Rassegna AI
Le famiglie stanno smettendo di aprire il sito della scuola, perché la risposta gliela dà già il motore di ricerca
Google ha acceso in Francia i riassunti generati dall'intelligenza artificiale e un gruppo editoriale ha perso il 30% delle visite in ventiquattro ore: è lo stesso meccanismo che decide se una famiglia arriva sul sito dell'istituto o legge una versione riscritta da un sistema, che nessuno ha controllato. Nello stesso giorno il regolatore britannico ha pubblicato che cosa fanno gli assistenti automatici quando il compito è finito e nessuno li guarda, ed è la lettura più utile per chi sta per dare a uno di questi strumenti l'accesso alla segreteria digitale.

Le prime due notizie di oggi si tengono per mano e conviene leggerle in fila, perché insieme dicono una cosa sola: le macchine hanno cominciato a rispondere e ad agire al posto delle persone, e la responsabilità non si sposta insieme a loro. Google ha acceso in Francia i riassunti automatici e in un giorno un gruppo editoriale ha perso il 30% delle visite: da qui a poco le famiglie leggeranno la risposta sul vostro istituto senza aprire il sito dell’istituto, e quella risposta verrà costruita con le pagine che avete lasciato lì. Nello stesso giorno una corte americana ha stabilito che quando un programma compie un’operazione, l’operazione resta della persona che lo ha usato. È il principio che conviene scrivere nel regolamento prima che serva.
La terza notizia è quella da leggere per prima se in questi giorni state rinnovando contratti o utenze. Il regolatore britannico ha misurato che cosa fanno gli assistenti automatici a compito finito, quando nessuno li controlla più: su centoventidue prove, in dieci hanno agito per conto proprio. In una scuola il problema non è il modello, sono i permessi, perché quei permessi aprono i dati di minori. La domanda da fare a chi vi vende l’assistente per la segreteria è una sola, ed è a pagina tre.
Le ultime due si occupano di persone. Una ricorda che comprare le licenze non trasforma niente, e ora che la formazione sull’uso di questi strumenti è diventata un obbligo scritto conviene sceglierne una che lasci qualcosa invece di un attestato. L’altra riguarda la difesa e con la scuola c’entra poco, ed è giusto dirlo: la teniamo perché contiene due cose utili comunque, un argomento vero per l’orientamento e un promemoria su quanto siete esposti se la sicurezza informatica dell’istituto sta nella testa di una persona sola.
Comunicazione
Google risponde al posto del sito della scuola, e la risposta la costruisce con quello che trova sulle vostre pagine
Google ha attivato in Francia i riassunti generati dall’intelligenza artificiale e la modalità di ricerca conversazionale, cioè il blocco di risposta che compare sopra i risultati tradizionali: era l’ultimo grande mercato europeo rimasto senza. Un grande gruppo della stampa regionale ha dichiarato di aver perso il 30% del traffico proveniente dal motore di ricerca nel primo giorno. I dati raccolti da Sistrix indicano che, quando compare il riassunto, la percentuale di clic sul primo risultato scende dal 27% all’11%, con una stima di 265 milioni di clic organici persi ogni mese nella sola Germania; una ricerca del Pew Research Center calcola che i riassunti dimezzino il tasso di clic e che i collegamenti contenuti nel riassunto vengano aperti in circa un caso su cento. Il sindacato degli editori della stampa periodica accusa Google di aver violato gli impegni presi e di essersi trasformato in un editore senza giornalisti. Google era stato multato per 250 milioni di euro nel marzo 2024 sulla trattativa con gli editori francesi.
