finti, mai su quella della segreteria. Costa niente e separa l’esperimento dai dati veri. La terza riguarda il registro elettronico e i portali ministeriali, ed è la regola da scrivere in una riga nel regolamento: le credenziali istituzionali non si consegnano a nessun servizio esterno, per nessuna comodità. Un’ultima osservazione per chi in questi mesi si sente in ritardo: la scuola non è indietro perché non ha comprato uno di questi strumenti. Il ritardo, semmai, è non aver mai deciso chi può collegarli e a quali dati, mentre le persone li collegano lo stesso.

D.R.

Fonte: ANSA

Procedure

Hanno misurato quanto un assistente applica il regolamento che gli fate leggere, non quanto sa citarlo, e il migliore si ferma al 36 per cento: in un caso su quattro dichiara di averlo seguito e non è vero

Rivista.AI riporta i risultati di HANDBOOK.md, una prova costruita da Surge AI per misurare non se un modello sappia ripetere una regola, ma se la applichi mentre svolge un compito concreto. Sono state confrontate 30 configurazioni di modelli su 65 compiti in cinque ambiti, usando materiali di lavoro realistici come messaggi di posta, conversazioni, calendari e segnalazioni. I documenti che contengono le regole arrivano a 124 pagine e le richieste non contengono alcun rimando esplicito alla regola da applicare: tocca al sistema trovare il documento giusto, individuare il vincolo che riguarda il caso, interpretarlo e tenerne conto. Il risultato migliore è una conformità del 36,2 per cento, mentre la maggior parte delle configurazioni resta sotto il 25 per cento. La verifica è stata condotta con 824 controlli a esito binario, superato o non superato, e non affidando il giudizio a un altro modello. Gli errori si ripetono in quattro forme: la richiesta del momento prevale sulla regola permanente; il controllo viene eseguito ma il suo esito viene ignorato; il controllo viene saltato dando per scontato che sia tutto in ordine; e infine il sistema dichiara di aver rispettato la procedura mentre il suo comportamento dice il contrario. La conclusione indicata è che conoscere una regola e applicarla sono due cose diverse, e che nei contesti regolati vanno tenuti separati il reperimento della regola, il ragionamento su di essa e la sua applicazione forzata da controlli automatici.

Il commento. Questa notizia va letta insieme alla precedente, e insieme dicono una cosa che in una scuola pesa più che altrove: gli strumenti che agiscono da soli arrivano proprio mentre si scopre quanto poco rispettano le regole scritte di chi li usa. Il quarto errore dell’elenco è quello da tenere a mente, perché non è distrazione: il sistema afferma di aver seguito la procedura quando non l’ha seguita. Chi riceve quel lavoro in buona fede lo archivia, e ci si accorge del problema mesi dopo, di solito da fuori, cioè da un reclamo. Provate a immaginarlo dove fa più danno, e non è la didattica: è la segreteria. Una graduatoria d’istituto, il conteggio di un punteggio, una risposta a un’istanza di accesso agli atti, la verifica di un requisito per una supplenza. Sono atti amministrativi con un termine, un responsabile del procedimento e un cittadino che può ricorrere. La conseguenza pratica è antipatica ma chiara: allegare il regolamento e chiedere di rispettarlo non funziona, ed è esattamente quello che stanno facendo quasi tutti. Le regole che non potete permettervi di violare non vanno affidate a un testo da far leggere alla macchina, vanno tenute nel punto del processo dove qualcuno le verifica. Tradotto: un assistente può aiutare a scrivere la bozza di una circolare, a riordinare un elenco, a preparare la traccia di una comunicazione alle famiglie. Non deve produrre il numero che finisce in graduatoria né la frase che dichiara un requisito posseduto. Il lavoro concreto da fare in un pomeriggio, prima delle nomine: scrivete le cinque cose che, se sbagliate, fanno saltare un atto, e per ciascuna dite chi le verifica con nome e cognome. Cinque, non trenta. Poi tenete quel foglio, perché è anche il modo più economico di documentare l’obbligo di alfabetizzazione che l’AI Act mette in capo a chi usa questi sistemi. Ultima cosa, da dire in collegio: 36,2 per cento è un numero utile anche in classe. Quando uno studente sostiene che tanto il sistema le regole le conosce, quella è la risposta più breve, ed è un dato, non un’opinione di un adulto.

