Rassegna AI
Due terzi delle organizzazioni hanno strumenti di intelligenza artificiale che nessuno ha autorizzato, e in una scuola la domanda non è quanto costano ma dove sono finiti i dati degli alunni
Una ricerca pubblicata oggi rileva che in due organizzazioni su tre il personale usa strumenti di intelligenza artificiale senza alcuna supervisione, e che quasi metà delle strutture grandi non sa dire quali strumenti circolino al proprio interno: in un istituto scolastico quel censimento mancante non è un problema di spesa, è il titolare del trattamento che non sa dove sono andati i compiti, le valutazioni e i nomi dei suoi alunni. Nella stessa giornata escono i numeri sul lavoro dei più giovani, quelli sul traffico dei programmi automatici che leggono i siti al posto delle persone, e il conto della corsa: 1.100 miliardi di dollari investiti in tre anni da quattro aziende.

La giornata conviene leggerla partendo dalla prima notizia, perché è l’unica che descrive una cosa che nella vostra scuola sta già succedendo mentre leggete. In due organizzazioni su tre il personale usa strumenti di intelligenza artificiale che nessuno ha autorizzato e nessuno ha censito. Nelle aziende questo è un problema di costi; da voi è un problema di responsabilità, perché il titolare del trattamento è l’istituzione scolastica e dentro quegli strumenti finiscono temi, valutazioni, diagnosi e nomi di minori. Se in agosto fate una cosa sola, fate l’elenco degli strumenti che il personale usa davvero, e chiedetelo con il tono di chi vuole mettere in regola, non di chi ispeziona.
Le due notizie che seguono guardano fuori dall’istituto. Una riguarda i vostri diplomati prima ancora del vostro organico: un responsabile del personale su cinque ha smesso di assumere neolaureati, e il gradino d’ingresso di molti mestieri si sta stringendo. Diciamo anche quale conclusione non va tratta, perché circola già: non è che l’informatica non serve più. L’altra riguarda il sito della scuola, cioè quello che risponde alle famiglie quando la segreteria è chiusa: più della metà di chi apre un sito non è una persona, e le informazioni chiuse dentro un PDF scansionato per una macchina non esistono. Lo stesso difetto, tra l’altro, è anche un problema di accessibilità, che per una scuola è un obbligo di legge.
Le ultime due servono a chi programma. Per gli istituti tecnici e professionali c’è la notizia più utile dell’anno sui laboratori: i robot cominciano a imparare guardando chi il mestiere lo sa fare, e questo sposta il valore dalla programmazione alla capacità di riconoscere un pezzo sbagliato, che si impara con le mani. L’ultima è la cornice di tutto il resto, ed è il motivo per cui conviene firmare contratti brevi: quattro aziende hanno investito 1.100 miliardi di dollari in tre anni e quest’anno ne spendono più di due al giorno. Quei soldi qualcuno dovrà restituirli, e le piattaforme oggi gratuite per l’istruzione lo sono per scelta commerciale, non per natura.
Dati e strumenti
Due terzi delle organizzazioni hanno strumenti di intelligenza artificiale che nessuno ha autorizzato, e a scuola dentro ci finiscono i dati dei minori
Un’analisi pubblicata su AI4Business raccoglie i dati sulla spesa in intelligenza artificiale che le organizzazioni non riescono a tracciare. Secondo l’AI Pulse Survey di Protiviti di febbraio 2026, due terzi delle organizzazioni ammettono che il proprio personale ha usato strumenti di intelligenza artificiale senza una supervisione adeguata, e quasi la metà delle strutture di grandi dimensioni non è in grado di dire quali strumenti circolino davvero al proprio interno. Lo studio IBM sui responsabili tecnologici del 2026 riporta che il 77% degli intervistati ritiene che l’adozione stia superando la capacità di governo dell’organizzazione, e il 70% riconosce che i singoli settori adottano tecnologie più in fretta di quanto l’ufficio informatico riesca a censirle. L’articolo individua tre voci di costo nascoste: i rinnovi dei contratti software, con aumenti che Gartner rileva fino al 30% legati a funzioni di intelligenza artificiale incorporate senza preavviso; i costi a consumo, legati al numero di richieste inviate ai modelli; e gli acquisti fatti dai singoli settori fuori dalla visibilità di chi governa la tecnologia. Fra le raccomandazioni: fare l’inventario, assegnare una responsabilità chiara, negoziare clausole specifiche nei contratti con i fornitori.
