Rassegna AI
L’Italia ha approvato le sue regole sull’intelligenza artificiale, e da settembre la formazione del personale non è più una buona intenzione
Il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva i decreti che applicano l'AI Act in Italia: la formazione di chi usa questi strumenti diventa un obbligo scritto, nessuna decisione sul rapporto di lavoro può essere presa solo da un sistema automatico e la vigilanza passa a due agenzie che possono ispezionare e sanzionare anche su semplice reclamo. Nella stessa giornata un ateneo ha annullato una prova d'ammissione sorvegliata da un software di intelligenza artificiale e ha richiamato in aula 58.000 candidati, che è la lezione più utile dell'anno per chi sta pensando a verifiche o corsi da remoto.

La giornata ha un centro, ed è a Palazzo Chigi. I decreti che portano il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale dentro la nostra legge sono stati approvati in via definitiva, e per una scuola le righe che contano sono due. La prima: la formazione di chi usa questi strumenti è un obbligo, quindi entra nel piano di settembre con una delibera e un foglio firme, non fra le buone intenzioni. La seconda: sulle persone non decide un sistema da solo, e questo tocca graduatorie interne, assegnazioni e turni ogni volta che a produrre l’esito è un applicativo. Accanto, adesso si sa anche chi controlla, perché la vigilanza è divisa fra AgID e ACN e i procedimenti possono nascere da un reclamo, cioè dalla segnalazione di una famiglia o di un collega.
La terza notizia è quella da leggere se avete in mente una prova da remoto per l’anno che comincia. Un ateneo ha annullato la propria prova d’ammissione sorvegliata da un software di intelligenza artificiale e richiama in aula 58.000 candidati, perché i punteggi erano fuori scala e nessuno li ha guardati mentre la prova si svolgeva. Il costo di quell’errore non lo pagano quelli che hanno copiato, lo pagano tutti gli altri che devono rifare l’esame.
Le ultime due riguardano i testi e i materiali, e servono più in classe che in segreteria. Su LinkedIn saranno i lettori a segnalare i post che sembrano generati, il che dice una cosa semplice e utile da portare agli studenti: si vede, e a vederlo sono le persone, non un programma. L’altra spiega perché i materiali fatti con questi strumenti si somigliano tutti, e arriva nel mese giusto, quando si comincia a preparare l’orientamento.
Personale
La formazione su questi strumenti diventa un obbligo, e sulle persone non può decidere un sistema da solo
Il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che adegua l’ordinamento italiano al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Il testo rende obbligatoria la formazione del personale sull’uso di questi sistemi, con previsioni specifiche per i professionisti sanitari e l’aggiornamento dei loro programmi di educazione continua, e stabilisce che le decisioni sul rapporto di lavoro, licenziamenti compresi, non possono essere adottate unicamente sulla base di un trattamento automatizzato. Prevede inoltre spazi di sperimentazione regolamentare con criteri di favore per le realtà piccole. Nella stessa seduta il Governo ha dichiarato di interesse strategico due progetti di data center per circa 6,8 miliardi di euro di investimenti diretti, il campus di K2 Strategic a Milano con 5,3 miliardi e 400 MW e l’impianto di Energy Vault nel Sulcis Iglesiente con 1,49 miliardi e 30 MW, e ha destinato 100 milioni a contrastare i rischi legati all’abuso dei social e delle piattaforme digitali.