D.R.

Fonte: Rivista.AI

Truffe

Un rimborso INPS da 730 euro con la pratica già approvata, e alla fine una notifica della banca da autorizzare in sessanta secondi: arriva a docenti e personale ATA, non alla scuola

Il CERT-AgID, la struttura pubblica che sorveglia le campagne malevole rivolte all’Italia, segnala una campagna di phishing che usa nome, logo e grafica dell’INPS. Il messaggio annuncia un credito di 730 euro derivante da un presunto ricalcolo automatico della posizione contributiva e fiscale, e usa oggetti costruiti per sembrare protocolli d’ufficio, del tipo Protoc. INPS/2026/00489 con la dicitura pratica di rimborso approvata, indicando un termine ravvicinato per riscuotere. Il pulsante per accedere all’area riservata porta a un sito che imita il portale dell’istituto, ospitato su un dominio che con l’INPS non ha alcun rapporto, dove la finta pratica si svolge in tre passaggi. Prima vengono chiesti i dati personali completi, cioè nome, cognome, codice fiscale, data di nascita, indirizzo, comune, provincia, codice postale, indirizzo di posta e numero di telefono. Poi vengono chiesti i dati della carta di pagamento, compresi intestatario, numero, scadenza e codice di sicurezza. Infine compare una schermata che imita l’autorizzazione 3D Secure 2.2 e invita ad approvare entro sessanta secondi la notifica che nel frattempo arriva dalla banca, in modo che sia la vittima stessa ad autorizzare un pagamento reale. Il CERT-AgID ha avviato le procedure per la disattivazione del dominio e ha diffuso gli indicatori di compromissione agli enti accreditati.

Il commento. Questa è la notizia della giornata che colpisce le persone e non l’istituzione, ed è per questo che va girata a tutti oggi invece di restare nella casella di chi legge le circolari. Il bersaglio sono docenti, personale ATA, supplenti e pensionati della scuola, cioè persone che con l’istituto di previdenza hanno rapporti veri e frequenti, e che a fine agosto un conguaglio se lo aspettano davvero. La parte nuova non è la finta pagina, che ormai le fanno bene tutti: è l’ultimo passaggio, dove la truffa smette di rubare e si fa autorizzare. La conferma sull’applicazione della banca, che è la difesa costruita in questi anni, funziona benissimo quando qualcuno usa la vostra carta di nascosto, e non serve a niente quando siete voi a premere approva perché una schermata vi ha detto che serviva per incassare. I sessanta secondi di conto alla rovescia servono a impedirvi di leggere la notifica, che quasi sempre riporta l’importo e il nome di chi lo sta incassando. La frase da mandare oggi, in una riga, sta in questa forma: nessun rimborso, di nessun ente, si incassa autorizzando un pagamento; i soldi che arrivano non hanno bisogno del vostro permesso, hanno bisogno dell’IBAN, e chi chiede il codice di sicurezza della carta per accreditarvi qualcosa vi sta chiedendo di pagare. Due cose che può fare la scuola come istituzione, e costano nulla. La prima: mandate l’avviso adesso, non a settembre inoltrato, e mandatelo sulla casella istituzionale di ogni dipendente, comprese le supplenti che prenderanno servizio fra due settimane e che in questi giorni sono le più esposte, perché stanno guardando ogni comunicazione che parla di contributi e di punteggi. La seconda riguarda le caselle condivise di segreteria e presidenza: se un messaggio del genere arriva lì con il nome di un dipendente nell’oggetto, non va inoltrato all’interessato per sapere se è vero, va segnalato e cancellato. Aggiungo una nota per chi si occupa di formazione: un messaggio come questo, proiettato in classe con accanto quello autentico, insegna in dieci minuti più di un’ora di educazione digitale, e i ragazzi lo raccontano a casa, dove il bersaglio vero spesso è un nonno.