Il commento. Nelle aziende questa notizia parla di soldi. In un istituto scolastico parla di responsabilità, e per questo la mettiamo per prima. Il vostro problema non è che qualcuno paga trenta euro al mese senza dirlo: è che il titolare del trattamento dei dati è l’istituzione scolastica, cioè il dirigente, e in due organizzazioni su tre nessuno sa quali strumenti stia usando il personale. Tradotto nella vostra giornata: il docente che fa correggere i temi a uno strumento gratuito ci ha incollato i testi degli alunni; quello che prepara il piano didattico personalizzato ci ha incollato la diagnosi; la segreteria che si fa riscrivere una circolare a volte ci mette dentro l’elenco della classe. Nessuno di loro lo fa per leggerezza, lo fa per finire prima, e nella versione gratuita di quasi tutti questi servizi quel materiale può essere usato per addestrare il modello. Le cose da fare sono tre e vanno fatte adesso, in agosto, non in ottobre quando è già successo. La prima: chiedete al personale quali strumenti usa davvero, dicendo apertamente che serve a mettere in regola e non a sanzionare. Se sembra un’ispezione vi risponderanno in tre e continueranno tutti come prima. La seconda: mettete per iscritto, in una riga sola nel regolamento e nella circolare di inizio anno, la distinzione che conta e che tutti capiscono, cioè che in questi strumenti si può mettere materiale che sarebbe pubblicabile su un cartellone, mai un nome, una valutazione, una diagnosi o una relazione su una famiglia. La terza riguarda il vostro responsabile della protezione dei dati: gli strumenti che restano vanno guardati insieme a lui e annotati nel registro dei trattamenti, perché uno strumento censito e valutato è un trattamento, mentre uno strumento che nessuno sa che esiste è una violazione che aspetta di essere scoperta. Sull’aumento del 30% ai rinnovi, infine, una nota di bilancio: quando arriva la proposta per il registro elettronico o il gestionale di segreteria, guardate se il prezzo nuovo comprende funzioni di intelligenza artificiale che non avete chiesto. In molti contratti si possono scorporare, ma solo prima della firma.
D.R.
Fonte: AI4Business
Orientamento
Un responsabile del personale su cinque ha smesso di assumere neolaureati, e questa notizia riguarda i vostri diplomati prima ancora del vostro organico
Un sondaggio Gartner su 110 direttori delle risorse umane, pubblicato il 27 luglio 2026, indica che il 22% di loro ha interrotto l’assunzione di neolaureati a causa dell’intelligenza artificiale. Nello stesso quadro il 95% delle aziende dichiara di aver già introdotto strumenti di intelligenza artificiale, ma solo una organizzazione su cinque afferma di averne ricavato un valore significativo o trasformativo. Il rapporto di Challenger, Gray & Christmas del 6 agosto 2026 registra l’intelligenza artificiale come prima causa dichiarata di licenziamenti per il quinto mese consecutivo: a luglio sono stati annunciati 33.429 tagli, di cui 10.970 attribuiti direttamente all’intelligenza artificiale. Uno studio dello Stanford SIEPR di luglio 2026 rileva che l’occupazione fra i lavoratori di 22-25 anni nei settori più esposti cala in modo costante dalla diffusione pubblica di ChatGPT, mentre quella dei lavoratori esperti resta stabile o cresce, e che solo il 5% delle aziende riesce a misurare un impatto reale sui livelli occupazionali. Kaelyn Lowmaster di Gartner osserva che chi elimina i percorsi di ingresso finisce per pagare di più il personale esperto comprato all’esterno. Amazon, che pure costruisce agenti automatici, prevede di assumere 11.000 fra stagisti e neolaureati nel 2026.