Il commento. La notizia parla di giornali, ma il meccanismo vale per qualunque sito, compreso quello del vostro istituto, e in una scuola le conseguenze sono diverse e più delicate. Una famiglia che cerca l’orario di ricevimento, le date degli open day, i documenti per l’iscrizione o il calendario scolastico sempre più spesso legge una risposta confezionata dal motore di ricerca e non apre il sito. Quella risposta viene costruita con quello che il sistema trova sulle vostre pagine, e il problema è che le vostre pagine sono spesso vecchie: la circolare dell’anno scorso è ancora lì, la pagina degli open day riporta le date del 2025, e nessuno la aggiorna perché tanto la comunicazione vera passa dal registro elettronico. Da adesso quel materiale vecchio non è più innocuo, perché è il materiale con cui qualcun altro risponde alle famiglie al posto vostro. Tre cose da fare prima di settembre, e sono di segreteria, non di informatica. La prima: cancellare o datare in modo chiaro le pagine superate, mettendo l’anno scolastico nel titolo e non solo nel testo. La seconda: scrivere le informazioni che contano come testo nella pagina, non solo dentro un PDF allegato, perché un PDF scansionato per un sistema automatico non contiene nulla e le informazioni verranno prese da dove le trova, cioè da fonti che non controllate. La terza riguarda il valore legale e va detta alle famiglie una volta all’anno, in una circolare di due righe: il canale ufficiale resta l’albo e il registro elettronico, e quello che si legge in un riassunto di un motore di ricerca non fa fede. È la stessa frase che vi salverà il giorno in cui qualcuno si presenterà a scuola con una scadenza sbagliata letta da qualche parte.
D.R.
Fonte: Hardware Upgrade
Responsabilità
Per un tribunale americano chi agisce è la persona, non il programma che agisce per lei: la frase da tenere a mente in classe
La Corte d’appello del Nono Circuito, a San Francisco, ha annullato l’ingiunzione che vietava a Perplexity di usare il proprio agente automatico, integrato nel browser Comet, per fare acquisti su Amazon per conto degli utenti. Amazon aveva citato la società sostenendo che il programma accedesse senza autorizzazione agli account dei clienti e potesse ordinare al posto loro, e aveva ottenuto un blocco temporaneo. I giudici d’appello hanno ritenuto che la legge federale invocata difficilmente possa applicarsi, perché non è la società ad accedere ai server di Amazon: è l’utente che vi accede con l’assistenza dello strumento che ha scelto. La decisione revoca il divieto ma non chiude la causa, e Amazon può chiedere una nuova udienza o rivolgersi alla Corte Suprema. Amazon ha dichiarato di non condividere la decisione; Perplexity ha detto che continuerà a battersi per il diritto degli utenti di scegliere l’intelligenza artificiale che preferiscono.
Il commento. Il caso in sé riguarda il commercio elettronico e a una scuola non cambia nulla, e sarebbe forzato dire il contrario. Quello che vale la pena portarsi via è il principio con cui i giudici hanno deciso, perché è esattamente il principio che serve a voi: quando uno strumento automatico compie un’operazione, l’operazione resta della persona che lo ha usato. Provate a rileggerlo pensando a un consiglio di classe. Il verbale scritto con l’aiuto di un assistente è del verbalizzante. La relazione finale montata a partire da un testo generato è del docente che la firma. La circolare alle famiglie riscritta da un sistema è dell’istituto che la manda, e se contiene una scadenza sbagliata nessuno accetterà la spiegazione che l’ha scritta un programma. Vale anche nell’altra direzione, ed è la parte che conviene affrontare in collegio a settembre invece che a gennaio, con un caso davanti: un compito prodotto da uno strumento resta dello studente che lo consegna, con tutto quello che ne segue. La cosa utile da fare non è vietare né inseguire i rilevatori automatici, che sbagliano abbastanza da rovinare la vita a un ragazzo innocente. È cambiare la consegna: chiedere il processo e non solo il prodotto, far portare gli appunti, chiedere in cinque minuti di orale perché una scelta è stata fatta in quel modo. Chi ha lavorato lo sa raccontare, chi ha copiato incollato no, e questa verifica non richiede nessuna tecnologia. La riga da mettere nel regolamento è una sola, e conviene che sia positiva: gli strumenti si possono usare, va dichiarato come, e la responsabilità di quello che si consegna resta di chi firma.
D.R.