Il commento. La parola che cambia qualcosa nella vostra scuola è "formazione", e cambia la natura di un adempimento che finora molti collegi rinviavano. Non è più una proposta del piano formativo che si inserisce se avanza tempo: è un obbligo che grava su chi mette gli strumenti a disposizione del personale. Se in istituto si usano assistenti per preparare materiali, correggere bozze di circolari, tradurre comunicazioni alle famiglie o costruire verifiche, quella formazione va fatta e va documentata. Documentata vuol dire una cosa precisa, e conviene farla bene la prima volta: data, elenco dei presenti con firma, argomenti trattati e nome di chi ha tenuto l’incontro. Due ore in avvio d’anno dentro le attività funzionali, delibera in collegio, e la pratica è chiusa. Costruirla dopo, quando qualcuno la chiede, è la situazione in cui nessuno vuole trovarsi, perché un elenco di presenze non si ricostruisce a memoria. La seconda parte riguarda il dirigente come datore di lavoro, ed è più insidiosa di quanto sembri. Nessuna decisione su una persona può nascere solo da un’elaborazione automatica: vale per le graduatorie interne, per l’assegnazione dei docenti alle classi se la fa un applicativo, per i turni del personale ATA generati dal software, per qualunque punteggio calcolato da un sistema e poi trasformato in un provvedimento. Lo strumento si può continuare a usare, ma l’esito deve essere esaminato da una persona che può ribaltarlo, e questo deve risultare dagli atti. La formula da inserire nei provvedimenti è breve: che l’elaborazione automatica ha prodotto una proposta, e che la decisione è stata assunta dopo l’esame del responsabile. Senza quella riga, il ricorso comincia con un vantaggio già acquisito da chi lo presenta.
D.R.
Fonte: Corriere Comunicazioni
Vigilanza
AgID e ACN si dividono i controlli, e i procedimenti possono partire da un semplice reclamo
Il decreto italiano di attuazione del regolamento europeo non istituisce un’autorità unica ma affida i compiti a due enti già esistenti. AgID, l’Agenzia per l’Italia digitale, è l’autorità di notifica: valuta e designa gli organismi che certificano la conformità dei sistemi, li controlla nel tempo con audit, emana linee guida e sanziona le violazioni relative a quel circuito. ACN, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, è l’autorità di vigilanza del mercato: dispone di ampi poteri ispettivi, tiene la registrazione dei sistemi ad alto rischio, fa da punto di contatto unico con la Commissione europea e può aprire procedimenti a seguito di segnalazioni di incidenti o di reclami. Le sanzioni arrivano a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato mondiale annuo per le pratiche vietate, con importi inferiori per le violazioni meno gravi. È previsto anche uno spazio nazionale di sperimentazione, con criteri oggettivi e priorità alle realtà piccole; le modalità operative saranno definite con successivi decreti ministeriali.
Il commento. Le cifre delle sanzioni sono pensate per le grandi imprese e non descrivono il rischio di una scuola, quindi non è da lì che conviene partire. La riga da tenere è un’altra: i procedimenti si aprono anche su reclamo. Vuol dire che esiste un ufficio a cui una famiglia, un docente o un componente del personale può segnalare l’uso di uno strumento, e che quella segnalazione produce una richiesta di chiarimenti a cui bisogna rispondere con dei documenti. Le pratiche vietate, che sono quelle punite più duramente, hanno una voce che riguarda la scuola in modo diretto: dedurre le emozioni delle persone nei luoghi di lavoro e di istruzione. Ogni tanto qualcuno propone agli istituti sistemi che misurano l’attenzione della classe dalle telecamere, o applicazioni che leggono il tono dei messaggi per segnalare disagio. Non sono strumenti da valutare con prudenza, sono strumenti da rifiutare, e la ragione ora è scritta in una norma con un numero e una sanzione. La cosa concreta da fare prima di settembre è un elenco, e non richiede un consulente. Su un foglio: quali strumenti con intelligenza artificiale usa l’istituto, compresi quelli inclusi nel registro elettronico e nella piattaforma di collaborazione, chi li fornisce, chi ne risponde internamente. Quel foglio serve al responsabile della protezione dei dati, serve al collegio quando discuterà il regolamento e serve a voi il giorno in cui arriva una richiesta di chiarimenti. Chi lo compila dopo la lettera lo compila male, e si vede.
D.R.