Il commento. Sull’organico della scuola questa notizia non incide: il personale statale entra per concorso e per graduatoria, non per decisione di un direttore del personale. Dirlo apertamente vale più di un collegamento forzato. Riguarda però in pieno due cose che fate ogni anno, e la prima è l’orientamento in uscita. Il dato di Stanford è il più solido di tutti perché misura chi lavora e non chi comunica, e dice una cosa stretta: a rimetterci sono i ventiduenni e i venticinquenni nei mestieri più esposti, non tutti. Da qui la conclusione sbagliata da non trarre in nessun consiglio di classe, perché la sentiamo già in giro: non è "non iscrivetevi a informatica". I mestieri esposti sono quelli fatti di compiti ripetibili e descrivibili, e ci stanno dentro tanto la programmazione di primo livello quanto la redazione di testi standard e l’inserimento di dati. Quello che si sta chiudendo non è un settore, è il gradino d’ingresso di molti settori. Per un diplomato la conseguenza pratica è che vale di più tutto ciò che si dimostra facendo: il tirocinio vero, il portfolio di lavori, la certificazione riconosciuta dalle imprese, la capacità di accorgersi che un risultato è sbagliato. La seconda cosa che vi riguarda sono i percorsi per le competenze trasversali. Se un’azienda del territorio non assume più al primo livello, quel posto in tirocinio diventa più difficile da ottenere e va chiesto prima, a settembre e non a maggio. E c’è un argomento da usare quando telefonate, che è il ragionamento di Gartner rovesciato a vostro favore: chi smette di far entrare i giovani si compra un problema fra tre anni, perché il personale esperto lo pagherà al prezzo fatto da chi non ha smesso. Un tirocinio è il modo più economico che un’impresa ha per non trovarsi in quella condizione. Infine una cautela sui numeri, perché serve a voi e serve in classe: i tagli attribuiti all’intelligenza artificiale sono quelli dichiarati dalle aziende, e dichiarare che si taglia per innovazione suona molto meglio che ammettere di aver assunto troppo. È un esercizio di lettura critica delle fonti già pronto, su un caso che ai ragazzi interessa davvero.
D.R.
Fonte: Rivista.AI
Sito e comunicazione
Più della metà di chi apre un sito non è una persona, e il sito della scuola è quello che risponde alle famiglie quando la segreteria è chiusa
Durante la presentazione dei risultati del secondo trimestre 2026, il direttore finanziario di Cloudflare, Thomas Seifert, ha dichiarato che entro cinque anni il traffico generato da programmi automatici e agenti di intelligenza artificiale potrebbe superare di mille volte quello generato dalle persone, riducendo gli utenti umani a un errore di arrotondamento. I dati di Cloudflare Radar relativi a maggio 2026 indicano che il sorpasso è già avvenuto: i programmi automatici valgono circa il 57% del traffico complessivo osservato dalla società, con un anno di anticipo rispetto alle previsioni fatte in precedenza dall’amministratore delegato. L’accelerazione è attribuita agli agenti di intelligenza artificiale, la cui quota è passata dall’1,7% del traffico automatizzato all’inizio del 2025 all’8% alla fine dello stesso anno, una crescita dell’8.000% in dodici mesi. La differenza rispetto al passato sta nel comportamento: un agente interroga migliaia di siti contemporaneamente per conto di molte persone, mentre una persona ne consulta cinque. Cloudflare ha chiuso il trimestre con 696 milioni di dollari di ricavi, in crescita del 36% su base annua.