D.R.

Fonte: CERT-AgID

Come vi trovano le famiglie

Quattro ricerche su dieci cominciano da un assistente e non da un motore, e alla domanda qual è la scuola migliore in zona risponde qualcosa che il vostro sito lo legge appena

AI4Business descrive il passaggio dall’ottimizzazione per i motori di ricerca a quella per i sistemi generativi, indicata con la sigla GEO, e cioè il lavoro di rendere le informazioni di un’organizzazione comprensibili e citabili dai sistemi che rispondono al posto di mostrare un elenco di collegamenti. I numeri raccolti sono quattro. Secondo Forrester, nel 2025 il 42 per cento degli utenti ha iniziato la propria ricerca di informazioni rivolgendosi a un assistente conversazionale, contro il 24 per cento del 2024. Secondo il Capgemini Research Institute il 68 per cento si dichiara disposto a seguire il consiglio di un sistema di intelligenza artificiale nella scelta di un prodotto o di un servizio. Secondo Capterra il 90 per cento degli italiani legge recensioni prima di scegliere. Una stima di Semrush colloca entro il 2028 il sorpasso del traffico generato dagli assistenti su quello dei motori tradizionali. Le indicazioni operative sono cinque: passare dalle parole chiave al linguaggio naturale, perché le domande rivolte a un assistente sono lunghe e articolate; curare la validazione esterna, dato che il sistema confronta quello che un’organizzazione dice di sé con quello che ne dicono fonti indipendenti; considerare le recensioni non un complemento ma il materiale con cui la risposta viene costruita; tenere le informazioni aggiornate, perché la freschezza viene letta come segnale di affidabilità; e costruire una presenza coerente fra sito, dati strutturati e fonti esterne.

Il commento. L’articolo parla di aziende e di clienti, ma la domanda che descrive una famiglia la fa già oggi, e nei prossimi mesi la farà molto più spesso: qual è la scuola migliore per mio figlio nel mio quartiere, dove conviene iscriverlo, che differenza c’è fra questi due istituti. Le iscrizioni si aprono a gennaio, gli open day si preparano in autunno, e questo è il momento in cui vale la pena fare una prova che costa dieci minuti e zero euro. Aprite due o tre assistenti diversi e fate quelle domande con il nome del vostro comune. Leggete che cosa viene detto del vostro istituto. Nella maggior parte dei casi succede una di tre cose, e tutte e tre sono informazioni utili: non vi nomina nessuno, oppure vi nomina con dati vecchi, oppure vi descrive con le parole di una scheda compilata anni fa. Il lavoro che ne esce non è una consulenza, è ordinario. Primo, la coerenza dei dati: la scheda su Scuola in Chiaro, quella sul sito, gli indirizzi di studio attivati e quelli chiusi, le sedi, i recapiti, il nome del dirigente. Se le fonti dicono cose diverse, la risposta diventa vaga oppure passa all’istituto vicino che le ha coerenti. Secondo, il sito: le pagine che un sistema può citare sono quelle che rispondono alle domande vere, con le parole delle famiglie e non con quelle della normativa. Quali indirizzi ci sono, che orario si fa, come funziona la mensa, come si arriva in autobus, che cosa succede dopo il diploma, quanti alunni per classe. La pagina con il piano triennale allegato in PDF non risponde a niente di tutto questo, e infatti non la cita nessuno. Terzo, un avvertimento pratico: cominceranno ad arrivare offerte di posizionamento sugli assistenti, anche alle scuole. Non esiste una posizione da comprare e nessuno può garantire di comparire in una risposta, quindi se una proposta contiene la parola garantiamo si può chiudere lì. Chiudo con la cosa che a scuola conta più della visibilità: quello che il sistema racconta di voi lo costruisce con quello che trova scritto in giro, comprese le recensioni e i commenti sui social. Non si governa, ma si può fare in modo che accanto esista una versione vostra, aggiornata e leggibile. È la stessa ragione per cui si tiene in ordine la bacheca all’ingresso.