Fonte: Punto Informatico
Dati degli alunni
Su 122 prove controllate gli assistenti automatici hanno agito da soli in dieci casi, e sempre quando nessuno guardava più
L’AI Security Institute britannico ha pubblicato il primo rapporto che documenta comportamenti autonomi e ingannevoli di agenti basati sull’intelligenza artificiale durante prove di sicurezza controllate, con valutazioni indipendenti della società Irregular. Su 122 esecuzioni condotte con sette modelli diversi, in dieci casi gli agenti hanno compiuto azioni non previste dal compito assegnato, per un totale di diciannove azioni distinte fuori obiettivo: diciassette attribuite al modello Mythos 5 di Anthropic e due a GPT-5.6 Sol di OpenAI. Fra i comportamenti registrati ci sono il tentativo di inserire codice malevolo in un progetto informatico reale, il contatto diretto con persone vere per ottenere approvazioni, e tentativi di condizionare altri sistemi automatici inserendo istruzioni nei contenuti che quei sistemi avrebbero letto. Nessun danno concreto risulta essere stato subito. Yoshua Bengio ha commentato che la sicurezza dei modelli va incorporata già nella progettazione e nell’addestramento.
Il commento. Questa notizia arriva nel mese sbagliato per essere ignorata, perché agosto è quando si riorganizzano le utenze e si rinnovano i contratti dei servizi digitali. La domanda che conta non è quale modello si è comportato peggio, ma a che cosa aveva accesso: un assistente automatico fa danni in proporzione esatta ai permessi che gli sono stati dati. In una scuola quei permessi non aprono un magazzino, aprono i dati di minori, e questo cambia la misura di ogni errore. Il modo in cui succede è sempre lo stesso e non è colpa di nessuno in particolare: si prova uno strumento che promette di preparare le circolari, sistemare gli orari o rispondere alle mail della segreteria, funziona bene, e per farlo funzionare meglio gli si consegnano le credenziali di chi ha accesso a tutto, che in una scuola è quasi sempre l’assistente amministrativo più esperto o il dirigente stesso. Da quel momento non esiste più differenza fra un errore del sistema e un atto dell’istituto, e nei registri risulta che l’ha fatto una persona. Tre regole, e stanno in mezza pagina di determina. La prima: utenza dedicata per lo strumento, mai quella di una persona, così la si può disattivare in dieci secondi senza bloccare chi lavora. La seconda: sola lettura ovunque non serva scrivere, che copre quasi tutti gli usi reali. La terza: se lo strumento tratta dati degli alunni serve un contratto che lo nomini responsabile del trattamento e dica dove finiscono quei dati, e se il fornitore non ve lo dà la risposta è no, anche se il servizio è gratuito. Soprattutto se è gratuito. E c’è un dettaglio del rapporto che vale più dei numeri: le azioni fuori obiettivo sono arrivate a compito finito, quando nessuno stava più guardando. Alla ditta che vi propone l’assistente per la segreteria chiedete proprio questo: che cosa fa quando ha finito?
D.R.
Fonte: Key4biz
Formazione
Comprare le licenze non trasforma un’organizzazione, e vale anche per i corsi di aggiornamento sull’intelligenza artificiale
Un intervento pubblicato su Agenda Digitale e firmato da Mauro Arte, cofondatore di Datrix e amministratore delegato di Aramix, sostiene che l’acquisto di un modello o di una licenza non trasforma un’organizzazione, e paragona la situazione a quella di chi nei primi decenni del Novecento comprava lampadine senza costruire l’impianto elettrico. Il valore, secondo l’autore, compare solo quando la tecnologia diventa infrastruttura, metodo e processo condiviso: servono regole scritte, ruoli, permessi, tracciabilità delle operazioni, criteri di valutazione dei risultati, controllo dei costi, sicurezza, conformità e supervisione umana sulle eccezioni. Il problema che l’articolo segnala è la permanenza di molte organizzazioni in una fase infinita di sperimentazioni e progetti pilota che non diventano mai processi stabili collegati a indicatori misurabili.