Il commento. Il collegamento con la vostra scuola è più diretto di quanto sembri, e si vede pensando a come una famiglia cerca oggi un’informazione. Non apre più il sito dell’istituto e naviga nei menù: fa una domanda a un assistente, del tipo quando scadono le iscrizioni, che indirizzi ha quella scuola, a che ora è aperta la segreteria. La risposta che riceve viene costruita leggendo il vostro sito, e se quella informazione lì dentro non è leggibile la famiglia riceve una risposta presa da altrove, o sbagliata, o dell’istituto vicino. Da qui tre verifiche che si fanno in un pomeriggio di agosto. La prima riguarda il formato, ed è la più importante per una scuola: le informazioni che contano non possono stare solo dentro un PDF scansionato, cioè una fotografia di un foglio. Un programma che legge non ci trova niente, e non ci trova niente nemmeno chi usa un lettore di schermo, il che significa che lo stesso difetto è anche un problema di accessibilità, e per una pubblica amministrazione l’accessibilità è un obbligo di legge, non una cortesia. Gli orari di segreteria, le scadenze, i recapiti e i criteri di iscrizione vanno scritti come testo nella pagina, non solo allegati. La seconda verifica riguarda dove stanno quelle informazioni: se per sapere l’orario di apertura bisogna aprire una circolare del 2024 nell’albo, per una macchina quell’informazione non esiste. Una pagina sola, aggiornata, con orari e contatti vale più di venti circolari. La terza riguarda i numeri che qualcuno vi mostra ogni tanto sulle visite al sito: sono gonfiati dal traffico automatico, e giudicare la comunicazione dell’istituto da quel grafico porta fuori strada. Il metro utile è un altro e ce l’avete già: quante persone si presentano in segreteria a chiedere una cosa che era scritta sul sito. Se sono tante, il sito non risponde, e adesso sapete che non risponde nemmeno alla macchina che le famiglie interrogano al posto vostro.
D.R.
Fonte: Hardware Upgrade
Laboratori e indirizzi tecnici
I robot cominciano a imparare guardando l’operaio, e cambia che cosa deve saper fare un diplomato che entra in officina
Francesca Negrello, ricercatrice dell’Istituto Italiano di Tecnologia e responsabile del JOiiNT LAB, descrive su Agenda Digitale la cosiddetta intelligenza artificiale fisica, cioè l’incontro fra modelli di intelligenza artificiale e robotica per macchine che percepiscono, agiscono e si adattano nel mondo reale. La differenza rispetto all’intelligenza artificiale che lavora sui dati digitali sta in tre vincoli: i dati raccolti dall’interazione fisica sono pochi e poco strutturati, l’ambiente è variabile e gli oggetti non stanno dove dovrebbero, e attrito, deformazione e usura obbligano il sistema ad adattarsi davvero. L’articolo indica tre ricadute per la manifattura italiana: la competenza di chi sa fare viene conservata, perché il robot impara dalla dimostrazione dell’operatore invece di sostituirla; l’automazione flessibile diventa sostenibile anche per chi produce piccoli lotti e compete sulla qualità e non sui volumi; la tecnologia interviene dove mancano persone qualificate. Vengono citati tre casi concreti: Exsensia, con software che permette al robot di apprendere un compito da una sola dimostrazione; Frasky, robot mobile che tratta il vigneto in modo selettivo; CraneBot, sistemi di sollevamento che riducono gli infortuni da carichi pesanti in edilizia.
Il commento. Questa è la notizia della giornata per gli istituti tecnici, i professionali e gli ITS, e conviene leggerla al contrario di come è scritta. Non dice che servirà più informatica: dice che la parte difficile si sposta dalla programmazione alla dimostrazione, cioè che il robot impara guardando qualcuno che il mestiere lo sa. Se è così, il diplomato che le imprese cercheranno non è quello che sa scrivere il programma della macchina, è quello che sa riconoscere quando il pezzo esce male e sa dire perché. È esattamente ciò che si impara in laboratorio con le mani, e per una volta la notizia dà ragione a chi in laboratorio ci tiene i ragazzi invece di portarli in aula a fare teoria. La seconda cosa riguarda i rapporti con il territorio, e vale in particolare per i vostri percorsi per le competenze trasversali. I casi citati sono una lavorazione flessibile, un robot che tratta il vigneto e un sistema di sollevamento in edilizia: agricoltura, meccanica, cantiere, cioè i settori in cui molte delle vostre aziende convenzionate lavorano davvero. Chiedere a settembre se stanno guardando queste tecnologie è un modo per far entrare gli studenti dove sta succedendo qualcosa, invece che in magazzino a fare fotocopie. Terzo punto, ed è quello che nessuno considera finché non capita: una macchina che si adatta è una macchina che cambia comportamento, quindi se ne entra una nel vostro laboratorio il documento di valutazione dei rischi va aggiornato e la formazione di chi ci lavora accanto, docenti tecnico-pratici e assistenti compresi, va rifatta e documentata. Non è burocrazia: è la differenza fra un incidente e un incidente di cui dovete rispondere. Infine, per chi insegna: il concetto di apprendimento da dimostrazione è uno dei pochi argomenti di intelligenza artificiale che si può spiegare senza schermi, facendo fare a due studenti lo stesso gesto e chiedendo alla classe che cosa cambierebbe una macchina che ha visto solo il primo. Chiarisce in cinque minuti perché i dati con cui una macchina impara contano più della macchina.