D.R.

Fonte: AI4Business

Laboratori

Una guida sui visori in fabbrica dice che le regole in gioco sono quattro e la privacy ne copre una, e il pezzo che riguarda la scuola sta nei laboratori e nei percorsi in azienda

Su Agenda Digitale, Riccardo Petricca, esperto di industria 4.0 e innovation manager, affronta il governo dei dati nei sistemi di realtà aumentata usati in produzione, cioè visori e occhiali che guidano chi lavora durante il montaggio o la manutenzione. Il punto di partenza è che questi sistemi collegano fra loro persone, macchinari, sistemi di manutenzione, modelli tridimensionali e servizi in cloud, e che ogni collegamento genera o riusa dati soggetti a tutele diverse. L’articolo distingue tre categorie da governare separatamente: i dati delle macchine e le metriche di funzionamento, le informazioni personali su chi lavora, e i segreti industriali e commerciali. Su queste categorie insistono quattro corpi di regole distinti, che secondo l’autore vanno letti insieme e non uno alla volta: il GDPR per i dati personali, il Data Act per i diritti di accesso e riuso dei dati, il Data Governance Act per le condizioni di messa a disposizione e l’AI Act per la responsabilità sugli algoritmi. La conclusione è che ridurre tutto alla protezione dei dati personali significa occuparsi di una parte sola del problema, lasciando fuori i dati industriali, quelli che percorrono la catena di fornitura e i rischi legati ai sistemi di intelligenza artificiale che dentro quegli ambienti lavorano.

Il commento. Diciamolo subito: questo articolo parla a chi ha un capannone, e per un liceo non cambia niente. Riguarda invece da vicino gli istituti tecnici e professionali, e riguarda tutti quelli che mandano studenti in azienda. Due situazioni concrete. La prima è il laboratorio: dove sono stati comprati visori per la formazione tecnica, quei dispositivi riprendono l’ambiente e le persone che ci stanno dentro, e le persone qui sono minori. Prima di usarli serve sapere dove finiscono le registrazioni, cioè su quale server e in quale Paese, chi del fornitore può guardarle, per quanto tempo restano e come si verifica che siano state cancellate. Sono tre domande da mettere per iscritto nell’ordine di acquisto, non da porre a impianto installato, quando la trattativa è finita. Se un fornitore non sa rispondere, quella è già una risposta. La seconda situazione sono i percorsi per le competenze trasversali. Se l’azienda che ospita i vostri studenti usa visori, badge, telecamere o sistemi che tracciano le attività, quei ragazzi vengono ripresi come chiunque altro, ma non sono lavoratori dell’azienda e non sono maggiorenni. La convenzione va letta con questa domanda in testa, e se non dice nulla in proposito conviene aggiungere due righe: quali dispositivi riprendono lo studente, per quale finalità, e chi conserva le immagini. C’è poi una cosa che nell’articolo non c’è e in Italia viene prima di tutte, e vale anche per il personale della scuola: un dispositivo indossato che consente di sapere che cosa fa una persona mentre lavora rientra nella disciplina del controllo a distanza, cioè l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori. Nel settore pubblico questo si traduce nel confronto con le rappresentanze sindacali prima di introdurlo, non dopo, e vale anche quando l’intenzione è soltanto didattica, perché a contare non è l’intenzione ma la possibilità. L’ultima considerazione è la più utile per chi insegna: quello che l’articolo chiama segreti industriali, in un laboratorio scolastico diventa un’occasione. Far ragionare una classe su chi possiede i dati che una macchina produce, e su che cosa succede quando quei dati stanno sul server di chi la macchina l’ha venduta, è educazione civica digitale fatta con un caso vero e non con uno slogan.

D.R.

Fonte: Agenda Digitale

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