Fonte: Key4biz
Prove da remoto
Un ateneo annulla la prova d’ammissione sorvegliata dall’intelligenza artificiale, e 58.000 candidati la rifanno in presenza
L’Universidad Nacional Autónoma de México ha annullato i risultati della sua prima prova di ammissione interamente da remoto, sostenuta da circa 160.000 candidati fra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2026 con un browser bloccato e un software di sorveglianza basato sull’intelligenza artificiale. Ad accendere l’allarme è stata la distribuzione dei punteggi: il 16,3% dei partecipanti ha superato i 100 punti su 120, contro il 3,5% degli anni dal 2021 al 2025, e il 5,5% ha raggiunto almeno 110 punti contro lo 0,9% storico. Una commissione tecnica ha concluso che vi è stato un ricorso massiccio ad aiuti esterni e ha raccomandato di ripetere la prova in presenza nei campus prima dell’inizio delle lezioni, fissato per il 10 agosto. Il rettore si è scusato pubblicamente. Gli studenti chiamati a ripetere l’esame sono 58.000.
Il commento. Questa è la notizia della giornata per chiunque nella scuola abbia in mente una prova da remoto: test d’ingresso, esami di idoneità, verifiche dei corsi di recupero, prove finali di un percorso online, selezioni per progetti. Il software di sorveglianza non si è rotto e non ha dato errore: ha fatto quello che sapeva fare, e nessuno stava guardando i risultati mentre la prova andava avanti. Se ne sono accorti dai numeri finali, quando l’unica correzione possibile era annullare tutto. La regola pratica che ne esce si applica il giorno stesso in cui si progetta la prova, non dopo: stabilite prima quale dato vi direbbe che qualcosa non va, e chi lo guarda mentre si svolge. Nel caso di una verifica è banale e non richiede strumenti: la distribuzione dei voti confrontata con quella delle prove precedenti della stessa classe. Se una classe che viaggiava sul sei consegna improvvisamente tutti otto, quella è un’informazione, e va vista lo stesso pomeriggio, non a scrutinio fatto. C’è poi la conseguenza che pesa di più, ed è la ragione per cui questa storia va raccontata anche in collegio. Quando una prova viene annullata, il danno non lo pagano soltanto quelli che hanno copiato: lo pagano tutti gli altri, che devono rifarla. È il motivo per cui una prova a distanza senza vigilanza umana non è una prova più moderna, è una prova più fragile, e quando il risultato produce una graduatoria o un’ammissione la fragilità diventa un contenzioso. Se la prova conta, falla in presenza; se si può fare da remoto, allora probabilmente non era una prova ma un esercizio, e va valutata come tale.
D.R.
Fonte: Hardware Upgrade
Testi generati
Su LinkedIn i lettori potranno segnalare i post che sembrano scritti dall’AI, e questo dice qualcosa anche ai vostri studenti
LinkedIn introduce una funzione con cui gli iscritti possono segnalare post e commenti che sembrano scritti, in tutto o in parte, da un sistema di intelligenza artificiale. Alla segnalazione la piattaforma nasconde immediatamente il contenuto e registra il giudizio come segnale per i modelli che ordinano i contenuti; l’autore riceve una notifica che lo avvisa della percezione di scarsa autenticità del testo. Hari Srinivasan, responsabile del prodotto, ha spiegato che definire un contenuto di bassa qualità è difficile e che la definizione cambia in continuazione, e che il contributo degli iscritti serve ad affinare quei modelli. Nello stesso intervento la piattaforma ha rafforzato le difese contro le pubblicazioni di massa e i commenti automatici, e ha sostituito gli strumenti di riscrittura automatica con una semplice correzione di bozze, per non alterare lo stile di chi scrive.