D.R.
Fonte: Agenda Digitale
Bilancio e contratti
Millecento miliardi di dollari investiti in tre anni da quattro aziende, e le piattaforme gratuite per le scuole non resteranno gratuite per sempre
Luca Tremolada, su Info Data del Sole 24 Ore, riprende i conti del Financial Times: dal 2023 Google, Amazon, Microsoft e Meta hanno investito 1.100 miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale, e per il 2026 è previsto un ulteriore stanziamento di 745 miliardi, cioè più di due miliardi al giorno. L’articolo ricorda che si tratta di un cambio di natura del mestiere: aziende nate nel software, che cresceva senza infrastrutture fisiche, sono diventate costruttrici di centri di calcolo, con la spesa in conto capitale che ne consegue. Un’analisi della Banca dei regolamenti internazionali, ripresa dal settimanale The Economist, colloca questa accelerazione sopra quella della corsa ai canali americani dell’Ottocento, delle ferrovie britanniche e della bolla delle società internet di fine anni Novanta. I rischi indicati sono quattro: capacità costruita in eccesso rispetto alla domanda, invecchiamento dei processori nell’arco di circa tre anni, vincoli di disponibilità di energia e dipendenza dalla domanda di poche società come OpenAI e Anthropic.
Il commento. Un istituto scolastico non compra niente in questa storia, eppure ne pagherà una parte, e vale la pena capire per quale strada. Chi ha speso 1.100 miliardi deve rientrarci, e i modi sono due: alzare i prezzi e rendere indispensabile il servizio. Le piattaforme che oggi date per scontate perché sono gratuite per l’istruzione sono gratuite per scelta commerciale, non per natura, e quella scelta si rivede quando bisogna far quadrare un conto di questa dimensione. Non è un allarme, è un promemoria per chi scrive il programma annuale: una scuola ha un bilancio rigido e tempi di acquisto lunghi, ed è la struttura che meno di tutte può assorbire un aumento improvviso. Due domande, quindi, prima di spostare un pezzo di lavoro dentro una piattaforma nuova, e conviene mettere le risposte per iscritto negli atti. La prima: se domani questo servizio diventa a pagamento o triplica di prezzo, la scuola si ferma o si torna a fare come prima. La seconda: i materiali che ci mettiamo dentro escono, in un formato che si può riaprire altrove. Su questa seconda domanda le scuole rischiano più delle aziende, perché quello che c’è dentro non è un listino: sono gli elaborati degli studenti, le programmazioni costruite in anni, i verbali. Provate l’esportazione una volta davvero, adesso che le lezioni non ci sono, invece di fidarvi della riga del contratto che dice che si può fare. Sul versante degli acquisti, la regola pratica è preferire un contratto annuale a uno pluriennale finché il mercato si muove così, e verificare che il prezzo scontato per l’istruzione sia scritto nel contratto e non solo nella pagina commerciale. Un’ultima cosa sul clima intorno a questa notizia, perché in classe tornerà utile: che gli investimenti somiglino a una bolla non significa che la tecnologia sparirà. Dopo la corsa alle ferrovie i binari sono rimasti e ci passano ancora i treni. Significa che alcuni fornitori non ci saranno più, ed è per questo che l’alternativa va conosciuta quando sceglierla è una decisione e non un’emergenza di novembre.
D.R.
Fonte: Il Sole 24 Ore
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