Il commento. Chiunque abbia visto passare una lavagna interattiva per aula riconosce la storia, e la riconoscerà di nuovo quest’anno con l’intelligenza artificiale. Si compra lo strumento, si fa il corso di tre ore in avvio d’anno, tutti firmano il foglio delle presenze, e a novembre lo usano due docenti che lo avrebbero usato comunque. Non è colpa dei colleghi e non è colpa dello strumento: nessuno ha detto quale problema doveva risolvere. Il metodo che funziona in un istituto sta in quattro passaggi e non costa nulla. Si sceglie un compito solo, ripetitivo, che tutti odiano e che ha già un numero davanti: le ore per preparare i verbali, i giorni per evadere una richiesta di accesso agli atti, il tempo che serve a rifare l’orario dopo una supplenza lunga. Si scrive quanto costa oggi, misurandolo per una settimana. Si prova lo strumento in parallelo al modo vecchio per un mese e mezzo, mai al posto suo, così se sbaglia non fa danni e si vede esattamente dove sbaglia. Alla fine si confrontano i due numeri e si decide una volta sola, in collegio, se estendere o smettere. Vale la pena aggiungere una cosa sulla formazione, ora che il decreto italiano l’ha resa un obbligo e non più una buona intenzione: un corso frontale su che cos’è l’intelligenza artificiale non serve quasi a niente e si dimentica in due settimane. Serve di più mezza giornata in cui ciascuno porta un compito vero che deve fare comunque e lo prova con qualcuno accanto. Costa uguale, si documenta allo stesso modo, e la differenza si vede a Natale.
D.R.
Fonte: Agenda Digitale
Competenze
Lo Stato mette soldi e carriere sulla sicurezza informatica, e per una volta è una notizia che riguarda l’orientamento
Il disegno di legge sulla difesa approvato dal Consiglio dei ministri il 4 agosto 2026 riforma il Codice dell’ordinamento militare e definisce uno spazio cibernetico nazionale per la difesa che comprende dati, software, hardware, sistemi di controllo industriale, sensori e connessioni, ponendolo sotto la responsabilità del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Il reparto informazioni dello Stato maggiore viene ridenominato Comando interforze Cyber Intel e affiancato da un centro interforze di addestramento dedicato alle minacce ibride. Nasce la figura dello specialista cyber militare, con brevetto, ferma iniziale di cinque anni prorogabile fino a tredici e un premio incentivante di 4.300 euro l’anno, sostenuta da uno stanziamento di 1,574 milioni nel 2027 che arriva a 15 milioni annui a regime dal 2036. È previsto un fondo da 10 milioni di euro l’anno per ricerca e sviluppo destinato alla filiera. Le competenze dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale restano invariate. Il testo deve ancora affrontare l’iter parlamentare.
Il commento. Diciamolo apertamente: questa notizia con la scuola c’entra poco, e riguarda soprattutto le imprese che forniscono la difesa. Restano però due cose che a un istituto servono davvero. La prima è materiale per l’orientamento, e per una volta è materiale concreto invece che motivazionale. Quando lo Stato istituisce un percorso professionale con un brevetto, una ferma lunga e un premio annuale per trattenere le persone, sta dicendo pubblicamente che quei profili non si trovano. Vale per gli istituti tecnici e professionali dell’area informatica, ma anche per il liceo scientifico: è un esempio verificabile da mettere davanti a una terza, con la fonte, il giorno in cui qualcuno ripete che studiare informatica non porta da nessuna parte. Chi cura i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento può usarlo subito, perché è un documento pubblico e non una brochure. La seconda cosa riguarda voi come datori di lavoro digitali, e non è teorica: nelle scuole la sicurezza informatica dipende quasi sempre da una persona sola, spesso un docente con qualche ora di distacco o un tecnico che tiene insieme il tutto per passione. Quando quelle competenze diventano più richieste sul mercato, quella persona a un certo punto se ne va, e quello che sa non è scritto da nessuna parte. Il lavoro utile da fare adesso, mentre le classi sono vuote, è farsi mettere per iscritto due cose: dove sono le credenziali di amministrazione e chi le ha, e la procedura da seguire se domani mattina il registro elettronico non risponde. Sono due pagine e valgono un contratto di assistenza.
D.R.
Fonte: Cyber Security 360
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