Il commento. Con l’amministrazione di un istituto questa notizia c’entra poco, e conviene dirlo: LinkedIn non è la piazza dove si iscrivono le famiglie, e nessun adempimento nasce da qui. Riguarda però da vicino il lavoro in classe, e arriva nel momento giusto per usarla a settembre. Il fatto interessante non è tecnico. Non è un rilevatore automatico a giudicare, sono i lettori: persone che leggono un testo e riconoscono che non l’ha scritto nessuno. È esattamente ciò che accade a un docente davanti a un compito, ed è un argomento più solido di quelli che di solito si usano. Ai ragazzi non serve sentirsi dire che copiare è sbagliato: serve capire che si vede, e che chi legge se ne accorge senza bisogno di software. Su questo si può costruire un’ora di lezione in qualunque materia, facendo confrontare due testi, uno scritto e uno generato, e chiedendo di spiegare dove sta la differenza. Quasi sempre la trovano da soli, e sta nella mancanza di qualcosa di specifico: nessun esempio vero, nessun dettaglio che solo chi ha fatto il lavoro può conoscere. La stessa cosa vale per gli adulti, e vale la pena ricordarlo prima delle circolari di settembre. Se una comunicazione alle famiglie, una presentazione per l’orientamento o la relazione di un progetto sono state preparate con un aiuto automatico e non ci ha messo mano nessuno, si sente. La correzione è la stessa che chiediamo agli studenti: aggiungere ciò che soltanto la vostra scuola sa dire, cioè i numeri di quest’anno, i nomi dei laboratori che avete davvero, quello che è successo in quel progetto. Lo strumento va benissimo per la bozza; la sostanza si mette a mano.
D.R.
Fonte: ANSA
Materiali
Gli strumenti che generano grafica restituiscono a tutti la stessa estetica, e nell’orientamento questo si nota
Un’analisi sugli strumenti di design generativo osserva che la promessa di possibilità infinite si risolve spesso nel suo contrario, cioè in soluzioni standardizzate e prevedibili. Guidato senza istruzioni precise, il modello ricade su una delle proprie estetiche preferite: fondi color sabbia, caratteri con le grazie, sottolineature rosso ruggine. L’articolo riporta il caso di un progettista che, chiedendo di disegnare un’applicazione meteo, si è visto restituire quasi delle copie degli equivalenti Apple, e uno studio condotto su 118 autori secondo cui chi scriveva ricevendo suggerimenti automatici tendeva ad adottare stili estranei alla propria cultura, con una somiglianza culturale in aumento del 44%. La tesi è che il valore si sposta dall’esecuzione al giudizio, cioè alle decisioni prese prima di interrogare lo strumento.
Il commento. Per una scuola questo ha due ricadute, una immediata e una più importante. Quella immediata riguarda i materiali dell’orientamento, che si preparano adesso per gli open day di novembre e dicembre. Se la locandina, il volantino e le slide dell’istituto nascono dallo stesso strumento e dallo stesso comando generico, somiglieranno a quelle della scuola concorrente a due chilometri, che sta facendo la stessa cosa nelle stesse settimane. La difesa costa poco: fissate per iscritto i colori esatti dell’istituto e il carattere da usare, e datelo a chiunque prepari materiale, docenti e studenti compresi. E non fate generare le immagini dei laboratori e delle aule: le fotografie vere della vostra scuola, con le persone che ci lavorano, sono l’unica cosa che nessun’altra scuola può ottenere scrivendo un comando. La ricaduta più importante è didattica, e riguarda quello studio sui 118 autori. Chi scrive con i suggerimenti automatici tende a somigliare a un modello culturale che non è il suo, e se ne accorge raramente. In una classe questo significa che l’uso disinvolto di questi strumenti non produce soltanto testi non propri: produce testi che assomigliano tutti a un centro lontano, con esempi, riferimenti e modi di dire che non appartengono a chi scrive. È un argomento che vale più di molte raccomandazioni, e si può mostrare in mezz’ora chiedendo alla classe di far generare lo stesso tema a più strumenti e di leggerne i risultati uno dopo l’altro. La conclusione utile per chi insegna è la stessa che l’articolo trae per i professionisti: il valore si è spostato sulle decisioni che si prendono prima di usare lo strumento. Che è poi il modo tecnico di dire una cosa che a scuola si sa da sempre, e cioè che il problema non è mai stato scrivere bene, ma avere qualcosa da dire.
D.R.
Fonte: Agenda Digitale
Ogni contenuto normativo riporta il riferimento ufficiale. Se trovi un errore, segnalacelo: le correzioni si pubblicano, non si nascondono.
